Il racconto del venerdì – Il postino e la gattina bianca
di Renzo Samaritani Schneider
Il postino arriva sempre alla stessa ora.
Non puntuale in modo rigido, ma fedele. Come fanno le persone che non hanno bisogno di dimostrare nulla.
Quella mattina la casa era immersa in una quiete ordinaria, di quelle che non si notano finché qualcuno non le interrompe. Massimiliano era in cucina, Kandy dormiva arrotolata sulla sedia, Khloe fissava il nulla con l’aria concentrata che solo i gatti sanno avere.
Poi è arrivato il suono.
Un colpo secco, educato, alla porta del portone.
«È lui,» ho detto.
«Il postino?»
«Sì.»
«E la gattina?»
Ho sorriso.
«Anche.»
Sono sceso lentamente. Non perché avessi fretta di ricevere la posta, ma perché in quel piccolo rituale quotidiano c’era qualcosa che mi piaceva osservare.
Lui era lì, come sempre: giacca blu, cappello leggermente inclinato, borsa a tracolla consumata dagli anni.
Ai suoi piedi, una gattina bianca. Piccola, pulita, con gli occhi chiari e attenti.
Seduta. Compostissima.
Come se stesse lavorando.
«Buongiorno,» ha detto il postino.
«Buongiorno,» ho risposto.
«Oggi siete in anticipo,» ho aggiunto.
«Lei sì,» ha detto indicando la gattina. «Io sto solo cercando di starle dietro.»
La gattina mi ha guardato.
Poi ha miagolato piano.
Un suono breve, preciso.
Come un saluto.
«Lavora con lei?» ho chiesto.
Il postino ha sospirato, ma sorridendo.
«Ufficialmente no. Ma se non la porto con me, si offende.»
Si è chinato e le ha passato una mano sulla testa. Lei ha chiuso gli occhi, soddisfatta.
«È puntuale?»
«Più di me.»
Ha frugato nella borsa e ha tirato fuori alcune lettere. Pubblicità, bollette, volantini.
Poi una busta diversa. Più spessa. Scritta a mano.
«Questa è per lei,» ha detto.
Non aveva un tono solenne, ma nemmeno distratto.
Era il tono di chi sa che ogni lettera, per qualcuno, è importante.
Ho preso la busta.
Non era urgente.
Non era nemmeno particolarmente significativa, se guardata da fuori.
Ma era inaspettata.
«Brutta notizia?» ha chiesto il postino.
«Non lo so ancora.»
«Allora è una buona lettera,» ha detto. «Quelle brutte si riconoscono subito.»
La gattina si è alzata, ha fatto due passi verso di me e ha annusato l’aria.
«Anche lei vuole sapere,» ho detto.
«È curiosa di professione,» ha risposto lui. «Io consegno lettere, lei consegna attenzioni.»
Ho accarezzato la gattina. Il pelo era caldo, vivo.
Lei ha fatto le fusa, piano.
Una vibrazione leggera che sembrava dire: va tutto bene, per ora.
«Come si chiama?» ho chiesto.
Il postino ha esitato un attimo.
«Non lo so. Non me l’ha mai detto.»
«Allora come la chiamate?»
«Le parlo. Lei risponde. Ci basta.»
Ho riso.
Era una risposta perfetta.
«Ci vediamo domani,» ha detto il postino.
«Come sempre.»
«E dopodomani.»
«Se lei vuole.»
«Se lei vuole,» ha ripetuto guardando la gattina.
Lei ha miagolato.
Accordo confermato.
Sono risalito con la lettera in mano. Non l’ho aperta subito.
L’ho appoggiata sul tavolo, accanto alla tazza del caffè.
Massimiliano mi ha guardato.
«Notizie dal mondo?»
«Dal mondo no. Dalle persone sì.»
«Meglio,» ha detto.
Mi sono affacciato alla finestra. Il postino stava già andando via.
La gattina lo seguiva, un passo indietro, come una piccola guardia d’onore.
In quel momento ho capito una cosa semplice, che pure tendiamo a dimenticare:
la posta più preziosa non è sempre quella scritta sulla carta.
È quella che passa negli sguardi, nei gesti minimi, nelle presenze costanti.
Una carezza.
Un miagolio.
Un saluto ripetuto ogni giorno.
E mentre aprivo finalmente la lettera, ho pensato che sì, le parole sono importanti.
Ma senza qualcuno che le accompagni con umanità, restano solo inchiostro.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, dicembre 2025

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