Il racconto del venerdì – L’odore del basilico
di Renzo Samaritani Schneider
Me ne sono accorto una mattina qualunque, senza nessuna intenzione particolare.
Il giorno non aveva promesso nulla di speciale, e forse proprio per questo era il momento giusto.
Il vaso di basilico era lì, sul balcone, come sempre. Un vaso semplice, di terracotta, con la terra un po’ secca in superficie e le foglie larghe, carnose, di un verde quasi arrogante. Il basilico non chiede attenzione: se sta bene, te lo fa sapere da solo.
Mi sono avvicinato per controllare se avesse bisogno d’acqua.
Ho allungato una mano, distrattamente, e con il pollice ho sfiorato una foglia.
È bastato quello.
L’odore è salito immediatamente, netto, pieno, senza mezze misure.
Un profumo verde, pungente, vivo.
Un profumo che non resta educatamente vicino alla pianta, ma invade l’aria, ti prende il naso, ti entra nel petto.
«Ah,» ho detto ad alta voce, senza rendermene conto.
Dalla cucina Massimiliano ha chiesto:
«Che succede?»
«Niente… il basilico.»
«Ha fatto qualcosa di grave?»
Ho sorriso.
«Sì. Mi ha riportato indietro di quarant’anni.»
Lui è venuto sul balcone con la tazza del caffè in mano.
«Fammi annusare.»
Ha sfiorato anche lui una foglia.
«Questo non è un odore,» ha detto. «È un ricordo.»
Ed era vero.
Senza chiedere permesso, quell’odore aveva aperto una porta che non sapevo nemmeno di avere ancora.
E mi sono ritrovato catapultato in un’estate lontana.
Una cucina grande, con le finestre spalancate.
Il sole che entrava obliquo, caldo, impietoso.
Una tavola di legno graffiata dal tempo.
E mani. Tante mani.
«Non strapparle così, le foglie!»
«Così?»
«No, piano… devi spezzarle, non schiacciarle.»
«Ma perché?»
«Perché il basilico si offende.»
Ridevano.
Sempre qualcuno rideva, in quelle estati.
C’era una donna — forse una zia, forse una nonna, forse solo una figura che la memoria ha ricomposto col tempo — che prendeva le foglie una a una, le annusava e poi le lasciava cadere nel mortaio.
«Il basilico va rispettato,» diceva. «Se lo tratti bene, ti restituisce tutto.»
Il pestello scendeva lento.
Tac.
Tac.
Tac.
Io guardavo, seduto su una sedia troppo grande per me, con le gambe che non toccavano terra.
«Posso assaggiare?»
«No, adesso no.»
«Quando?»
«Quando smette di avere fretta.»
Ho sentito di nuovo quell’odore sul balcone di Trani, nel presente.
Le stesse note verdi, lo stesso colpo al cuore.
«A cosa stai pensando?» mi ha chiesto Massimiliano.
«A cucine che non esistono più.»
«Esistono,» ha risposto. «Solo che sono cambiate.»
Aveva ragione.
La memoria non conserva i luoghi come sono stati: li trasforma in spazi interiori.
Sono rientrato in casa, con le dita ancora profumate di basilico. Ogni gesto che facevo sembrava portarsi dietro una scia invisibile. Ho lavato le mani, ma l’odore è rimasto.
Come certi ricordi: puoi provare a sciacquarli via, ma non se ne vanno.
Nel pomeriggio ho preparato qualcosa di semplice.
Pomodori. Olio buono. Sale.
E basilico, naturalmente.
«Quanto ne metti?» ha chiesto Massimiliano.
«Quello che serve.»
«Che vuol dire?»
«Vuol dire che lo capisci quando basta.»
Ho spezzato le foglie con le dita, una a una.
Piano.
Senza fretta.
Mentre mangiavamo, ho detto:
«Sai qual è la cosa strana?»
«Dimmi.»
«Che quell’estate non la ricordo per intero. Ricordo solo l’odore.»
«Forse è l’unica parte che contava davvero.»
Sono rimasto in silenzio.
Certe frasi vanno lasciate decantare.
La sera, prima di chiudere le imposte, sono tornato sul balcone. Il basilico era immobile, tranquillo. Ho sfiorato ancora una foglia, come per salutarlo.
Ho pensato che certi profumi non appartengono a un’epoca precisa.
Non sono dell’infanzia, né dell’età adulta.
Appartengono a una parte di noi che resta intatta, che non invecchia, che non ha bisogno di essere spiegata.
Una parte che, quando sente l’odore giusto, si limita a dire:
“Sono ancora qui.”
Renzo Samaritani Schneider – Trani, gennaio 2026

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