2️⃣ La stanza numero sette
La sera scese sulla Città della Nuova Luce lentamente, come una coperta tiepida stesa sopra le colline del Gargano.
Il cielo passò dall’oro al rame, poi al viola, poi a quel blu profondo del Sud che sembra quasi liquido. In lontananza si sentivano campane di pecore, il richiamo intermittente di qualche uccello notturno e il vento che attraversava gli ulivi producendo un suono simile a un respiro collettivo.
Le vecchie stalle, illuminate da lampadine appese con fili provvisori, sembravano un villaggio in costruzione tra passato e futuro.
Alcuni volontari continuavano a lavorare anche col buio:
un ragazzo spagnolo trasportava tavole di legno,
due donne sistemavano coperte dentro un dormitorio ancora incompleto,
qualcuno rideva vicino alla cucina,
qualcuno discuteva animatamente di pannelli solari,
qualcun altro suonava un flauto stonato seduto sopra una carriola.
E in mezzo a tutto quel caos umano, spirituale, artigianale, quasi circense… c’era la stanza numero sette.
Il loro bilocale.
Renzo osservò il piccolo cartello inchiodato storto accanto alla porta:
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Solo quello.
Nessun simbolo mistico.
Nessuna scritta poetica.
La porta era di legno grezzo, ancora impregnata dell’odore acre della vernice fresca. Quando Massimiliano infilò la chiave nella serratura, il meccanismo cigolò come se protestasse.
Dentro li accolse una luce gialla molto morbida.
La stanza era minuscola.
Un piccolo soggiorno con un tavolo recuperato chissà dove, due sedie diverse tra loro, una cucina essenziale montata probabilmente da volontari inesperti e una finestra spalancata sulla campagna.
L’odore era un miscuglio di:
calce fresca,
legno nuovo,
umidità antica,
lavanda,
e pietra.
Tanta pietra.
Le pareti conservavano ancora la memoria delle stalle di un tempo. In alcuni punti si vedevano ganci arrugginiti, vecchi anelli metallici e segni scuri lasciati dagli animali decenni prima.
Massimiliano appoggiò le borse a terra e rimase immobile per qualche secondo.
— Sai che ti dico? — disse. — A me piace.
Renzo sorrise.
— Anche a me.
E lo pensava davvero.
Non era il comfort a colpirlo.
Era la sensazione.
Quel luogo sembrava ancora incompleto abbastanza da poter essere immaginato.
Khloe entrò per prima.
Con la coda alta e gli occhi enormi, iniziò immediatamente l’ispezione dell’appartamento:
annusò le sedie,
si infilò sotto il tavolo,
salì sul davanzale,
poi sparì dietro il piccolo divano color sabbia.
Kandy invece si comportò come un’aristocratica inglese costretta a visitare una casa di campagna decisamente sotto i suoi standard.
Entrò lentamente.
Osservò tutto.
Poi fissò Renzo con uno sguardo chiarissimo che sembrava dire:
“Questa sistemazione è temporanea, spero.”
Massimiliano rise.
— Lei è sconvolta dal proletariato spirituale.
Fuori il cielo continuava a scurirsi.
Dal tempio distante arrivavano suoni lievi:
campanelli,
una voce maschile che cantava mantra,
il colpo secco di un tamburo.
Ma si mescolavano anche ad altri rumori molto meno mistici:
trapani,
piatti,
persone che ridevano,
qualcuno che bestemmiava in francese perché aveva perso una vite.
Era questo che rendeva il posto reale.
Non l’illuminazione.
Non il guru.
Non le parole.
Il disordine umano.
Massimiliano aprì la finestra.
L’aria della sera entrò subito nella stanza portando odore di terra bagnata e rosmarino selvatico.
Da lì si vedevano le colline scendere lentamente verso il mare invisibile.
In lontananza brillavano minuscole luci isolate:
fattorie,
casolari,
vite sconosciute.
Renzo si sedette sul letto.
Il materasso protestò rumorosamente.
— Questo letto morirà entro Ferragosto — dichiarò.
— Prima di noi o dopo di noi?
— Dipende dalla qualità del karma.
Risero.
Per la prima volta da quando erano entrati nel cancello delle ex stalle, sentirono davvero di essere arrivati.
Non ospiti.
Non turisti spirituali.
Ma parte provvisoria di qualcosa.
Khloe saltò improvvisamente sul letto e si acciambellò accanto a Renzo.
Lui le accarezzò la testa.
— Tu almeno sembri già a casa.
La gattina chiuse lentamente gli occhi.
Kandy invece continuava a pattugliare l’appartamento con evidente sospetto metafisico.
Ogni tanto si fermava a fissare il muro.
Ogni tanto la finestra.
Ogni tanto il soffitto.
Come se percepisse qualcosa che gli umani non riuscivano ancora a capire.
Più tardi uscirono a mangiare.
La cucina comune era illuminata da decine di lampadine appese tra gli alberi. Tavoli lunghi di legno erano stati sistemati all’aperto sotto pergolati ancora incompleti.
L’odore del cibo avvolgeva tutto:
zuppa di lenticchie,
pane caldo,
verdure grigliate,
basilico,
aglio,
vino rosso.
Attorno ai tavoli sedevano persone di ogni tipo.
Una ragazza con i dreadlocks parlava di astrologia karmica.
Un ex professore torinese spiegava i limiti del capitalismo spirituale.
Una donna argentina raccontava di aver lasciato Buenos Aires dopo un sogno con Shiva.
Un ragazzo pugliese sosteneva che il vero problema del mondo fosse il glutine industriale.
E in mezzo a tutto questo, Shivananda camminava lentamente tra i tavoli salutando tutti con calma.
Non sembrava un guru.
Sembrava un uomo molto stanco che cercava di tenere insieme cento sogni contemporaneamente.
Quando passò vicino a loro, sorrise.
— La stanza sette vi piace?
— Molto — disse Massimiliano.
Shivananda annuì.
— Quella stanza era di due cavalli.
Renzo quasi soffocò con il pane.
— Come scusa?
— Prima delle ristrutturazioni. Due cavalli vivevano lì.
Silenzio.
Massimiliano scoppiò a ridere.
— Beh… allora abbiamo mantenuto lo spirito originale della struttura.
Shivananda rise piano anche lui.
Ma nei suoi occhi passò qualcosa di strano.
Una stanchezza antica.
Forse persino paura.
Poi si allontanò verso un altro tavolo.
La notte diventò fredda molto velocemente.
Rientrarono nella stanza numero sette mentre il vento scuoteva lentamente gli alberi fuori dalle finestre.
Khloe e Kandy li aspettavano sul letto.
O almeno così sembrava.
Perché pochi minuti dopo, mentre Renzo sistemava alcuni libri sopra il tavolino e Massimiliano preparava una tisana nella minuscola cucina…
Khloe non c’era più.
All’inizio pensarono fosse nascosta.
Sotto il letto.
Dietro il divano.
Dentro il bagno.
La chiamarono piano.
— Khloe…
Nessuna risposta.
Massimiliano prese la torcia del telefono.
Controllarono ovunque.
Niente.
La finestra era socchiusa.
Fuori la campagna era completamente immersa nell’oscurità.
Solo qualche luce lontana tremava nel vento.
Kandy sedeva immobile sul davanzale.
Con gli occhi spalancati verso la notte.
E per la prima volta da quando erano arrivati…
sembrava inquieta. 🌒

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