
Domenica sera, in via Mausoleo, si è chiusa la mostra collettiva dell'associazione LaCarvella: gli artisti, i soci, Antonio Russo Galante che quella realtà l'ha costruita e, fra gli ospiti, il sindaco Marco Galiano, insediato da poche settimane. A trecento metri da lì, qualcuno che avrebbe voluto esserci è rimasto a casa, e due giorni dopo ne ha scritto su questo quotidiano in una lettera aperta al sindaco.
Da lì parte la nuova puntata di Radio Onda Trani. Ma il punto non è la serata, e non è nemmeno l'assenza. Il punto è il numero: trecento metri.
La prossimità non è relazione
In una città come Trani trecento metri sono quattro minuti a piedi, cinque se ti fermi a salutare qualcuno. È una distanza che in una metropoli non conterebbe nemmeno come spostamento. Ed è esattamente per questo che quasi nessuno la percorre.
La tesi della puntata — dichiaratamente discutibile — è che la vicinanza non produce comunità, e che in una città piccola è spesso l'alibi perfetto per non costruirla. Quando una cosa è lontana, la programmi: se una mostra è a settanta chilometri guardi il calendario, decidi la data, parti. La distanza costringe a una decisione. Quando invece è a trecento metri non la programmi mai, perché è sempre possibile: ci puoi andare stasera, e se non stasera domani, e se non domani la prossima volta. E la prossima volta la mostra ha già chiuso.
Lo conosciamo tutti, questo meccanismo. C'è l'associazione in fondo alla via in cui non siamo mai entrati; la libreria che fa incontri il giovedì e in cui il giovedì non siamo mai stati, pur essendo sempre stati a trecento metri. La prossimità, insomma, non è relazione: è solo geografia.
Quattro ponti costruiti apposta
Che cosa serve, allora, perché quei trecento metri qualcuno li percorra davvero? La risposta, quest'estate, in Puglia si è vista più volte, e l'abbiamo raccontata su queste pagine.
Il Salento Book Festival, la cui formula ridotta all'osso è semplicissima: i libri escono dagli scaffali e vanno nelle piazze, nei castelli, sulle spiagge. La casa editrice Kurumuny, che raccoglie e pubblica le voci del Salento, quelle che senza qualcuno che le trascriva si perderebbero e basta. Le api sui tetti e gli orti condivisi fra i palazzi, dove un orto non è un giardino ma un pezzo di città in cui persone che non si erano scelte devono decidere insieme chi annaffia il martedì. E il romanzo di Mario Contino, da Bisceglie, che prende il folklore pugliese e lo riscrive in chiave fantasy, portando un patrimonio fermo nei libri di tradizioni popolari dove ci sono lettori nuovi.
Un festival, un editore, un orto, un romanzo: quattro storie diverse con la stessa struttura. In tutte e quattro qualcuno ha deciso deliberatamente di costruire un ponte che non esisteva. Nessuno di quei ponti si è formato da solo perché le due sponde erano vicine.
C'è anzi qualcosa di ironico, guardando Trani, perché questa è una città che l'attraversamento ce l'ha scritto nella pianta. Il porto, prima di tutto: una città di mare non è mai stata soltanto sé stessa, viveva di quello che arrivava e di quello che partiva. E poi la giudecca, il vecchio quartiere ebraico con la sinagoga di Scolanova, che nei secoli è stata anche chiesa e che in tempi recenti è tornata a essere luogo di culto ebraico. Quel quartiere sta a poche centinaia di metri dalla cattedrale: trecento metri, più o meno, che per secoli sono stati la distanza fra due mondi che convivevano nella stessa città. Il problema, qui, non è mai stato lo spazio: è che cosa la prossimità diventa.
Attenzione alle soluzioni facili
La soluzione facile sarebbe dire: bene, allora facciamo più eventi. Più incontri, più rassegne, più cartelloni. E invece no. Molte città piccole non soffrono per scarsità di eventi: soffrono per eccesso di eventi scollegati fra loro. Tre iniziative culturali la stessa sera, nello stesso raggio di cinquecento metri, organizzate da tre realtà che non si sono parlate. Ciascuna con il suo pubblico affezionato di quaranta persone. E ciascuna convinta che in città non venga mai nessuno.
