Scritto da Carmelina Rotundo Auro e Renzo Samaritani Schneider | 11/01/2026 | Racconti
Il Molise, quella gemma incastonata nel cuore dell'Italia, spesso dimenticata dalle grandi narrazioni, rivela la sua anima più profonda nei mesi invernali. Gennaio, in particolare, avvolge i suoi borghi e le sue montagne in un manto di silenzio ovattato, dove il tempo sembra rallentare, quasi a voler custodire gelosamente i segreti di un passato remoto. A Sant'Angelo del Matese, un puntino aggrappato alle pendici dell'omonimo massiccio, dove il vento fischia storie antiche tra le guglie di roccia e le cime innevate, la neve aveva iniziato a scendere copiosa già dalla notte del dieci gennaio, promettendo un isolamento che in molti, là, accoglievano quasi con rassegnazione mistica.
Nella sua piccola casa in pietra, le cui finestre si affacciavano su un panorama che in giornate limpide spaziava fino all'Adriatico, viveva Nonna Elara. Ottantotto anni portati con la dignità delle querce secolari, gli occhi di un azzurro sbiadito ma ancora acuti, capaci di leggere le sfumature del cielo e le intenzioni nel cuore degli uomini. Nonna Elara non era una donna comune; era la custode di memorie, la tessitrice di leggende e la depositaria di saperi antichi, erbe officinali e tradizioni che affondavano le radici in un tempo dove gli dei pagani ancora danzavano tra i boschi.
Si era preparata al blizzard con la meticolosità di chi sa che la natura non fa sconti. Aveva impastato il pane, controllato la scorta di legna, riempito le brocche d'acqua. Nel suo focolare, il fuoco danzava allegramente, sprigionando un calore che era conforto non solo per il corpo, ma anche per lo spirito. Il profumo di resina e fumo si mescolava a quello del ragù che sobbolliva lentamente per il pranzo, un rituale quotidiano che scandiva le sue giornate più di qualsiasi orologio.
Il giorno di Sant'Antonio Abate era alle porte, il 17 gennaio, una data cruciale nel calendario contadino molisano. Nonostante la tormenta, Nonna Elara aveva intenzione di celebrare a modo suo, nella quiete della sua casa, l'uomo che proteggeva gli animali e il fuoco sacro. Sul tavolo della cucina, accanto a un vassoio di ciccioli (focacce croccanti tipiche del luogo) appena sfornati, giaceva la sua reliquia più preziosa: un flauto di pastore, ricavato da un osso di falco e abilmente intagliato dal suo bisnonno, pastore del Matese e cantore di ballate perdute. Nonna Elara lo chiamava affettuosamente “Il Respiro del Vento”, perché si diceva che le sue note catturassero i sospiri delle montagne.
La tempesta si fece più fitta. La neve si accumulava contro i vetri, oscurando la luce già fioca del giorno invernale. Il silenzio si approfondì, un silenzio denso, quasi palpabile, rotto solo dal crepitio del fuoco e dal sordo ululato del vento che si infiltrava nelle fessure della vecchia dimora. Nonna Elara sedeva sulla sua sedia a dondolo, un lavoro a maglia abbandonato in grembo, e guardava il flauto. Era lì da sempre, muto, un ricordo tangibile di generazioni passate, di vite semplici e dure, di un legame indissolubile con la terra.
Sentiva il freddo insinuarsi nelle ossa, un brivido non solo fisico ma anche emotivo. Era sola. Completamente sola, come non lo era mai stata, neppure dopo la scomparsa del marito tanti anni prima. I figli erano partiti, le nuore e i nipoti lontani, le strade impraticabili. In quel silenzio assordante, l'isolamento assumeva una sua cruda bellezza, una forza che spingeva a guardarsi dentro. E fu allora, proprio mentre il silenzio diventava quasi insopportabile, che accadde qualcosa di inspiegabile. Il flauto di pastore, posato sul tavolo, vibrò. Una leggera, quasi impercettibile, risonanza. Nonna Elara drizzò la schiena, il cuore che le batteva un po' più forte. Non c'era nessuno. Non c'era corrente d'aria. Eppure, una nota, una singola, tenue nota, si levò dal legno, sottile come un filo d'erba sotto la neve.
Era una melodia, non una semplice nota. Una melodia che Nonna Elara riconobbe istintivamente. Era il “Canto della Montagna”, una vecchia canzone pastorale che sua nonna le canticchiava quando era bambina, un lamento dolce che parlava di greggi smarrite e di ritorni a casa. Le note si susseguivano, lievi come fiocchi di neve, ma cariche di una potenza emotiva tale da riempire l'intera stanza, il petto di Nonna Elara, e persino l'aria gelida fuori. Non era un suono forte, ma un sussurro, un respiro che sembrava provenire dal cuore stesso della montagna, attraverso l'antico osso del flauto.
Le lacrime, calde e inattese, le rigarono il volto segnato. Non erano lacrime di tristezza, ma di profonda, inesprimibile commozione. Il flauto non stava suonando da solo; stava cantando il ricordo, stava portando la voce di tutti coloro che avevano vissuto e amato quelle montagne, tutti coloro che avevano sopportato i rigori dell'inverno e celebrato la rinascita della primavera. Era un canto di resilienza, di appartenenza, una promessa che, nonostante l'isolamento, Nonna Elara non era mai veramente sola. Era parte di un ciclo antico, di una storia che continuava a scriversi, neve dopo neve, generazione dopo generazione.
Il canto durò forse un minuto, forse un'eternità. Poi svanì, così come era apparso, lasciando dietro di sé un silenzio ancora più profondo, ma non più vuoto. Nonna Elara rimase a lungo con gli occhi chiusi, assaporando la sensazione di calore che si era diffusa in tutto il suo essere. Era come se il Molise stesso le avesse parlato, attraverso il suo strumento più antico, rassicurandola della sua indomita presenza.
Quando la luce grigiastra del mattino successivo si fece strada attraverso i vetri, la tormenta si era placata. Un sole timido illuminava un paesaggio immacolato, un mare di neve che copriva ogni cosa, trasformando Sant'Angelo del Matese in un presepe silente. Il primo suono che ruppe l'incanto fu il rombo lontano di uno spazzaneve, che lentamente si avvicinava, riaprendo la strada al mondo. Nonna Elara sorrise. La realtà stava tornando, ma il canto silenzioso del Matese, quel sussurro di memoria e di speranza, sarebbe rimasto con lei, inciso nel cuore come le tracce dei suoi avi sulle vie montane. E nel Molise, si sa, i veri tesori non sono d'oro, ma di storie che non muoiono mai, neanche sotto la neve più fitta.
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