Giacomo Marinaro: "Perché solitamente in queste circostanze vincono tutti. Quindi io parto dalla fine: abbiamo perso.” di Renzo Samaritani Schneider

 


La notte in cui Trani ha smesso di fingere

Perché, questa volta, il civismo non è bastato

A Trani, nella lunga notte elettorale del 25 maggio 2026, è accaduta una cosa che in molti fingevano di non vedere da mesi: la città ha improvvisamente rimesso i piedi per terra.

Dopo settimane di slogan, dirette Facebook, appelli identitari, liste civiche nate come funghi dopo la pioggia e promesse di “rivoluzioni gentili”, il risultato uscito dalle urne sembra aver riportato il dibattito politico su un terreno molto più concreto. Quello delle strutture organizzate, delle coalizioni vere, dei rapporti consolidati sul territorio e della capacità di trasformare il consenso emotivo in macchina elettorale.

Ed è probabilmente questa la chiave più importante del primo turno.

Perché il dato che emerge con maggiore chiarezza non è soltanto l’ottimo risultato ottenuto da Marco Gagliano, né il distacco costruito sul resto degli avversari. Il dato politico vero è che il cosiddetto “terzo spazio civico” non è riuscito a trasformarsi in alternativa di governo.

Eppure sarebbe ingeneroso liquidare ciò che è accaduto come una sconfitta semplice.

Il risultato ottenuto da Giacomo Marinaro resta importante. In alcuni momenti dello spoglio, persino sorprendente. Oltre il 22% in una competizione dominata da due grandi blocchi politici è un dato che non può essere ignorato. Anzi, durante la diretta speciale di Telesveva, qualcuno in studio ha ricordato come un risultato simile rappresenti uno dei migliori exploit civici mai registrati nella recente storia politica tranese.

Ma proprio qui emerge il punto più delicato.

Un candidato può essere forte.
Può parlare bene.
Può intercettare rabbia, delusione e desiderio di cambiamento.
Può perfino entusiasmare una parte della città.

Ma senza una struttura politica realmente solida, senza liste profonde, senza una rete capace di presidiare il territorio sezione per sezione, il consenso rischia di restare sospeso a metà strada fra testimonianza e governo.

Ed è significativa, da questo punto di vista, una delle osservazioni più lucide emerse durante la maratona televisiva:

“Le liste hanno due o tre candidati forti e il resto sono un po’ vuote.”

Una frase durissima. Forse la più dura della serata.

Perché tradotta in linguaggio politico significa una cosa molto semplice: il candidato esisteva, ma il sistema che avrebbe dovuto sostenerlo non era abbastanza forte per accompagnarlo fino al ballottaggio.

Nel frattempo, dall’altra parte, Marco Gagliano ha dato l’impressione opposta: quella di un candidato prudente, paziente, quasi già mentalmente proiettato verso il secondo turno.

Nelle sue dichiarazioni pubbliche non c’era euforia. Non c’era trionfalismo. C’era invece il linguaggio tipico di chi sa che le elezioni vere iniziano adesso:

“Abbiamo incontrato tantissime persone… continueremo a dialogare… siamo molto aperti a discutere con chiunque.”

Parole che sembrano costruite appositamente per lasciare aperti ponti e interlocuzioni.

Ed è qui che la politica torna ad essere politica vera, non storytelling da social network.

Perché da oggi il tema centrale non sarà più soltanto chi è arrivato primo o secondo. La domanda reale sarà un’altra:

Dove andranno i voti e soprattutto l’anima politica dell’area civica?

Perché il consenso raccolto da Marinaro racconta qualcosa di autentico. Racconta un disagio diffuso verso le vecchie appartenenze, una stanchezza verso gli schemi tradizionali, ma anche una richiesta di maggiore spontaneità e vicinanza umana nella politica cittadina.

Tuttavia, proprio questa elezione sembra aver dimostrato anche il limite del civismo contemporaneo: quando il civismo smette di essere laboratorio culturale e diventa soltanto contenitore elettorale, rischia di trasformarsi in un fragile mosaico di personalità senza una vera direzione comune.

Ed è forse per questo che, alla fine, molti tranesi hanno scelto di rifugiarsi ancora una volta nelle coalizioni strutturate.

Non necessariamente per entusiasmo.
Forse nemmeno per convinzione profonda.
Ma per una ragione molto più concreta: la sensazione che, nel bene o nel male, siano ancora le uniche realtà percepite come davvero in grado di governare una macchina complessa come quella comunale.

Il ballottaggio, adesso, resta apertissimo.

Perché Angelo Guariello mantiene un’area compatta e identitaria che il centrodestra storicamente conserva anche nei momenti più difficili. E perché l’elettorato civico uscito sconfitto potrebbe diventare l’ago della bilancia decisivo delle prossime due settimane.

Ma una cosa, probabilmente, questa notte l’ha già chiarita.

La stagione delle illusioni leggere sembra finita.

A Trani la politica è tornata improvvisamente pesante, concreta, numerica, territoriale.
Meno romantica.
Più reale.

E forse, nel profondo, la città aveva proprio bisogno di questo brusco ritorno alla realtà.

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