UN WEEKEND A ROMA
Mary Terry ed io arriviamo a Roma in un gennaio piovoso, scendiamo dal treno ed uscendo dalla stazione Mary accende la prima sigaretta della giornata.
-Metto il navigatore per trovare il B&B?- domanda. -Sì, dai, così evitiamo di chiedere per strada.- le faccio eco. Lì giunte ci accoglie un gentile pakistano che ci fa lasciare le valigie, anche se la camera non è ancora pronta. L'abbiamo scelto on line e dopo una breve rinfrescata scendiamo per ispezionare il quartiere, dando un'occhiata a pizzerie e trattorie, per sceglierne una dove pranzeremo e ceneremo più tardi. Abbiamo prenotato questa vacanza un fine settimana, toccata e fuga veloce nella capitale, prima dell'Epifania, per visitare la mostra I Tesori dei Faraoni, ma al di là del poco tempo a disposizione abbiamo intenzione di far fruttare ciascun minuto, godendoci ogni angolo, ogni passo, ogni momento in questa Caput Mundi sempre da scoprire. Il tempo non è dei migliori, ma siamo munite di ombrelli e giacconi imbottiti. Se si escludono le calzature di Mary non proprio adatte a pozzanghere e temporali. Di fatti di lì a poco inizia a piovere e le sue scarpe di tela leggera si inzuppano velocemente. -Mi sa che ho sbagliato a portare queste in viaggio, guardiamo nel mercatino se vendono qualche stivaletto a poco prezzo.- Così ci aggiriamo tra le bancarelle dove Mary sceglie qualcosa che vada meglio per l'occasione, visto che il mal tempo non accenna a smettere. Dopo aver fatto il suo acquisto, sbrighiamo le pratiche del check in al B&B. Ora siamo pronte per recarci alla mostra dei Faraoni alle Scuderie del Quirinale.
Camminiamo sotto una pioggia battente, in alcuni tratti dei marciapiedi cartacce e altra spazzatura ingombrano la strada, mentre commercianti più attenti hanno abbellito l'ingresso del loro negozio con piante e luci. Giungiamo a destinazione e finalmente, all'interno della mostra, lo scenario cambia totalmente, trasportandoci nell'antica civiltà faraonica del mondo egizio. Monili preziosi, manufatti della vita quotidiana, pietre scolpite, gioielli, le statue di Ramses VI, Thutmose III, Senafer, rivivono sotto i nostri occhi stupiti attraverso reperti databili al regno di Akenaton, provenienti dai musei del Cairo e di Luxor. Anche la collaborazione con il museo Egizio di Torino ha potuto permettere questa significativa esposizione, divisa in sei sezioni, dalla vita quotidiana ala spiritualità. Ori, pietre preziose, oggetti per i rituali funebri, collane, maschere della Città d'Oro, rinvenuta attraverso uno scavo archeologico che svela interessanti approfondimenti sulla civiltà egizia. Ma col naso incollato alla vetrina ci perdiamo affascinate da ciò che spicca di più nella sala, il sarcofago della regina Ahhotep: il volto, nel sarcofago, ci calamita per la sua bellezza. Ahhotep,il cui nome vuol dire La luna è in pace o Possa la luna essere soddisfatta, è meno famosa rispetto a Cleopatra. Vissuta intorno al 1550 A.C. fu una regina della XVII Dinastia, Sepolta con armi e insegne del valore militare, e con una collana dai pendenti con grandi mosche d'oro, simboli di forza e potere, in quanto la mosca simboleggiava la resistenza ed era premio per i guerrieri coraggiosi, è menzionata per il ruolo svolto in un periodo storico caratterizzato dalla lotta contro gli Hyksos, quindi considerata regina guerriera che sostenne l'esercito e unificò il paese.
Calamita la nostra attenzione anche il Sarcofago d'oro di Tuya, regina della XIX dinastia, bisnonna di Tutankamon e madre di Ramses II che la fece rappresentare sulla facciata del tempio maggiore di Abu Simbel.
