Il racconto del venerdì – Le scarpe sul tappetino
di Renzo Samaritani Schneider
Le ho notate una mattina qualunque, senza che stessero facendo nulla di speciale.
Erano lì, sul tappetino all’ingresso.
Un po’ di traverso.
Come se fossero state lasciate cadere più che appoggiate.
Il tappetino è vecchio. Non brutto, non rovinato: vissuto.
Ha assorbito pioggia, sabbia, polvere, giorni buoni e giorni storti.
È la prima cosa che vedi entrando e l’ultima che saluti uscendo.
Una soglia che non parla mai, ma osserva tutto.
Quelle scarpe, quel giorno, sembravano fuori posto.
Non perché fossero nuove o vecchie, ma perché non erano in ordine.
E in casa nostra, quasi senza rendercene conto, le scarpe finiscono sempre dritte.
Mi sono fermato a guardarle.
Davvero a guardarle.
«Che fai?» ha chiesto Massimiliano dalla cucina.
«Niente.»
«Il “niente” detto così vuol dire che stai pensando.»
«Sto guardando le scarpe.»
«Ottimo. Stanno bene?»
«No.»
«Allora siamo in due.»
Ho sorriso.
Ma non mi sono mosso.
Quelle scarpe parlavano.
Non con parole, ma con l’inclinazione, con la distanza tra loro, con il modo in cui una sembrava voler andare avanti e l’altra restare indietro.
Ho pensato a quante scarpe avevano abitato quel tappetino.
Scarpe da lavoro, posate con stanchezza.
Scarpe eleganti, tolte in fretta per raccontare qualcosa.
Scarpe leggere, estive, che portavano sabbia e mare.
Scarpe pesanti, invernali, che entravano con il freddo ancora addosso.
«Te le ricordi, quelle marroni?» ho chiesto.
«Quali?»
«Quelle che non metteva mai volentieri.»
Massimiliano si è avvicinato, guardando anche lui il tappetino.
«Sì. Le lasciava sempre qui. Anche quando non tornava.»
Silenzio.
Ci sono scarpe che raccontano presenze.
E poi ci sono scarpe che raccontano assenze.
Quelle che restano anche quando qualcuno non entra più.
Quelle che non vengono buttate, perché buttarle sarebbe ammettere qualcosa che non si è pronti a dire.
Mi sono accovacciato e ho sistemato una scarpa. Poi l’altra.
Le ho messe dritte.
Troppo dritte.
«No,» ha detto Massimiliano.
«Cosa?»
«Non sistemarle così. Non erano così.»
Le ho rimesse come le avevo trovate.
Storte. Vive. Vere.
«Le case ricordano,» ha detto piano.
«Più di noi.»
«Soprattutto quando facciamo finta di no.»
Ho annuito.
Certe frasi non vanno commentate, vanno solo lasciate stare.
In quel tappetino c’erano passi frettolosi del mattino.
Rientri serali con la spesa in mano.
Giorni in cui si entrava solo per cambiarsi.
E giorni in cui non si entrava affatto.
Ho pensato a quante volte avevo attraversato quella soglia senza accorgermene.
Dentro.
Fuori.
Dentro.
Fuori.
Come se fosse solo un gesto meccanico.
E invece no.
Ogni ingresso è una decisione.
Ogni uscita, una promessa.
«Le lasciamo così?» ho chiesto.
«Sì.»
«Anche se sono storte?»
«Soprattutto perché sono storte.»
Ho lasciato il tappetino com’era.
Con le scarpe che raccontavano una storia non ordinata, non chiusa, non sistemata per bene.
Prima di entrare del tutto in casa, mi sono fermato ancora un secondo sulla soglia.
Ho guardato dentro.
Poi fuori.
Ho capito allora che le case non dimenticano niente.
Non dimenticano chi entra.
Non dimenticano chi esce.
E soprattutto non dimenticano chi non torna più, anche se noi proviamo a farlo.
Le scarpe sul tappetino restano lì a ricordarcelo.
In silenzio.
Con una fedeltà che fa quasi tenerezza.
E mentre chiudevo la porta alle mie spalle, ho pensato che forse il vero atto d’amore non è mettere tutto in ordine,
ma lasciare che le cose parlino così come sono.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, dicembre 2025

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