Il Bivio del 2026: L'Italia tra la Scadenza del PNRR e la Nuova Normalità Climatica

 

Il Bivio del 2026: L'Italia tra la Scadenza del PNRR e la Nuova Normalità Climatica

Scritto da Massimiliano Deliso e Renzo Samaritani Schneider | 25/02/2026 | Ambiente

Il Bivio del 2026: L'Italia tra la Scadenza del PNRR e la Nuova Normalità Climatica

Trani, 25 febbraio 2026 – Mentre il sole pallido di fine febbraio illumina la pietra bianca della nostra Cattedrale, l'Italia intera si sveglia con la consapevolezza di essere entrata nell'anno più critico per il suo futuro ambientale ed economico. Oggi, mercoledì 25 febbraio, non è solo una data sul calendario, ma segna l'inizio del conto alla rovescia finale per la rendicontazione dei progetti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), la cui conclusione è fissata improrogabilmente per la fine di quest'anno. Ma al di là delle scadenze burocratiche e dei fogli Excel ministeriali, il Paese si trova a fare i conti con una realtà fisica che non ammette proroghe: un clima che è cambiato più velocemente delle nostre capacità di adattamento.

Il PNRR al traguardo: luci e ombre della Transizione Ecologica

Siamo ormai nell'ultimo miglio. La "Missione 2" del PNRR, quella dedicata alla Rivoluzione Verde e alla Transizione Ecologica, è sotto la lente d'ingrandimento di Bruxelles e dei cittadini. A che punto siamo? Se guardiamo ai dati aggregati, l'Italia ha compiuto passi da gigante rispetto al 2021. La capacità installata di energie rinnovabili è raddoppiata, e i parchi agrivoltaici, un tempo oggetto di feroci dispute paesaggistiche, sono diventati una componente familiare del panorama rurale, specialmente qui nel Mezzogiorno. Tuttavia, la corsa contro il tempo ha mostrato le sue vittime. Molti progetti di riforestazione urbana sono rimasti sulla carta o sono stati realizzati parzialmente, vittime di una burocrazia che, nonostante le promesse di semplificazione, ha spesso agito come un freno a mano tirato.

Il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica ha dichiarato ieri che l'Italia raggiungerà il 90% degli obiettivi prefissati entro giugno. Un risultato notevole, se confermato, ma che lascia scoperto quel 10% che spesso riguarda le infrastrutture idriche e la messa in sicurezza del territorio, proprio i settori dove la fragilità italiana è più esposta. Le grandi opere idrauliche promesse per mitigare il dissesto idrogeologico sono in ritardo, e la manutenzione degli invasi esistenti procede a macchia di leopardo.

La "Nuova Normalità" idrica: siccità e paradossi

L'inverno 2025-2026 passerà agli annali come uno dei più asciutti e miti dell'ultimo secolo, confermando un trend che ormai non possiamo più chiamare emergenza, ma condizione strutturale. Le Alpi hanno visto nevicate scarsissime, riducendo drasticamente le riserve idriche che dovrebbero alimentare il Po e l'agricoltura della Pianura Padana nella prossima estate. Ma è qui al Sud, e in particolare nella nostra Puglia, che la situazione richiede un'analisi onesta e spietata.

Gli invasi della Basilicata e della Puglia sono al 40% della loro capacità, un livello preoccupante per essere a febbraio. L'agricoltura locale, spina dorsale dell'economia tranese e pugliese, è in sofferenza. Gli uliveti, simbolo della nostra resilienza, mostrano segni di stress idrico anticipato. Le associazioni di categoria, da Coldiretti a Cia, lanciano l'allarme: senza un piano straordinario per il riutilizzo delle acque reflue depurate – una tecnologia che Israele usa da decenni e che noi stiamo implementando troppo lentamente – la campagna olearia del 2026 potrebbe essere compromessa.

