Il racconto del venerdì – Le panchine del porto
di Renzo Samaritani Schneider
Le panchine del porto non sono mai vuote.
Anche quando sembrano vuote.
Sono occupate da chi si siede.
E da chi ci si è seduto prima.
E da chi, senza saperlo, ci si siederà dopo.
Quel pomeriggio il vento era gentile. Non abbastanza forte da disturbare, ma sufficiente a ricordare che il mare è lì, sempre in movimento, anche quando sembra calmo.
Mi sono seduto su una panchina che guardava verso l’acqua.
Il legno era tiepido.
Segno che qualcuno era passato poco prima.
«Ti siedi?» ha detto Massimiliano.
«Già fatto.»
«Allora mi unisco.»
Si è seduto accanto a me, lasciando quella distanza minima che non è distanza, ma rispetto dello spazio.
Davanti a noi, il porto respirava.
Barche ferme che sembravano muoversi.
Cime tese.
Riflessi spezzati sull’acqua.
Un gabbiano è atterrato poco più in là.
Ha fatto due passi, poi si è fermato.
«Guarda quello,» ho detto.
«Sì.»
«Ha l’aria di uno che sa tutto.»
«E non dice niente.»
«Il migliore.»
Silenzio.
Sulla panchina accanto, un uomo anziano guardava il mare. Non si muoveva. Non parlava. Ma nella sua postura c’era una storia intera.
Ho immaginato il dialogo.
— “Aspetti qualcuno?”
— “No. O forse sì.”
— “Arriverà?”
— “È già arrivato, ma non nel modo che pensavo.”
«A cosa pensi?» ha chiesto Massimiliano.
«A quello che non si dice.»
«Qui ce n’è molto.»
«Sì. Più che altrove.»
Una coppia è passata lentamente davanti a noi. Lei parlava, lui ascoltava.
«Non puoi sempre evitare,» diceva lei.
«Non sto evitando.»
«Allora cosa stai facendo?»
«Sto aspettando di capire.»
Si sono fermati vicino all’acqua.
Non si sono toccati.
Ma non si sono nemmeno allontanati.
«Secondo te si vogliono bene?» ho chiesto.
«Sì.»
«E allora perché non si dicono niente di importante?»
«Perché lo sanno già.»
Ho annuito.
Il gabbiano si è avvicinato di qualche passo.
Ha inclinato la testa, come se stesse ascoltando anche lui.
«Cosa dici?» gli ho detto piano.
«Secondo te capisce?» ha chiesto Massimiliano.
«Capisce più di noi.»
«E cosa capisce?»
«Che stiamo complicando tutto.»
Il gabbiano ha emesso un verso breve.
Non era un suono elegante, ma era preciso.
— “Avete fame di parole inutili,” sembrava dire.
— “Noi no.”
Ho sorriso.
Una ragazza si è seduta sulla nostra panchina, all’estremità.
Non ci ha guardati.
Ha tirato fuori il telefono, poi l’ha rimesso via.
«Non funziona?» ho chiesto.
«Sì.»
«E allora?»
«Oggi non mi serve.»
Massimiliano mi ha lanciato uno sguardo.
«Vedi?»
«Sì.»
«Sta imparando.»
«O forse lo sa già.»
La ragazza ha guardato il mare.
«Qui si sente meno rumore,» ha detto.
«Sì,» ho risposto.
«Eppure c’è più vita.»
Ha annuito.
Poi si è alzata senza aggiungere altro.
Le panchine sono così.
Non trattengono.
Accolgono e lasciano andare.
Ho guardato il legno sotto di me.
Segni, graffi, piccole crepe.
Ogni segno una sosta.
Ogni sosta una storia.
«Sai cosa penso?» ho detto.
«Cosa?»
«Che qui nessuno è davvero solo.»
«Anche se non si parla?»
«Soprattutto.»
Il vento ha mosso l’acqua.
I gabbiani si sono alzati in volo.
L’uomo anziano sulla panchina accanto si è alzato lentamente.
Ha fatto un passo, poi un altro.
Non si è voltato.
Ma qualcosa è rimasto.
Ho capito allora che condividiamo molto più di quanto crediamo.
Non nelle parole.
Non nei racconti espliciti.
Ma negli sguardi che si incrociano per un secondo.
Nei silenzi che non mettono a disagio.
Nel semplice fatto di essere lì, nello stesso momento, nello stesso spazio.
Le panchine del porto lo sanno.
Per questo non sono mai vuote.
Nemmeno quando sembrano.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, aprile 2026

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