"Un caffè a metà" di Renzo Samaritani Schneider




Il racconto del venerdì – Un caffè a metà

di Renzo Samaritani Schneider

Il caffè si raffredda sempre più in fretta di quanto pensiamo.
Non perché perda calore, ma perché perde attenzione.

La tazzina era lì, sul tavolino di ferro battuto, con il manico rivolto verso l’esterno. Dentro, il caffè arrivava appena a metà. Né bevuto né lasciato davvero.
Sospeso.

Il bar era uno di quelli che non fanno rumore: poche voci, cucchiaini che tintinnano senza fretta, una radio bassa che trasmette canzoni che nessuno ascolta davvero. L’odore di caffè tostato si mescolava a quello dei cornetti rimasti lì da troppo tempo, ma ancora dignitosi.

«Lo prendi?»
«Sì.»
«Zucchero?»
«No.»

Era cominciato tutto così, senza importanza. Come iniziano le cose che poi pesano.

Ci eravamo seduti uno di fronte all’altro, con quella distanza educata che non è ancora confidenza ma nemmeno estraneità. Aveva appoggiato la borsa a terra con un gesto preciso, come se temesse di disturbare. Io avevo fatto scorrere la sedia lentamente, per non fare rumore.

«Allora?» aveva detto.
«Allora cosa?»
«Allora… come stai?»

Quella domanda.
Sempre quella.

«Sto.»
Avevo sorriso, ma non abbastanza.
«Tu?»
«Anch’io.»

Il barista ci aveva portato i caffè senza chiedere altro. Due tazzine bianche, pulite, con la schiumetta appena accennata. Il vapore saliva lento, come un respiro trattenuto.

«Non so da dove cominciare,» aveva detto lei.
«Possiamo anche non cominciare,» avevo risposto.
«Non sarebbe giusto.»
«Neanche forzare lo sarebbe.»

Aveva preso la tazzina, l’aveva portata alle labbra, poi l’aveva rimessa giù.
«È caldo.»
«Lo è sempre all’inizio.»

Avevamo parlato di cose laterali.
Del tempo.
Del lavoro.
Di qualcuno che non vedevamo più.

«Te lo ricordi?»
«Sì.»
«Non è cambiato molto.»
«O forse siamo cambiati noi.»

Silenzio.

Avevo bevuto un sorso. Il caffè era amaro, ma non sgradevole. Tiepido.
Come certe verità che non feriscono, ma non consolano nemmeno.

«C’è una cosa che…» aveva iniziato.
Poi si era fermata.

«Che?»
«Niente.»
«Se hai iniziato, non è niente.»
«È che non so come dirla.»
«Allora dilla male.»

Aveva sorriso appena.
«Non voglio sbagliare.»
«A volte si sbaglia comunque.»

Aveva guardato la tazzina. Aveva girato il cucchiaino una sola volta.
«Forse avremmo dovuto parlarne prima.»
«Forse.»
«O forse no.»

Il vapore si era ormai dissolto. Il caffè restava lì, immobile.

«Sai qual è la cosa strana?» avevo detto.
«Dimmi.»
«Che capisco perfettamente quello che non stai dicendo.»
«E allora?»
«E allora non so se è meglio.»

Si era appoggiata allo schienale.
«Non volevo ferirti.»
«Non lo stai facendo.»
«Non ancora.»

Quella frase era rimasta sospesa tra noi, come un oggetto fragile che nessuno osa prendere in mano.

Una coppia al tavolo accanto rideva. Una risata piena, ignara.
Il bar continuava a esistere, indifferente.

«Devo andare,» aveva detto all’improvviso.
«Certo.»
«Scusami.»
«Non c’è niente di cui scusarsi.»

Si era alzata in fretta, come se restare ancora fosse più difficile che andarsene.
Aveva infilato la giacca, preso la borsa.

«Il caffè…»
«Lascialo.»
«Sicuro?»
«Sì.»

Aveva annuito.
Poi, sulla soglia:
«Non è finita, vero?»
Avevo esitato.
«No,» avevo detto. «Solo cambiato posto.»

Quando se n’era andata, il bar era tornato silenzioso.
La tazzina era ancora lì. A metà.

L’ho guardata a lungo.
Poi ho bevuto l’ultimo sorso. Era freddo ormai. Ma non cattivo.

Ho pensato che alcune conversazioni non finiscono mai davvero.
Semplicemente smettono di stare tra due persone sedute a un tavolo.
Si spostano dentro.
Continuano a parlarci nei momenti meno opportuni.
Tornano quando meno le aspettiamo.

Ho lasciato la tazzina sul piattino.
Vuota.

E uscendo dal bar, ho capito che il non detto pesa meno quando smetti di combatterlo.
E che certi caffè, anche se lasciati a metà, restano impressi più di quelli bevuti fino in fondo.


Renzo Samaritani Schneider – Trani, dicembre 2025



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