Capitolo 1 "Io Sono, Noi Siamo", Voci dalla Città della Nuova Luce di Renzo Samaritani Schneider

 


PARTE I — L’ARRIVO DELLA LUCE

1️⃣ Il cancello delle ex stalle

La strada saliva lenta tra le colline del Gargano come un vecchio serpente addormentato al sole.

L’asfalto, screpolato dal calore di anni e di estati pugliesi troppo luminose, si arrampicava tra ulivi contorti, muretti a secco e ciuffi di finocchietto selvatico mossi dal vento. Ogni tanto appariva il mare, lontanissimo, una lama azzurra sotto il cielo bianco di giugno, e poi spariva di nuovo dietro le curve della montagna.

Massimiliano guidava in silenzio, con entrambe le mani strette sul volante della vecchia Panda grigia che ormai sembrava respirare insieme a loro da tanti anni. Dal finestrino aperto entrava odore di terra calda, di polvere, di erba secca e di fichi maturi.

Dietro, nel trasportino, Khloe miagolava con indignazione regolare ogni tre o quattro minuti.

Kandy invece osservava tutto senza emettere un suono.

Seduta composta come una piccola sfinge color miele sul sedile posteriore, guardava il paesaggio con quella sua espressione leggermente scandalizzata che sembrava dire:
“Non approvo nulla di tutto questo, ma continuerò comunque a sorvegliare la situazione.”

Renzo sorrise appena.

— Lo sai che secondo me lei pensa davvero di essere la proprietaria della macchina? — disse.

Massimiliano rise piano.

— Della macchina no. Del pianeta forse sì.

Il sole del pomeriggio incendiava le pietre bianche dei casolari sparsi sulle colline. Alcuni sembravano abbandonati da decenni, con le finestre vuote e i tetti crollati; altri invece avevano pergolati pieni di vite e sedie di plastica lasciate davanti alle porte, come se qualcuno fosse appena rientrato per bere un caffè.

Ogni tanto compariva un cane randagio.
Ogni tanto una vecchia Apecar.
Ogni tanto il nulla.

Poi arrivò il cancello.

Era più semplice di quanto Renzo avesse immaginato.

Niente portali mistici.
Niente statue gigantesche.
Nessuna musica etnica in sottofondo.

Solo due pilastri di pietra grezza consumati dal tempo, un vecchio cancello di ferro verniciato male e una tavola di legno appesa con catene arrugginite.

Sopra, dipinte a mano con vernice blu ormai scolorita, c’erano parole leggermente storte:

CITTÀ DELLA NUOVA LUCE

Sotto qualcuno aveva inciso un piccolo simbolo del loto.

Khloe smise improvvisamente di lamentarsi.

Kandy socchiuse gli occhi.

Il vento passò tra gli ulivi producendo un fruscio lungo e morbido, quasi marino.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Renzo sentì una strana stretta allo stomaco.

Non paura.
Non entusiasmo.

Qualcosa di più difficile da spiegare.

La sensazione di stare entrando dentro un’idea.

Massimiliano rallentò.

— È qui… — disse piano.

Dentro il cancello partiva una strada sterrata circondata da cespugli di lavanda selvatica e rosmarino. L’aria profumava intensamente di sole, resina e polvere bianca.

Più avanti si intravedevano costruzioni basse in pietra chiara, alcune restaurate, altre ancora mezze crollate. Da lontano arrivavano rumori metallici, colpi di martello, voci confuse e il latrare di un cane.

Non sembrava una città spirituale.

Sembrava un enorme cantiere agricolo abitato da visionari.

E forse era proprio questo a renderlo reale.

Appena superato il cancello, videro una donna seduta su una sedia pieghevole accanto a un tavolo improvvisato.

Avrà avuto poco più di cinquant’anni, capelli bianchi raccolti in una treccia disordinata, sandali consumati e una lunga gonna color zafferano macchiata di terra.

Stava pulendo lentamente delle zucchine.

Accanto a lei, un ragazzo tedesco completamente rasato cercava di montare senza successo una tenda canadese sotto un fico.

La donna alzò lo sguardo.

Aveva occhi chiarissimi.

— Namasté — disse sorridendo. — Siete quelli di Trani?

Massimiliano annuì.

— Sì. Renzo e Massimiliano.

La donna guardò subito le gatte.

— Ah… e loro devono essere le vere responsabili del viaggio.

Kandy scese dalla macchina con la dignità di una sacerdotessa egizia in esilio.

Annusò una pietra.
Osservò tutti.
Poi si sedette esattamente al centro della strada sterrata, impedendo il passaggio a chiunque.

Khloe invece uscì dal trasportino come una scheggia impazzita e corse immediatamente verso un cespuglio di lavanda.

— KHLOE! — gridò Renzo.

Troppo tardi.

La gattina sparì.

La donna rise forte.

— Tranquilli. Qui gli animali dopo un po’ decidono da soli se restare.

Quella frase rimase sospesa nell’aria in modo strano.

Come se non parlasse soltanto degli animali.

Più avanti, tra gli alberi, apparvero le vecchie stalle.

Renzo le fissò in silenzio.

Erano enormi.

Lunghe costruzioni di pietra chiara con archi bassi e tetti parzialmente restaurati. Alcune finestre avevano ancora vecchie grate arrugginite. In un angolo si vedevano carriole, mattoni, sacchi di cemento e travi accatastate.

Ma nonostante il caos, c’era qualcosa di sorprendentemente bello.

La luce.

La luce cadeva su quelle pietre in modo quasi irreale.

Dorata.
Calda.
Liquida.

Faceva sembrare tutto sospeso tra rovina e nascita.

Un uomo con la barba lunga e i capelli raccolti in uno chignon uscì da uno degli edifici portando una cassa piena di pomodori.

— Oh, sono arrivati i pugliesi di Trani! — esclamò con entusiasmo.

Dietro di lui comparvero altri volti:
una ragazza francese piena di lentiggini,
un anziano con una maglietta dei Pink Floyd,
una coppia indiana,
un ragazzo magrissimo coperto di tatuaggi,
e una signora elegantissima che sembrava appena uscita da un salotto milanese.

Tutti sporchi di polvere.

Tutti stanchi.

Tutti stranamente vivi.

Renzo sentì dentro di sé qualcosa che conosceva bene.

Quella vibrazione delle comunità spirituali agli inizi.
Quel miscuglio di speranza, improvvisazione e caos.

Lo aveva già sentito quarant’anni prima.

Negli ashram.
Nei templi.
Nelle radio spirituali improvvisate.
Nelle cucine collettive dove si litigava sul sale integrale e poi si finiva a cantare insieme alle due di notte.

La differenza era che allora aveva vent’anni.

Ora quasi sessanta.

E il cuore umano, col tempo, diventa più prudente.

Ma non per questo smette di riconoscere il profumo dei sogni.

Massimiliano gli sfiorò una mano.

— A cosa pensi?

Renzo guardò le vecchie stalle.

Alcuni volontari stavano già montando pannelli solari sul tetto.
Da una finestra usciva odore di sugo al basilico.
Più lontano qualcuno stava suonando lentamente un harmonium.

E sopra tutto, il cielo pugliese.

Immenso.

— Penso… — disse piano — che le utopie fanno sempre un po’ paura.

Poi sorrise.

— Però certe volte è bello entrarci lo stesso. 🌿

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