Capitolo 5, Io Sono, Noi Siamo: "Il consiglio cittadino della luce", Voci dalla Città della Nuova Luce di Renzo Samaritani Schneider

 


6️⃣ Il consiglio cittadino della luce

Il problema delle comunità spirituali, pensava Renzo osservando il cortile dal davanzale della stanza numero sette, è che prima o poi qualcuno deve decidere chi compra la carta igienica.

Le grandi parole arrivano subito:
coscienza,
armonia,
nuova umanità,
risveglio planetario.

Poi però, inevitabilmente, arrivano anche:
i turni di pulizia,
le bollette,
le perdite d’acqua,
le chiavi sparite del magazzino,
e le discussioni infinite sulla gestione della cucina.

Ed era esattamente lì che la Città della Nuova Luce stava entrando.

Nella fase pericolosa.

Quella in cui i sogni devono incontrare l’organizzazione.

Il sole stava tramontando lentamente dietro le colline del Gargano. Le pietre delle ex stalle brillavano di riflessi arancioni e il vento della sera portava odore di salvia, polvere e legna bruciata.

Dal cortile principale arrivava un brusio insolito.

Sedie trascinate.
Persone che discutevano.
Qualcuno che rideva.
Qualcun altro già nervoso prima ancora di iniziare.

Massimiliano infilò la testa dentro la stanza.

— Renzo… stanno preparando l’assemblea.

Renzo chiuse lentamente il libro che stava leggendo.

— Ah. È arrivato il momento.

— Quale momento?

— Il momento in cui ogni comunità smette di essere un sogno e diventa un condominio spirituale.

Massimiliano scoppiò a ridere.

Fuori, sotto il grande pergolato centrale, avevano disposto sedie spaiate in cerchio.

C’erano:
sedie di plastica bianca,
vecchie sedie da cucina,
cuscini indiani,
cassette della frutta capovolte,
perfino un tronco usato come sgabello.

Al centro qualcuno aveva acceso lanterne e sistemato un piccolo tavolo con una campana tibetana, una brocca d’acqua e un enorme quaderno intitolato:

CONSIGLIO CITTADINO DELLA LUCE

La scritta era stata fatta con pennarello dorato da qualcuno evidentemente molto entusiasta.

Khloe passò in mezzo alle sedie come se stesse supervisionando i preparativi.

Kandy invece osservava tutto da lontano con aria profondamente scettica.

La comunità arrivava lentamente.

Lucia della cucina portava una teiera gigantesca.
Arianna sedeva già composta in posizione yoga con un taccuino pieno di appunti etici.
Il ragazzo francese col didgeridoo fumava nervosamente erbe “rilassanti”.
Un anziano ex professore torinese aveva preparato addirittura un dossier.

Renzo osservava la scena con crescente divertimento.

Perché tutto questo…

tutto questo gli sembrava terribilmente umano.

E in fondo bellissimo proprio per quello.

Poi arrivò Shivananda.

Camminava lentamente, salutando tutti con piccoli cenni della testa.

Quella sera sembrava particolarmente stanco.

Ma nei suoi occhi c’era anche qualcosa di diverso:
preoccupazione.

Si sedette al centro del cerchio.

Silenzio.

Il vento muoveva le lampadine sopra il pergolato.

Da lontano arrivava il verso di un cane.

Shivananda prese la campana tibetana.

La fece suonare una sola volta.

Il suono vibrò nell’aria come un cerchio invisibile.

— Benvenuti al primo Consiglio Cittadino della Luce — disse piano.

Qualcuno applaudì.

Qualcun altro sembrò improvvisamente molto serio.

— Questa comunità sta crescendo — continuò Shivananda. — E se vogliamo che sopravviva, dobbiamo imparare a decidere insieme.

Il ragazzo tedesco alzò immediatamente la mano.

Male.

Molto male.

Renzo lo capì subito.

Le persone che alzano la mano entro i primi dieci secondi di un’assemblea comunitaria sono quasi sempre pericolose.

— Prego — disse Shivananda.

