"Il vento dietro la stazione" di Renzo Samaritani Schneider




Il racconto del venerdì – Il vento dietro la stazione

di Renzo Samaritani Schneider

Dietro la stazione non ci va quasi nessuno.
Davanti sì: partenze ufficiali, baci rapidi, valigie con le ruote che sbattono sul pavimento.
Ma dietro no.

Dietro c’è un’altra geografia.
Binari secondari, recinzioni metalliche, erba che cresce senza permesso tra le traversine.
E vento.

Il vento corre lì come se avesse trovato il suo corridoio personale. Non incontra ostacoli veri, solo ferri, pali, segnali arrugginiti che fischiano quando l’aria passa troppo veloce.

Ci sono andato un pomeriggio di dicembre. Non avevo un treno da prendere. Non avevo un biglietto in tasca. Avevo solo quella curiosità che ti prende quando senti che un luogo sta raccontando qualcosa a bassa voce.

Il freddo mi ha colpito subito sul viso.
Un freddo secco, che sa di ferro e polvere.

Un treno è passato senza rallentare.
Un rumore lungo, pieno, quasi arrogante.
Poi silenzio.

«Qui non si ferma niente,» ha detto una voce alle mie spalle.

Mi sono voltato. Un uomo sulla quarantina, giacca scura, sigaretta accesa. Non sembrava in attesa. Sembrava semplicemente lì.

«Nemmeno le persone?» ho chiesto.
Ha fatto una mezza risata.
«Le persone si fermano sempre troppo. I treni no.»

Il vento ha sollevato un foglio di carta vicino ai binari. È volato qualche metro più in là, poi si è incastrato in una rete.

«Aspetta qualcuno?» mi ha chiesto.
«No.»
«Allora perché è qui?»
«Per vedere cosa succede quando non succede niente.»

Ha annuito.
«Qui succedono solo cose immaginate.»

E aveva ragione.

Guardando quei binari che non portavano a nessuna banchina visibile, ho cominciato a pensare ai viaggi mai fatti. A quelli rimandati. A quelli progettati con entusiasmo e poi lasciati cadere come promesse troppo grandi.

Ho immaginato me stesso salire su un treno che non ho mai preso.
Destinazione sconosciuta.
Finestrino sporco.
Un paesaggio che cambia senza chiedermi il permesso.

«Io una volta dovevo partire,» ha detto l’uomo.
«E poi?»
«E poi il treno è arrivato.»
«Non è una buona notizia?»
«No. Perché quando è arrivato, ho capito che non volevo davvero salire.»

Silenzio.

Il vento è aumentato per qualche secondo. Ho sentito l’odore metallico dei binari, il suono lontano di un annuncio incomprensibile provenire dalla stazione ufficiale, quella davanti, quella con le persone.

«Sa qual è la cosa strana?» ho detto.
«Quale?»
«Che immaginare una partenza a volte è più potente che farla davvero.»

Ha gettato la sigaretta a terra, l’ha schiacciata con la punta della scarpa.
«Partire davvero significa perdere qualcosa.»
«E immaginare?»
«Significa tenere tutto.»

Un altro treno è passato. Più lento. Per un attimo ho pensato che potesse fermarsi. Non l’ha fatto.

Ho chiuso gli occhi mentre il vento mi attraversava.
Mi sono visto altrove. In città che non conosco. In vite che avrei potuto scegliere. In case mai abitate.

E poi li ho riaperti.
Ero lì.
Dietro la stazione.

«Non ha paura di restare?» ha chiesto lui.
«No.»
«Neanche un po’?»
«Solo di restare senza aver capito perché.»

Ha sorriso appena.
«Allora è già avanti.»

Il vento ha continuato a correre tra i binari.
Non portava via niente, non portava niente di nuovo.
Faceva solo muovere l’aria, come una voce narrante invisibile.

Ho capito allora che non tutte le partenze servono a partire davvero.
Alcune servono solo a misurare la distanza tra quello che siamo e quello che pensavamo di essere.

Dietro la stazione non si prendono treni.
Si prendono decisioni interiori.

Quando sono tornato verso la parte “ufficiale”, con le persone, i cartelloni, i tabelloni degli orari, mi sono sentito più leggero.
Non perché avessi deciso di partire.
Ma perché avevo capito che non ne avevo bisogno.

Il vento, dietro la stazione, aveva fatto il suo lavoro.

E mentre attraversavo la hall illuminata, ho pensato che a volte i viaggi più importanti non lasciano tracce sui binari.
Lasciano tracce dentro.


Renzo Samaritani Schneider – Trani, dicembre 2025



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