Il racconto del venerdì – Il profumo del forno alle sette e mezza
di Renzo Samaritani Schneider
La settimana scorsa, proprio verso le sette e mezza del mattino, mi sono svegliato senza sveglia.
È una cosa che capita solo in certi giorni speciali, quelli in cui la città ha deciso di regalarti un segnale sottile.
Stavo ancora tra il sonno e il mondo, avvolto nel silenzio della casa, con Massimiliano che respirava piano accanto a me, e Kandy e Khloe che di certo avevano già iniziato il loro balletto mattutino in salotto.
Poi è arrivato un profumo.
Un profumo caldo, schietto, ancestrale.
Quello del pane che cuoce.
È entrato dalla finestra come una carezza, attraversando le stanze senza chiedere permesso, e mi ha sollevato dal letto come una mano antica che conosceva la strada meglio di me.
Ho sorriso.
A volte basta un odore per ricordarti che sei vivo.
Mi sono vestito piano, per non svegliare nessuno, e sono uscito nelle strade ancora semideserte.
Trani, a quell’ora, ha un suo ritmo poetico: le persiane appena socchiuse, il mare che respira lento, i passi di chi va a lavorare e si stringe nelle giacche per difendersi dal fresco del mattino.
Le pietre chiare riflettevano una luce morbida, quasi rosa, e la città sembrava in attesa.
Ho seguito il profumo come si seguirebbe un filo.
E il filo mi ha portato davanti al mio forno preferito: una bottega piccola, quasi timida, incastonata tra due edifici più antichi di lei.
La serranda era alzata a metà, il vetro appannato dal calore, e attraverso la porta aperta si vedeva un mondo che esiste solo in quell’ora, un mondo che la maggior parte delle persone non vede mai.
Il fornaio era lì.
Le maniche arrotolate, il grembiule infarinato, e quelle mani… quelle mani forti ma gentili, mani che conoscono il peso della tradizione e la leggerezza dell’aria che si intrappola nell’impasto.
Le muoveva con una grazia che non era più un lavoro, ma un rituale.
Piegava, ripiegava, sollevava, lasciava cadere, e tutto questo senza che nessun gesto sembrasse superfluo.
Mi sono appoggiato allo stipite, senza entrare. Non volevo rompere la magia.
Il vapore usciva dal laboratorio e appannava la vetrina, disegnando piccoli arabeschi che sparivano dopo un secondo, come pensieri che non hanno bisogno di trattenersi.
Ogni tanto il fornaio si fermava, alzava lo sguardo e mi faceva un cenno del capo. Un saluto silenzioso, di quelli che non chiedono parole.
Io ricambiavo.
Sul tavolo, c’erano pagnotte appena sformate, focacce lucide d’olio e pomodorini, panini morbidi ancora in attesa di essere trasferiti nel cestino.
La crosta scricchiolava sottilmente mentre si raffreddavano: un suono quasi musicale, come una carta che si stropiccia piano.
Alzai lo sguardo verso il soffitto e il calore che usciva dal forno sembrava avvolgermi come un mantello.
Una signora anziana entrò dietro di me.
«Buongiorno, Renzino,» disse, con quella familiarità che solo i paesi — e le città che hanno l’anima di un paese — sanno permettersi.
«Buongiorno a lei,» risposi.
Il fornaio le porse una pagnotta. Lei la prese con due mani, come si prende qualcosa di sacro.
«La prima del giorno,» disse lui.
«Beato lei che fa un lavoro che profuma sempre,» rispose lei.
E uscendo, aggiunse: «Il pane è la speranza che si può mangiare.»
Quella frase mi è rimasta addosso.
Ci ho pensato mentre guardavo l’impasto che lievitava sul lato sinistro del banco, coperto da un telo umido.
La lievitazione…
Che metafora potente, se ci si pensa.
Il tempo che lavora da solo.
L’aria che entra e gonfia, la materia che si trasforma nel silenzio.
Noi sempre di corsa, e invece il pane ci ricorda che le cose migliori crescono quando non le disturbiamo.
A un certo punto Massimiliano mi ha chiamato al telefono.
«Dove sei?»
«A prendere il pane,» ho risposto.
«Il pane? A quest’ora?»
«Sì. Oggi il profumo mi ha svegliato.»
Ho sentito il suo sorriso dall’altra parte.
Il fornaio è venuto verso di me, con una pagnotta ancora calda tra le mani.
«Questa è per lei. So che apprezza il pane quando è ancora vivo.»
“Vivo”, ha detto proprio così.
L’ho presa e ho sentito il calore attraversarmi i palmi, salire nelle braccia, arrivare fino al petto.
Era come tenere un piccolo sole.
Camminando verso casa, con la pagnotta stretta tra le braccia, ho ripensato al senso di tutto quel rituale mattutino.
Ogni mattina, qualcuno si sveglia quando ancora è buio per impastare, aspettare, girare, infornare.
E per far cosa?
Perché altri — come me — possano sentire un profumo che li sveglia con dolcezza, che dice:
“Ehi, il mondo ricomincia. Vieni anche tu?”
Il pane è una promessa che si rinnova ogni giorno.
Un gesto di fiducia verso la vita, la dimostrazione che ciò che era farina, acqua e nulla… può diventare nutrimento.
E forse anche noi, ogni mattina, dovremmo imparare a riconoscerci come impasti in attesa di luce.
Non perfetti, non finiti. Solo pronti a lievitare ancora.
Quando sono rientrato, Kandy e Khloe mi aspettavano vicino alla porta.
Annusavano la pagnotta come se fosse un tesoro.
E in fondo, lo era davvero.
Massimiliano mi ha guardato e ha detto:
«Sembra una mattina bella.»
«Lo è,» ho risposto. «Il pane era già sveglio prima di me.»
E quella sensazione non mi ha lasciato per tutto il giorno.
Il profumo del forno alle sette e mezza ti resta dentro come una benedizione semplice, un invito a ricordare che la rinascita quotidiana è fatta di gesti minuscoli.
Uno di quei gesti è proprio questo:
fermarsi davanti a un forno che profuma di vita, e lasciare che quel profumo ti riporti a te stesso.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, novembre 2025

0 Commenti