Il Respiro della Pietra e l'Ultima Mandorla d'Inverno

 

Il Respiro della Pietra e l'Ultima Mandorla d'Inverno

Scritto da Carmelina Rotundo Auro e Renzo Samaritani Schneider | 05/02/2026 | Racconti

C'è un silenzio particolare che avvolge l'entroterra pugliese quando febbraio muove i suoi primi passi incerti tra l'inverno e una primavera ancora troppo timida per esplodere. Non è l'assenza di rumore, ma una sospensione del tempo, una pausa densa e materica come l'olio nuovo che riposa nelle giare di terracotta scura. È in questo scenario, dove la terra rossa sembra sanguinare sotto i colpi del sole pallido e gli ulivi contorti disegnano alfabeti incomprensibili contro il cielo cobalto, che viveva Isidoro, l'uomo che, si diceva, sapesse ascoltare la pietra.

Isidoro non era un santo, né un pazzo, sebbene a Trani, giù al porto dove le barche beccheggiavano pigre nell'acqua turchese, molti lo chiamassero con entrambi i nomi. Viveva in una masseria fortificata, ormai ridotta a poco più di uno scheletro di tufo bianco, situata su un altopiano ventoso che guardava il mare da una distanza di sicurezza, come se temesse che la salsedine potesse corrodere non solo le mura, ma anche i ricordi. La sua pelle aveva la stessa consistenza della corteccia dei mandorli, ruvida e segnata da solchi profondi dove la polvere si annidava come un segreto antico.

Era il 5 febbraio del 2026, un giovedì che sapeva di cenere e vento di tramontana. La leggenda narrava che in quel giorno preciso, ogni cento anni, la pietra di Trani – quella pietra chiara, luminosa, che ha costruito la Cattedrale sospesa sul mare come un miracolo di equilibrio – emettesse un respiro. Un unico, lungo sospiro capace di raccontare la storia di chi l'aveva calpestata, lavorata, amata e maledetta. E Isidoro, ultimo custode di una stirpe di scalpellini che avevano perso il nome ma non la maestria, aspettava.

La giornata era iniziata con una luce lattiginosa che appiattiva le prospettive. Isidoro si era alzato prima dell'alba, quando il mondo era ancora un disegno a carboncino, grigio su nero. Aveva bevuto un caffè bollente, nero come la pece, che gli aveva bruciato la gola e risvegliato i sensi. Poi, avvolto in un pastrano di lana grezza che odorava di fumo di legna e tabacco stantio, era uscito nell'orto. Lì, solitario e orgoglioso, sorgeva il "Vecchio Guardiano": un mandorlo secolare che, sfidando la logica delle stagioni, conservava ancora una singola mandorla attaccata al ramo più alto, un guscio legnoso che resisteva al vento come un'ancora nel cielo.

"Oggi è il giorno," sussurrò Isidoro, la voce roca come ghiaia smossa. Accarezzò il tronco del mandorlo. Sotto i suoi polpastrelli sentiva la vita scorrere lenta, una linfa fredda e paziente. Ma non era l'albero che cercava; era ciò che l'albero custodiva tra le radici.

Si diresse verso il muretto a secco che delimitava la proprietà, una serpe di pietre incastrate senza calce, tenute insieme solo dalla gravità e dalla sapienza di mani morte da secoli. Si sedette su una grossa chianca, una lastra levigata dal tempo, e chiuse gli occhi. Il vento portava con sé l'odore del mare, un profumo acuto di iodio e alghe in decomposizione che si mescolava all'aroma dolceamaro della terra bagnata dalla rugiada notturna. In lontananza, il suono delle campane di San Nicola Pellegrino giungeva ovattato, come se viaggiasse sott'acqua.

Per ore, non accadde nulla. Solo il frinire sporadico di qualche insetto confuso dal clima mite e il fruscio argenteo delle foglie d'ulivo che tremavano come mani nervose. Ma Isidoro sapeva aspettare. La pazienza era l'eredità della sua gente, una virtù forgiata dalla necessità di attendere la pioggia, il raccolto, il ritorno dei pescatori.

