Il racconto del venerdì – L’albero che guarda il mare
di Renzo Samaritani Schneider
L’ho notato la prima volta quasi per caso.
Una macchia scura contro il cielo chiaro, leggermente spostata rispetto alla linea della costa. Non era un albero qualunque: era solo.
Una quercia, robusta, con il tronco segnato dal tempo e dal vento.
Non protetta.
Non circondata.
Semplicemente lì.
Affacciata verso il mare.
Ci sono tornato più volte, senza dirlo.
Come si torna in un posto che non si vuole spiegare subito.
«Dove andiamo?» ha chiesto Massimiliano una mattina.
«A trovare un albero.»
«Un albero?»
«Sì.»
«Hai iniziato a fare amicizia selettiva.»
«Sempre fatto.»
Abbiamo camminato lungo il sentiero basso, con il vento che arrivava dal mare senza ostacoli. Il sale si sentiva già nell’aria, sottile, come una presenza costante.
L’albero era lì.
Identico.
Il mare davanti, invece, no.
Mai lo stesso.
«È lui?»
«Sì.»
«Non sembra speciale.»
«Appunto.»
Ci siamo avvicinati senza fretta.
Le radici affioravano appena dal terreno, come dita che si aggrappano senza chiedere permesso. Il tronco era inclinato di pochi gradi, abbastanza da far capire che il vento, negli anni, aveva avuto qualcosa da dire.
Eppure non era piegato.
Solo… adattato.
«Secondo te da quanto è qui?»
«Da prima che noi cominciassimo a correre,» ho detto.
«Risposta filosofica.»
«Risposta vera.»
Il vento ha soffiato più forte per un attimo.
Le foglie hanno risposto con un suono pieno, compatto.
Non fragile.
Ho appoggiato la mano sul tronco.
Ruvido.
Vivo.
«Non si muove,» ha detto Massimiliano.
«No.»
«Eppure tutto intorno sì.»
«È il suo lavoro.»
Silenzio.
Abbiamo guardato il mare.
Onde diverse, luce diversa, colore diverso.
Ogni volta.
E poi l’albero.
Uguale.
Sempre.
Ho pensato a quante volte ci sentiamo obbligati a cambiare.
Ad adattarci, sì — ma spesso anche a perderci.
A diventare qualcosa che non riconosciamo più, solo perché il mare davanti a noi cambia forma.
«Ti è mai venuta voglia di mollare tutto?» ha chiesto Massimiliano.
«Sì.»
«E?»
«Non l’ho fatto.»
«Perché?»
«Perché non ero sicuro che sarebbe stato un cambiamento. Forse solo uno spostamento.»
Ha annuito.
«Come questo.»
«Esatto.»
Ho indicato il mare.
«Lui cambia ogni giorno.»
«E allora?»
«E allora non sempre cambiare significa evolvere.»
Un uomo è passato dietro di noi, con un cane al guinzaglio.
«Bel posto, eh?» ha detto.
«Sì,» ho risposto.
«Ci vengo spesso,» ha aggiunto.
«Per il mare?»
Ha guardato l’albero.
«Per lui.»
E se n’è andato.
Ci siamo guardati.
«Non siamo gli unici,» ha detto Massimiliano.
«No. Le cose vere non sono mai private.»
Il vento ha continuato a soffiare.
L’albero non si è opposto.
Non ha combattuto.
Ha lasciato passare.
Eppure è rimasto.
Ho capito allora che la forza non è rigidità.
È coerenza.
Non è resistere a tutto.
È sapere cosa non si vuole perdere.
«Sai cos’è?» ho detto.
«Cosa?»
«Che lui non ha bisogno di spiegarsi.»
«A chi?»
«A nessuno.»
E in quel momento ho sentito una specie di quiete.
Non quella che arriva quando tutto è risolto, ma quella che nasce quando smetti di giustificarti.
L’albero non dimostra niente.
Non cerca approvazione.
Non cambia forma per piacere al vento.
Resta.
E questo basta.
Siamo rimasti lì ancora un po’, senza parlare.
Il mare davanti continuava il suo lavoro di cambiamento.
L’albero il suo di permanenza.
Quando siamo andati via, non ho avuto la sensazione di lasciare qualcosa.
Piuttosto di portarlo con me.
Perché restare fedeli a se stessi, in un mondo che cambia continuamente, non è un gesto eroico.
È un gesto silenzioso.
Ma serve coraggio.
Un coraggio che non fa rumore.
Come quell’albero.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, aprile 2026

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