Ma tutta la mostra coi suoi accattivanti colori., argento, ocra, rosso, oro, l'azzurro e il blu dei lapislazzuli, ci ha fatto viaggiare nel tempo.
Prima di lasciare le Scuderie, che una volta ospitavano carrozze e cavalli papali, ammiriamo la vista dalla vetrata panoramica progettata, nella ristrutturazione, dall' architetto Gae Aulenti, per cui l'edificio è divenuto sede espositiva. Dalla vetrata, nel punto più alto dei sette colli, la veduta è spettacolare, mozzafiato: il Pincio, la Basilica di San Pietro, il Fontanone del Gianicolo, La Lanterna di Sant'Ivo, progettata dal Borromini, e i tetti di Roma. Insomma, una visione magica anche se il vetro è incorniciato da minuscole gocce di pioggia che scivolano lente ad offuscare lo scenario.
All'uscita dalla mostra ci rifugiamo in un bar, a prendere qualcosa di caldo dopo esserci incamminate di nuovo sotto l'acqua sferzante.
.-Domattina, per colazione, andiamo da Regoli, famosa pasticceria dove degusteremo il miglior maritozzo con panna di Roma- annuncia Terry aggiornatissima.
-Wow-non vedo l'ora, esclamo mentre mi lecco i baffi bevendo la mia cioccolata calda.
Giunta la sera e rientrate nel quartiere vicino al nostro &e&, ci dirigiamo alla pizzeria scelta al mattino. Tovaglia rigorosamente a quadri bianchi e rossi, pizza tassativamente alla romana, sottile, enorme, debordante dai piatti. I camerieri sono cingalesi e, dopo aver divorato tutto, mentre aspettiamo il conto, Mary esce all'aperto per fumarsi la sua ennesima sigaretta. Così finiamo per fare conoscenza con i giovani camerieri che ci raccontano la loro storia. Poi sentendo che proveniamo dalla Puglia vanno a chiamare il piazzaiolo che è di Giovinazzo, ce lo vediamo arrivare col suo grembiulone bianco, ci tende la mano e scambiamo quattro chiacchiere anche con lui. Ma poi, visto che piove e all'indomani ci aspettano i giardini di Villa Borghese, salutiamo e ci dirigiamo al &e&, dove ci ritiriamo in camera a dormire. Non prima di esserci scambiate i commenti sulla intensa giornata e dopo aver incrociato all'ingresso gente proveniente da tutto il mondo.
All'indomani da Regoli c'è una lunga fila, a testimonianza che la pasticceria è davvero rinomata.
-Ragazze, che si fa, qua c'è da attendere molto...-precisa Terry.
Ci guardiamo intorno e scopriamo che di fronte c'è un'altra pasticceria, il cui nome sembra tutto un invito, si chiama infatti D'amore e un'occhiata all'interno mostra, sui banconi, tanta ottima pasticceria tra cui maritozzi con fragoline di bosco. I tavolini in ferro battuto all'esterno sono liberi.
-Dai,sistemiamoci qui- suggerisce Mary. E così ci accomodiamo e, accompagnati da cappuccini e caffè ci godiamo, senza attesa, i migliori maritozzi che abbiamo mai assaggiato. Dopodiché, sazie e felici, ci dirigiamo a prendere la metro verso Villa Borghese. Durante il percorso a piedi, finalmente non piove, osservo i chioschi dei fiorai, sono delle vere e proprie strutture modulari, con piante e fiori di tutti i tipi, da quelli più semplici a quelli tropicali, e tavolini su cui campeggiano colorate decorazioni floreali natalizie, arricchite da pigne e rami di pino. Insomma, una vera festa per gli occhi.
