Scritto da Carmelina Rotundo Auro | 09/02/2026 | Libri
Un viaggio immobile nel cuore del Realismo Magico
TRANI – In questo lunedì 9 febbraio 2026, mentre il mondo fuori dalle nostre finestre continua a correre frenetico verso un futuro sempre più digitalizzato e impalpabile, c'è un bisogno quasi fisiologico di ancorarsi a qualcosa di eterno, di materico, di profondamente umano. Non c'è porto più sicuro, né tempesta più affascinante, delle pagine di Cent'anni di solitudine (Cien años de soledad) di Gabriel García Márquez. Premio Nobel per la letteratura nel 1982, Gabo ci ha lasciato un'eredità che non solo sopravvive al tempo, ma che sembra rigenerarsi con esso, acquisendo nuove sfumature di significato man mano che la nostra società evolve – o involve – verso nuove forme di solitudine.
Riprendere in mano questo capolavoro oggi, a quasi sessant'anni dalla sua prima pubblicazione nel 1967, non è un semplice esercizio di nostalgia letteraria. È un atto di resistenza. È immergersi in un universo dove il tempo non è una freccia scoccata verso l'infinito, ma un serpente che si morde la coda, un cerchio perfetto dove tutto torna, tutto si ripete, e dove l'unica costante è la solitudine che avvolge, come una nebbia inesorabile, la stirpe dei Buendía.
La genesi di un mito letterario
Si narra che García Márquez, mentre era alla guida verso Acapulco con la sua famiglia, ebbe l'illuminazione folgorante che diede vita a Macondo. Fece inversione, tornò a casa e si chiuse in una stanza per diciotto mesi, consumando sigarette e sogni, finché non ne uscì con il manoscritto che avrebbe cambiato per sempre il volto della letteratura mondiale. Macondo non è solo un villaggio immaginario sperduto nella giungla colombiana; è uno stato d'animo, è il luogo geografico dell'anima sudamericana e, per estensione, di ogni sud del mondo, incluso il nostro amato Mezzogiorno italiano. C'è qualcosa di visceralmente familiare per noi lettori di Trani e del Sud Italia nelle dinamiche di Macondo: l'oppressione della controra, la fatalità del destino, le passioni che bruciano fino a consumare le ossa, e quella convivenza naturale tra il sacro e il profano, tra il miracolo e la miseria.
I Buendía: Uno specchio delle nostre anime
La grandezza di questo romanzo risiede nella sua capacità di orchestrare una sinfonia di personaggi indimenticabili, ognuno portatore di una specifica declinazione della solitudine. Al centro di tutto c'è José Arcadio Buendía, il patriarca sognatore, l'uomo che voleva usare la calamita per trovare l'oro e che finisce i suoi giorni legato a un castagno, parlando in latino con lo spettro del suo nemico Prudencio Aguilar. La sua è la solitudine del genio incompreso, dell'uomo che guarda oltre l'orizzonte visibile e si perde nei labirinti della propria mente.
E poi c'è lei, Úrsula Iguarán, la vera colonna vertebrale della famiglia e del romanzo. Úrsula è la forza centripeta che cerca disperatamente di tenere insieme i pezzi di una stirpe condannata. Mentre gli uomini di casa si perdono in guerre, alchimie e imprese fallimentari, lei gestisce la quotidianità, l'economia, la memoria. Vive così a lungo da diventare quasi un'entità mitologica, una testimone oculare del disfacimento lento ma inesorabile del suo mondo. In questo 2026, dove la figura della donna è al centro di tante battaglie sociali, rileggere Úrsula significa riscoprire l'archetipo della resilienza, la capacità di vedere la realtà per quella che è, senza i filtri delle illusioni maschili di gloria e potere.
Non possiamo dimenticare il Colonnello Aureliano Buendía, forse il personaggio più tragico e complesso. L'uomo che promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte, che ebbe diciassette figli maschi da diciassette donne diverse, che furono sterminati tutti in una sola notte. La sua parabola è quella del potere che svuota, della guerra che non porta a nulla se non a un cerchio di gesso tracciato intorno a sé per tenere lontano il resto dell'umanità. Il Colonnello finisce i suoi giorni nel laboratorio del padre, fabbricando pesciolini d'oro solo per fonderli e rifarli daccapo, in un ciclo infinito che è la metafora perfetta dell'insensatezza dell'azione umana quando è priva di amore.
Il Realismo Magico come chiave di lettura della realtà
Spesso si abusa del termine "Realismo Magico", riducendolo a una semplice aggiunta di elementi fantastici in un contesto realistico. Ma in Cent'anni di solitudine, la magia non è un orpello; è la realtà stessa, vista attraverso occhi che non hanno ancora subito il disincanto della razionalità occidentale moderna. Quando Remedios la Bella ascende al cielo avvolta nelle lenzuola di bucato, o quando il sangue di José Arcadio attraversa tutto il villaggio per avvisare la madre della sua morte, nessuno a Macondo si stupisce. Questi eventi sono narrati con la stessa imperturbabilità con cui si descrive una sedia o un tavolo.