— Prima di tutto dobbiamo definire il modello organizzativo.

Silenzio pesante.

L’uomo proseguì:

— Perché se questa città vuole essere davvero alternativa, non può riprodurre strutture gerarchiche oppressive.

Arianna annuì vigorosamente.

Lucia invece sussurrò:
— E cominciamo bene…

Il tedesco continuava:

— Io propongo una struttura completamente orizzontale.

L’ex professore torinese tossicchiò immediatamente.

— Impossibile.

— Perché impossibile?

— Perché qualunque comunità umana genera inevitabilmente leadership informali.

— Questa è mentalità capitalista!

— Questa è antropologia.

Massimiliano si piegò verso Renzo.

— Secondo te finirà male?

— Secondo me siamo ancora al riscaldamento.

Shivananda restava in silenzio.

Ascoltava.

Ed era curioso osservare come non interrompesse quasi mai nessuno.

Anche quando qualcuno diceva sciocchezze evidenti.

Poi parlò Lucia.

E quando parlava Lucia, la gente ascoltava.

— Io vi dico solo una cosa. Se nessuno decide niente, domani mattina non arriva il pane.

Silenzio.

Quella frase colpì l’assemblea molto più di qualsiasi teoria politica.

Perché era concreta.

Materiale.

Vera.

Lucia continuò:

— Va benissimo la spiritualità. Va benissimo la democrazia. Ma qui ci sono persone da sfamare, bagni da pulire e lavori da fare. Quindi meno filosofia e più organizzazione.

Qualcuno applaudì.

Arianna alzò la mano.

— Però bisogna evitare dinamiche autoritarie.

— Certo — disse Lucia. — Però pure evitare di fare assemblee di cinque ore per decidere il tipo di lenticchie.

Risate.

Anche Shivananda sorrise.

Poi finalmente parlò.

— Nessuna comunità spirituale è mai completamente democratica.

Silenzio immediato.

Perfino il vento sembrò rallentare.

— Perché esiste sempre una visione originaria — continuò. — E chi custodisce quella visione ha inevitabilmente una responsabilità diversa.

Guardò tutti lentamente.

— Ma questo non significa creare un regno personale.

Renzo osservò attentamente i volti attorno al cerchio.

Alcuni erano rassicurati.
Altri diffidenti.
Altri ancora già pronti ideologicamente alla prossima battaglia.

Shivananda proseguì:

— Io non voglio discepoli obbedienti. Voglio persone vive. Persone capaci di pensare. Ma anche capaci di collaborare senza trasformare ogni differenza in una guerra spirituale.

Arianna abbassò lentamente gli occhi.

Lucia sorrise soddisfatta.

Il professore torinese prese appunti.

Il ragazzo francese col didgeridoo sembrava invece completamente perso in un’altra dimensione.

Poi iniziarono le proposte.

E lì il caos esplose davvero.

Commissione orti.
Commissione cucina.
Commissione spiritualità.
Commissione energia.
Commissione ospitalità.
Commissione manutenzione.

Un ragazzo propose addirittura:
— Un Ministero della Vibrazione Armonica.

Lucia quasi morì.

— No. Ti prego. No.

Massimiliano rideva talmente tanto da avere le lacrime agli occhi.

Khloe nel frattempo si era addormentata sopra il grande quaderno del Consiglio Cittadino.

Kandy invece osservava tutto da un muretto con l’espressione di chi ha già capito che gli esseri umani sono creature ingestibili.

L’assemblea andò avanti per ore.

Discussioni.
Idee.
Entusiasmi.
Piccole tensioni.
Grandi sogni.

E mentre il cielo sopra il Gargano diventava pieno di stelle…

Renzo si rese conto di stare assistendo a qualcosa di molto fragile.

Forse ingenuo.
Forse persino destinato a fallire.

Ma autentico.

Perché in quel cortile polveroso pieno di sedie spaiate e persone confuse…

degli esseri umani stavano ancora tentando una cosa antichissima e quasi impossibile:

costruire insieme un modo diverso di vivere. 🌿

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