Scese alla fermata della metro che ci ha portato a Villa Borghese, ci dirigiamo al Museo Carlo Bilotti., il mecenate collezionista che donò opere di arte contemporanea al Comune di Roma. Oltre a opere pittoriche in permanenza, di De Chirico, Severini, Warhol e Larry Ryvers, il museo, situato nell'Aranciera, ospita anche esposizioni temporanee. Una solerte guida all'interno ci delucida sugli autori presenti. Mi colpisce in particolar modo una tela dell'artista romano Piero Mascetti, dal titolo Il paese degli angeli, un effluvio di rossi-arancio che convergono verso la luce, resa da pennellate di giallo e bianco. Al termine della visita ci inoltriamo nei giardini, respirando ossigeno nel polmone verde della città. Mentre camminiamo godendoci il verde, panchine colorate formate da una miriade di spille ci sorprendono per la loro originalità. Ma la cosa più incredibile è che ad un certo punto, come fossimo in alta montagna, davanti ai nostri occhi stupiti si profilano rocce ricche di muschio da cui sgorgano cascatelle d'acqua, nel piccolo stagno sottostante foglie marroni galleggiano mescolandosi ai riflessi degli alberi intorno. L'acqua forma un disegno impressionista. Ci fermiamo per foto ricordo in quest'angolo di paradiso.
Uscite da villa Borghese, dopo altro percorso nella metro, ci ritroviamo a Piazza del Popolo, sotto la guida di Terry che conosce Roma meglio di tutte noi. Qui una vibrante frenesia sale dalla piazza. La fontana dei leoni di marmo bianco riversa acqua nelle vasche sottostanti, i tronchi di piramide da cui si ergono i leoni e l'obelisco in granito rosso ci riportano nuovamente all'antico Egitto. Gli artisti di strada sono all'opera con le loro gigantesche bolle di sapone, che si formano, si levano in alto dolcemente, attraversano lo spazio con cangianti colori viola blu e si diffondono tutt'intorno, galleggiando mollemente come trasparenti palloni aerostatici. Seguiamo le loro evoluzioni con il naso all'insù. Poi superiamo le chiese gemelle per tuffarci nelle stradine affollate di trattorie e localetti vari.
-Ehi, ragà, che ne dite, scegliamo un posto per mangiare? Pranziamo presto che dopo abbiamo il treno per il rientro- suggerisce Terry. Così, tra tavoli all'aperto già occupati da turisti e localini vari, adocchiamo una porta che ci attrae in qualche modo ed entriamo all'Antica Enoteca. Bancone in legno, lampadari liberty, pareti decorate, soffitto a cassettoni, un'atmosfera calda ci avvolge. E il cibo non è da meno, prendiamo piatti tipici, io pasta all'amatriciana, terry cacio e pepe, Mary prova i saltimbocca, e tutto è squisito. Usciamo pienamente soddisfatte del nostro pranzo, dirigendoci al B&B, per recuperare i trolley e dirigerci alla stazione. Prima però sosta in un tabacchino per comprare biglietti della lotteria, sia mai un colpo di fortuna. Il gestore, un bell'uomo sulla quarantina, parla romano. -Ah, finalmente -esclama Terry, un vero romano, dopo tanti stranieri!- -Veramente sono siciliano- ribatte lui, -ma vivo da tanti anni qui.- Scoppiamo a ridere, ritiriamo i nostri biglietti mentre il bel siculo-romano ci saluta con un,-mi raccomando, se vincete ricordatevi di me.-
Il soggiorno è stato breve ma intenso, siamo in treno sulla via del ritorno.
Roma ci ha accolte allargando le braccia di vecchia matrona, ricca di volti linguaggi luci e sinfonie diverse, consapevole che anche nelle sue pieghe più nascoste conserva il fascino di una eterna bellezza. Arrivederci, Roma, ad altre scoperte nel tuo grembo per la prossima volta, quando torneremo a trovarti e nuovamente ci accoglierai, sorniona e maestosa, nel tuo grande caloroso abbraccio.
Maria Letizia Gangemi











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