Eppure, il paradosso è evidente: mentre mancano le piogge costanti, aumentano gli eventi estremi. Le "bombe d'acqua" localizzate, che nel novembre scorso hanno colpito duramente il Salento e il Barese, non rimpinguano le falde ma lavano via il suolo fertile, aggravando il fenomeno dell'erosione. È un ciclo vizioso che richiede non solo ingegneria, ma una nuova cultura del territorio.

Energia: la spinta delle Comunità Energetiche

Se il quadro idrico è a tinte fosche, quello energetico offre sprazzi di ottimismo. Il 2026 si sta rivelando l'anno della consacrazione per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). Anche a Trani e nella provincia BAT, i condomini e le zone industriali che hanno scelto di autoprodurre e condividere energia solare sono aumentati del 200% rispetto al 2024. Questo non è solo un successo ambientale, ma sociale: le bollette si riducono e si crea una consapevolezza diffusa sul valore dell'energia.

La rete elettrica nazionale, grazie agli investimenti di Terna completati proprio in questi mesi, è ora più capace di gestire i flussi intermittenti delle rinnovabili. Il collegamento sottomarino con la Sicilia e il Nord Africa sta iniziando a dare i suoi frutti, trasformando il Sud Italia in quell'hub energetico del Mediterraneo di cui si parlava da anni. Tuttavia, resta il nodo dello smaltimento dei primi pannelli solari installati a inizio anni 2000, che stanno arrivando a fine vita: una sfida di economia circolare che l'Italia non può permettersi di fallire.

Il caso Trani: tra erosione costiera e mobilità sostenibile

Scendendo nel particolare della nostra realtà locale, Trani si trova ad affrontare la sfida dell'erosione costiera con rinnovata urgenza. Il progetto di ripascimento del litorale di Ponente, finanziato in parte con i fondi europei, è in fase di completamento, ma le mareggiate di gennaio hanno dimostrato che la natura non aspetta i tempi dei cantieri. La protezione della falesia su cui poggia la nostra storia non è solo una questione estetica, ma di sopravvivenza urbana.

Sul fronte della mobilità, invece, la città sta cambiando volto. L'elettrificazione del trasporto pubblico locale è quasi completa e la rete di piste ciclabili, che collega ormai Trani a Bisceglie e Barletta in un'unica dorsale adriatica, è sempre più utilizzata non solo dai turisti, ma dai pendolari. È il segno che la mentalità sta cambiando: l'ambiente non è più visto come un vincolo, ma come un asset per la qualità della vita.

Oltre il 2026: quale futuro?

Mentre scriviamo, l'Unione Europea sta già delineando gli obiettivi per il 2040, alzando ulteriormente l'asticella della decarbonizzazione. L'Italia arriva a questo appuntamento con il fiato corto per lo sforzo del PNRR, ma con un'infrastruttura verde decisamente più solida rispetto a cinque anni fa. La sfida vera, ora, sarà la manutenzione e la gestione di quanto costruito.

La transizione ecologica non finisce il 31 dicembre 2026. Al contrario, quella data segnerà l'inizio della fase più difficile: far funzionare a regime un sistema paese che ha cercato di recuperare vent'anni di ritardi in cinque. Per la Puglia e per l'Italia, la scommessa è trasformare l'emergenza in pianificazione. Non possiamo più permetterci di inseguire la siccità o le alluvioni; dobbiamo imparare a convivere con un clima diverso, adattando le nostre città, le nostre colture e le nostre abitudini.

Il 2026 sarà ricordato come l'anno della verità. Se avremo speso bene i fondi del PNRR, lo vedremo non dai comunicati stampa, ma dalla capacità dei nostri acquedotti di non perdere acqua, dalla tenuta dei nostri argini e dalla purezza dell'aria che respiriamo. La strada è tracciata, e tornare indietro non è un'opzione contemplabile.

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Articolo generato da Trani Italia News - Orizzonte Comune

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