Questa accettazione del meraviglioso è forse ciò che più ci manca oggi. Nel nostro mondo iper-connesso del 2026, dove ogni mistero viene immediatamente vivisezionato e spiegato dalla scienza o dai dati, abbiamo perso la capacità di stupirci. Macondo ci invita a recuperare uno sguardo incantato sul mondo, a credere che l'impossibile sia solo una variante del possibile. Le farfalle gialle che precedono Mauricio Babilonia non sono un effetto speciale; sono la manifestazione fisica dell'amore, un amore che è forza della natura, incontrollabile e devastante.
Il tempo circolare e la memoria
Uno dei temi più potenti del libro è la concezione circolare del tempo. I nomi si ripetono – Aureliano, José Arcadio – e con essi sembrano ripetersi i destini, i caratteri, gli errori. "La storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili, una ruota girevole che avrebbe continuato a girare all'infinito, se non fosse stato per il logorio progressivo e irremediabile dell'asse". Questa frase racchiude l'essenza della visione di García Márquez: la storia non insegna, la storia si ripete perché la natura umana è immutabile nelle sue passioni e nei suoi difetti.
Oggi, in un'epoca che sembra ossessionata dal "nuovo", dall'aggiornamento costante, dalla cancellazione del passato (la cosiddetta cancel culture che a volte rischia di erodere la storicità), il monito di Macondo è potente. Senza memoria, siamo condannati a ripetere gli stessi cicli. La peste dell'insonnia che colpisce Macondo, portando con sé la perdita della memoria, costringe gli abitanti a etichettare ogni oggetto con il suo nome e la sua funzione ("Questo è il tavolo, serve per mangiare"). Non è forse una metafora agghiacciante della nostra società, dove l'informazione è ovunque ma la memoria profonda, quella culturale ed emotiva, diventa sempre più labile, affidata a cloud esterni piuttosto che alle nostre sinapsi?
La condanna della solitudine
Infine, il tema cardine: la solitudine. Nel romanzo, la solitudine non è necessariamente l'isolamento fisico, ma l'incapacità di amare, l'incapacità di comunicare veramente con l'altro. I Buendía sono soli perché sono troppo pieni di sé, delle proprie ossessioni, delle proprie guerre interiori. L'amore, quando arriva, è spesso tragico, incestuoso o effimero. Solo alla fine, quando Aureliano Babilonia decifra le pergamene di Melquíades, comprende che la solitudine era il marchio di fabbrica della sua stirpe, il prezzo da pagare per la loro eccezionalità.
Nel 2026, la "solitudine" ha assunto nuove forme. Siamo connessi con chiunque in qualsiasi momento, eppure i tassi di depressione e isolamento sociale sono ai massimi storici. La solitudine dei Buendía è la nostra solitudine: quella di chi è circondato dalla folla ma non riesce a toccare l'anima di chi gli sta accanto. García Márquez ci dice che le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non hanno una seconda opportunità sulla terra. È un avvertimento severo: l'unica via d'uscita dal ciclo della solitudine è la solidarietà, l'empatia, l'amore vero che rompe gli argini dell'ego.
Conclusione: Perché leggere Gabo oggi
Perché, dunque, leggere o rileggere Cent'anni di solitudine oggi, a Trani, in questo febbraio del 2026? Perché è un libro che pulsa di vita. La sua prosa è lussureggiante, barocca, sensuale, un fiume in piena che trascina il lettore e lo lascia senza fiato. Ogni frase è scolpita con una maestria che pochi autori nel Novecento hanno eguagliato.
È un romanzo che ci ricorda che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e dei ricordi. Che la nostra vita, per quanto insignificante possa sembrare nel grande schema dell'universo, è un'epopea degna di essere raccontata. Macondo finirà spazzata via dal vento, come predetto dalle pergamene, perché tutto ciò che è scritto in esse è irripetibile da sempre e per sempre. Ma finché ci sarà un lettore disposto ad aprire quelle pagine, Macondo vivrà. I pesciolini d'oro continueranno a essere fusi, le farfalle gialle continueranno a volare, e noi continueremo a specchiarci in quello specchio deformante e veritiero che è la grande letteratura.
Un classico non è un libro che ha finito di dire quel che ha da dire, scriveva Calvino. E Cent'anni di solitudine ha ancora tutto da dirci. In un mondo che cambia pelle ogni giorno, torniamo alle radici. Torniamo a Macondo. Buona lettura.
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