Il ponte, dunque, non è l'evento. L'evento è il taglio del nastro. Il ponte è la manutenzione: due associazioni che sanno l'una che cosa fa l'altra, che si scambiano le date, che ogni tanto lavorano insieme e si passano un pubblico. Ed è più o meno quello che la lettera al sindaco chiede: non un finanziamento, non un patrocinio, non una cerimonia, ma un dialogo fra le realtà culturali della città. Ponti, invece di stanze chiuse.
L'obiezione
L'obiezione è seria e va detta per intero. Una città non è un'azienda. La cultura nasce per caso, nasce perché due persone si incontrano al bar e tre mesi dopo c'è un festival; mettere in mezzo elenchi, calendari condivisi e tavoli di coordinamento significa soffocare l'unica cosa che funziona davvero, cioè la spontaneità. Ed è vero che le città in cui tutto passa da un tavolo istituzionale producono, in genere, molte riunioni e pochissime cose.
Ma la spontaneità non è il contrario dell'organizzazione: è il contrario del controllo. Un elenco pubblico di chi fa che cosa non decide niente al posto di nessuno, rende solo possibili gli incontri casuali — anzi, li moltiplica. E la spontaneità pura ha un difetto sociale evidente: funziona benissimo per chi è già dentro la rete e non funziona affatto per chi arriva. Il ragazzo di ventidue anni che torna a Trani dopo l'università e vorrebbe fare qualcosa non ha il numero di telefono di nessuno.
La risorsa che finisce per prima
C'è poi la parte più scomoda, quella che di solito non si dice. In una città piccola chi fa cultura è quasi sempre la stessa manciata di persone: le stesse facce alla presentazione del libro, all'inaugurazione della mostra, al concerto, al consiglio dell'associazione, alla riunione per il festival. Non perché siano le uniche interessate, ma perché sono le uniche che a un certo punto hanno detto di sì e poi non hanno più smesso.
La risorsa che a quelle persone finisce per prima non è il denaro: è il tempo, ed è la presenza. Nessun bilancio comunale finanzia la presenza. Puoi mettere a bilancio un contributo, uno spazio, una promozione; non puoi mettere a bilancio le domeniche sera di qualcuno. Per questo una serata saltata non è un fallimento civico: il diritto a non andare fa parte della salute di una comunità culturale esattamente come il diritto a partecipare. Le associazioni che bruciano i propri volontari in tre anni non lasciano niente dietro di sé. Restano i verbali.
Una cosa noiosa
Quello che serve, in conclusione, è una cosa poco solenne: un'infrastruttura. Vuol dire un elenco pubblico e aggiornato di chi fa cultura in città, che cosa fa e quando — sembra banale, ma in moltissime città medie non esiste, e chi vuole collaborare deve prima scoprire che l'altro esiste. Vuol dire un calendario condiviso per non sovrapporsi. Vuol dire un luogo, anche piccolo, dove le realtà culturali si guardano in faccia due volte l'anno. Dal lato dell'amministrazione vuol dire riconoscere che il compito non è organizzare tutto, ma tenere insieme; dal lato di chi fa cultura, accettare che il proprio pubblico non è una proprietà privata.
Poi resta la parte che nessuna infrastruttura risolve: quei trecento metri che qualcuno, prima o poi, deve alzarsi e percorrere. Vale anche per chi legge. Nel vostro raggio di trecento metri c'è quasi sicuramente un luogo davanti al quale passate da anni senza esserci mai entrati: una sala parrocchiale, una sede di associazione, lo studio di un artista, una biblioteca di quartiere. Non serve iscriversi, né impegnarsi, né diventare volontari. Entrare una volta e chiedere che cosa fanno è già tutto quello che serve perché una città smetta di essere un insieme di stanze chiuse.
Ascolta la puntata
Il reportage è affidato a Nicola e Sara, le due voci narranti di sintesi della radio; i testi sono redazionali dell'associazione e la puntata è prodotta con l'ausilio dell'intelligenza artificiale. Dura circa tredici minuti.
Radio Onda Trani è una delle radio dell'Istituto Sole e Luna, associazione culturale con sede a Trani.
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