Il racconto del venerdì – I passi di sabato mattina
di Renzo Samaritani Schneider
Il sabato mattina ha un rumore diverso.
Non è silenzio, no.
È una specie di tregua sonora. Come se la città, per qualche ora, decidesse di respirare più lentamente.
Mi sono svegliato senza sveglia.
Già questo cambia tutto.
La luce entrava piano dalla finestra, chiara ma morbida, e in casa c’era quell’atmosfera rara in cui nessuno sente il bisogno di affrettare il giorno.
Kandy dormiva sul divano con l’aria di chi ha già capito tutto della vita.
Khloe, invece, era seduta davanti alla porta.
«Vuoi uscire anche tu?» le ho chiesto.
Mi ha guardato senza battere ciglio.
«Interpretalo come vuoi,» sembrava dire.
In cucina, Massimiliano stava preparando il caffè.
«Programmi?» mi ha chiesto.
«Camminare.»
«Dove?»
«Non lo so.»
«Ottimo itinerario.»
Il sabato mattina dovrebbe essere protetto per legge.
Non tutto il sabato, no. Solo quelle prime ore in cui il mondo non ha ancora ripreso completamente a pretendere.
Siamo usciti senza una meta precisa.
E appena ho messo piede in strada, l’ho sentito.
Quel ritmo.
I passi.
Non quelli nervosi del lunedì, né quelli stanchi del mercoledì sera.
Passi più lenti.
Più umani.
Le strade di Trani erano semivuote. Alcuni negozi stavano appena aprendo. Le saracinesche salivano con quel rumore metallico che, il sabato mattina, sembra quasi affettuoso.
Un uomo sistemava cassette di verdura fuori da un alimentari.
«Buongiorno.»
«Buongiorno.»
«Calma oggi.»
«Per fortuna,» ha detto lui. «La fretta rovina anche le zucchine.»
Ho riso.
Massimiliano pure.
Una signora con un cane piccolo attraversava la piazza lentamente, come se avesse tutto il tempo del mondo. E forse ce l’aveva davvero.
Dal forno arrivava odore di focaccia appena sfornata.
Un odore che non entra nel naso: entra direttamente nella memoria.
«Ti fermi?» ha chiesto Massimiliano.
«Sempre.»
Dentro il forno il vetro era leggermente appannato. Dietro il bancone, il ragazzo che serviva aveva ancora la faccia addormentata.
«Due pezzi?»
«Uno grande,» ho detto.
«Come sempre.»
«Come sempre.»
Ci siamo seduti su un piccolo muretto poco distante.
La focaccia era calda, l’olio sulle dita, il cielo limpido ma non aggressivo.
«Sai cos’è bello?» ho detto.
«Cosa?»
«Che stamattina non dobbiamo arrivare da nessuna parte.»
Massimiliano ha addentato la focaccia e ha annuito con serietà quasi filosofica.
«La vera ricchezza.»
«Esatto.»
Un uomo anziano è passato davanti a noi con un giornale sotto il braccio.
«Buona giornata,» ci ha detto.
«Anche a lei.»
«Godetevela. Il sabato mattina dura poco.»
E aveva ragione.
Ci sono momenti che non finiscono perché succede qualcosa.
Finiscono perché il mondo ricomincia a correre.
Abbiamo ripreso a camminare.
Le vetrine riflettevano una città ancora morbida. I bar cominciavano a riempirsi piano. Da una finestra aperta arrivava il suono basso di una radio.
Un ragazzo in bicicletta ci ha superati lentamente.
«Scusi,» ha detto fermandosi poco più avanti. «Sa che ore sono?»
Ho guardato il cellulare.
Poi l’ho rimesso in tasca.
«Abbastanza presto da non preoccuparsene.»
Mi ha guardato perplesso.
Poi ha sorriso.
«Bella risposta.»
«È sabato.»
È ripartito ridendo.
Camminando, ho capito che il sabato mattina non è solo un momento della settimana.
È uno stato mentale.
È il diritto di rallentare senza sentirsi in colpa.
È il lusso di osservare invece di inseguire.
È il piacere semplice di sentire i propri passi senza doverli accelerare.
«A cosa pensi?» ha chiesto Massimiliano.
«Che forse la felicità è molto meno spettacolare di quanto ci raccontano.»
«Eh.»
«Forse è solo questo.»
«Camminare?»
«Camminare senza dover arrivare.»
Si è fermato un attimo.
Mi ha guardato.
«Questa scrivila.»
«Lo sto facendo.»
Il mare, in fondo alla strada, brillava piano. Non chiamava. Non pretendeva. Era semplicemente lì.
Come il sabato mattina.
Come certe presenze vere.
Quando siamo tornati verso casa, la città stava già cambiando ritmo. Più voci, più macchine, più fretta.
Ma qualcosa era rimasto addosso.
Quel passo lento.
Quel respiro largo.
Quella sensazione rara di non dover dimostrare niente a nessuno.
E ho capito che la felicità, molto spesso, coincide con questo:
poter camminare senza avere bisogno di arrivare da qualche parte.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, maggio 2026

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