Il racconto del venerdì – La lettera che non ho spedito
di Renzo Samaritani Schneider
La busta è ancora lì.
Appoggiata sul tavolo, leggermente spostata verso il bordo, come se qualcuno l’avesse toccata e poi lasciata andare senza decidere davvero.
Non è nuova.
Non è vecchia.
È… sospesa.
L’ho presa in mano una mattina che non aveva nulla di speciale. Una di quelle mattine in cui non succede niente di evidente, ma qualcosa dentro chiede attenzione.
«È ancora lì?» ha detto Massimiliano, passando dietro di me.
«Sì.»
«Non l’hai spedita.»
«No.»
«E non la spedirai.»
Non era una domanda.
«Forse no,» ho detto.
Mi sono seduto.
Ho aperto la busta.
La carta aveva già preso una piega morbida, come se il tempo avesse cominciato a leggerla prima di me. Le parole erano lì, ordinate, precise. Scrittura pulita, senza cancellature.
Segno che quando l’ho scritta, sapevo cosa volevo dire.
O almeno credevo.
Ho iniziato a leggere.
Le prime righe erano chiare.
Dirette.
Quasi gentili.
Poi qualcosa cambiava.
Le frasi si allungavano.
Le parole si facevano più pesanti.
Non più spiegazioni, ma tentativi.
Tentativi di dire qualcosa che non si lascia dire facilmente.
«È strano,» ho detto.
«Cosa?»
«Che mentre la scrivevo era tutto chiaro.»
«E adesso?»
«Adesso è… troppo.»
Massimiliano si è fermato accanto a me.
Non ha letto.
Non ha chiesto.
«Vuoi davvero che arrivi?»
«Non lo so.»
«Allora sai già la risposta.»
Silenzio.
Ho riletto una frase.
— “Avrei voluto dirtelo prima…”
Quella frase.
Sempre quella.
Il rifugio di chi arriva tardi.
O di chi ha avuto bisogno di tempo.
«Secondo te è per lui?» ho chiesto.
«Per chi?»
«Per chi dovrebbe leggerla.»
Massimiliano ha fatto un mezzo sorriso.
«No.»
«No?»
«È per te.»
Mi sono fermato.
Ho guardato la pagina.
Poi la mia scrittura.
C’erano cose che non avevo mai detto ad alta voce.
C’erano pensieri che avevano preso forma solo lì, su quel foglio.
Non erano accuse.
Non erano difese.
Erano… chiarimenti.
«Sai qual è la cosa?» ho detto piano.
«Quale?»
«Che non ho più bisogno che lo sappia.»
«E allora?»
«Allora forse non devo spedirla.»
Ho piegato il foglio con calma.
Una piega precisa.
Poi un’altra.
Non con rabbia.
Non con rassegnazione.
Con lucidità.
«Non è una rinuncia,» ho detto.
«No?»
«No. È una scelta.»
Massimiliano ha annuito.
«Si sente.»
La busta è rimasta aperta sul tavolo.
Non ho avuto fretta di chiuderla.
Non ho avuto fretta di decidere cosa farne.
Alcune cose non hanno bisogno di una conclusione immediata.
Ho pensato a quante parole viaggiano inutilmente.
Quante vengono spedite per alleggerire chi scrive, non per raggiungere chi riceve.
E a quante, invece, fanno il loro lavoro restando.
«La butti?»
«No.»
«La tieni?»
«Sì.»
«Perché?»
«Per ricordarmi che l’ho capita.»
Massimiliano ha sorriso.
«Allora è arrivata.»
«Sì.»
«Anche senza partire.»
Ho chiuso la busta senza sigillarla.
L’ho rimessa sul tavolo, nello stesso punto.
Ma non era più sospesa.
Era… completa.
Ho capito che non tutto ciò che sentiamo deve viaggiare lontano.
Non tutte le verità hanno bisogno di un destinatario.
Alcune servono solo a chi le scrive.
A mettere ordine.
A vedere meglio.
A lasciar andare senza rumore.
La lettera è rimasta lì.
Non spedita.
Ma arrivata esattamente dove doveva arrivare.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, maggio 2026

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