"L’orologio fermo alle 3:15" di Renzo Samaritani Schneider




Il racconto del venerdì – L’orologio fermo alle 3:15

di Renzo Samaritani Schneider

Me ne sono accorto per caso.

La stanza era silenziosa, di quel silenzio pieno che non disturba ma avvolge. La luce del pomeriggio filtrava dalle tende leggere, tagliando l’aria in strisce oblique.

E poi l’ho visto.

L’orologio.

Appeso alla parete, sopra la libreria. Quadrante chiaro, numeri sottili, lancette nere. Elegante, discreto. Sempre stato lì.

Segnava le 3:15.

Ho guardato il cellulare.
Le 17:42.

Ho guardato di nuovo l’orologio.

3:15.

Non c’era nessun ticchettio. Nessuna vibrazione. Nessuna lotta contro il tempo.

Solo immobilità.

«Massimiliano,» ho chiamato.
«Sì?»
«Che ore sono?»
«Le sei meno un quarto.»
«E quello?»

È venuto in salotto, ha alzato lo sguardo.

«Ah.»
«Ah cosa?»
«Si è fermato.»
«Quando?»
«Non lo so.»

Ci siamo fermati entrambi a guardarlo, come si guarda qualcosa che non dovrebbe accadere.

«È strano,» ho detto.
«Cosa?»
«Che mi dia fastidio.»
«Ti dà fastidio?»
«Sì. È come se qualcuno avesse interrotto una frase a metà.»

Massimiliano ha incrociato le braccia.
«O forse ha messo un punto.»

Sono rimasto in silenzio.

3:15.

Che ora è, le 3:15?
Non è alba.
Non è notte piena.
Non è pranzo.
Non è sera.

È un’ora sospesa. Un’ora che non reclama attenzione.

Ho pensato a quante volte mi sono sentito così.
Non inizio, non fine.
Non corsa, non riposo.
Solo… sospensione.

«Lo aggiusti?» mi ha chiesto.
«Non adesso.»
«Perché?»
«Voglio vedere cosa succede.»

È rimasto un attimo a fissarmi.
«Succede che resterà fermo.»
«Forse è quello il punto.»

Mi sono seduto sul divano e ho continuato a guardarlo.
C’era qualcosa di profondamente disarmante in quell’immobilità.

Noi viviamo inseguendo il tempo biologico: scadenze, appuntamenti, ritmi.
Viviamo nel tempo emotivo: attese lunghe, giorni che volano.
Viviamo nel tempo spirituale: momenti che sembrano eterni, anche se durano pochi secondi.

E poi, ogni tanto, un orologio si ferma.

Non perché lo abbiamo deciso.
Non perché lo abbiamo programmato.
Semplicemente si ferma.

«Ti ricordi quando non volevi fermarti?» ha detto Massimiliano piano.
«Quando?»
«Quando lavoravi anche la domenica.»
«Lo faccio ancora.»
«Non così.»

Aveva ragione.

Ci sono periodi in cui crediamo che fermarci significhi perdere.
E invece a volte fermarsi è l’unico modo per sentire se stiamo andando da qualche parte.

Mi sono alzato, mi sono avvicinato all’orologio. Ho sfiorato il vetro. Freddo. Liscio.

3:15.

«Sai che forse non è rotto?» ho detto.
«No?»
«Forse è stanco.»
«È un oggetto.»
«Anche noi lo siamo.»

Ha sorriso appena.

Il silenzio nella stanza era diverso. Non più casuale. Era intenzionale. Come se l’orologio avesse imposto una tregua.

Mi sono chiesto quante volte il tempo si è fermato dentro di me senza che me ne accorgessi.
Quando un dolore mi ha costretto a rallentare.
Quando una gioia mi ha fatto perdere il conto dei minuti.
Quando una decisione mi ha immobilizzato per giorni.

Non siamo sempre noi a fermarci.
A volte è il tempo che si siede accanto a noi e dice:

Adesso basta correre.

«Lo lasciamo così per un po’?» ho chiesto.
«Sì,» ha detto Massimiliano. «Ma solo se prometti che non lo trasformi in una filosofia di vita.»
«Troppo tardi.»

Ha riso.

La sera è arrivata comunque.
Il sole è sceso anche senza l’aiuto dell’orologio.
La cena è stata pronta lo stesso.
I gatti hanno chiesto da mangiare puntuali come sempre, incuranti delle 3:15.

E ho capito una cosa semplice, quasi ovvia:
il tempo non ha bisogno di essere misurato per esistere.

A volte un orologio che si ferma non è un guasto.
È un invito.

Un invito a respirare.
A sospendere il giudizio.
A smettere di contare.

E mentre spegnevo le luci, ho lasciato l’orologio fermo lì, sulle 3:15.

Non come un errore.
Ma come una pausa necessaria.

Perché a volte non siamo noi a fermarci.
È il tempo che, con discrezione, ci chiede di farlo.


Renzo Samaritani Schneider – Trani, febbraio 2026



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