Quando il sole raggiunse lo zenit, trasformando la pietra bianca in uno specchio accecante, accadde. Non fu un suono udibile con le orecchie, ma una vibrazione che partì dal suolo, risalì attraverso le suole delle sue scarpe vecchie, si arrampicò lungo le tibie, invase il bacino e si espanse nel petto, facendo vibrare lo sterno come la cassa armonica di un violoncello. La terra stava parlando.

Isidoro poggiò le mani aperte sulla pietra calda. E vide. Non con gli occhi, ma con la memoria del sangue. Vide le galee romane caricare anfore di vino denso; vide i cavalieri templari inginocchiarsi nella polvere prima di imbarcarsi per la Terra Santa, le loro armature scintillanti sotto un sole impietoso; vide le mani callose dei suoi antenati colpire lo scalpello con precisione chirurgica, liberando angeli e demoni dalla prigionia della roccia grezza. Vide il sudore cadere sulla pietra e venire assorbito, diventando parte dell'architettura stessa della Puglia.

La visione fu intensa, violenta, bellissima. Sentì il dolore della pietra spaccata, la gioia della forma compiuta, la malinconia delle rovine. Sentì le voci delle donne che cantavano nenie struggenti mentre raccoglievano le olive, le risate dei bambini che rincorrevano lucertole tra i fichi d'india, il pianto silenzioso di chi partiva per non tornare.

Poi, improvvisamente come era iniziata, la vibrazione cessò. Il "respiro" si esaurì in un ultimo, impercettibile fremito che scosse la singola mandorla sul ramo del Vecchio Guardiano. Il guscio si staccò. Cadde ruotando nell'aria ferma, un piccolo meteorite marrone che impiegò un'eternità a toccare terra. Quando colpì il suolo, produsse un suono secco, definitivo: toc.

Isidoro aprì gli occhi. Il mondo era tornato normale, ma i colori sembravano più vividi, più urgenti. Il bianco della pietra feriva lo sguardo, il verde degli ulivi era quasi elettrico. Si chinò a raccogliere la mandorla. Era calda, come se custodisse un piccolo cuore al suo interno. La strinse nel pugno, sentendone la rugosità contro il palmo.

Sapeva cosa doveva fare. Non l'avrebbe mangiata, né venduta. Si alzò a fatica, le giunture che scricchiolavano in armonia con il legno vecchio della masseria, e si diresse verso il punto dove il muretto a secco si interrompeva, lasciando spazio alla vista del porto di Trani in lontananza. Lì, dove la terra incontrava simbolicamente il mare, scavò una piccola buca con le mani nude.

La terra era umida e scura sotto la crosta arida superficiale. Vi depose la mandorla, l'ultima d'inverno, la testimone del respiro della pietra. La ricoprì con cura, premendo il suolo con gentilezza, come si rimbocca la coperta a un bambino che ha paura del buio.

"Dormi," sussurrò Isidoro. "E ricorda."

Perché le storie non finiscono mai davvero. Si nascondono nel buio della terra, germogliano nel silenzio, si nutrono di pazienza e di memoria, pronte a fiorire di nuovo quando il mondo avrà dimenticato come si fa ad ascoltare. Isidoro si raddrizzò, pulendosi le mani sui pantaloni. Il sole stava iniziando la sua lenta discesa verso l'Adriatico, tingendo il cielo di sfumature viola e arancio, colori di un livido che guarisce o di un fuoco che si spegne. Si voltò verso la sua casa di pietra, verso il silenzio che ora non era più vuoto, ma colmo di tutte le voci che aveva udito.

Quella sera, a Trani, la gente avrebbe detto che il tramonto era stato particolarmente rosso, presagio di buon tempo. Ma nessuno avrebbe saputo che quel colore era il riflesso del patto rinnovato tra l'uomo e la terra, sigillato dal sacrificio di una mandorla e dal segreto di un vecchio che sapeva che le pietre, se le sai ascoltare, hanno un cuore che batte ancora.

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