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Cultura

L'isola come alibi: cento anni dal Nobel di Grazia Deledda

L’isola come alibi — cento anni dal Nobel di Grazia Deledda, kRadio Nazionale

Cento anni dopo il Nobel, l'unica scrittrice italiana premiata a Stoccolma resta una comparsa nella nostra formazione media. La nuova puntata di kRadio Nazionale, la radio culturale dell'Istituto Sole e Luna, sostiene una tesi scomoda: la Sardegna di Grazia Deledda è stata usata come alibi per non leggerla.

Un premio, e un'etichetta

Il premio Nobel per la letteratura del 1926 fu assegnato a Grazia Deledda, nata a Nuoro nel 1871, che aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare e aveva imparato il resto da sola, con un maestro privato per il latino e il francese. L'annuncio arrivò con un anno di ritardo, nel novembre del 1927, e la consegna avvenne a Stoccolma il 10 dicembre dello stesso anno. Deledda è la seconda donna nella storia del premio, dopo la svedese Selma Lagerlöf, e resta a oggi l'unica scrittrice italiana ad averlo vinto.

Non fu un premio di consolazione dato a una periferia: quell'anno la commissione aveva davanti ventinove nomi, fra cui Thomas Hardy, Paul Claudel e James Frazer, e fra le donne la norvegese Sigrid Undset, che avrebbe vinto due anni dopo. In quella compagnia, gli accademici svedesi scelsero lei.

La motivazione ufficiale parlava di scritti che ritraggono con plastica chiarezza la vita nella sua isola natale, e aggiungeva una seconda parte che in Italia sembra non aver mai fatto notizia: che quei libri affrontano con profondità e partecipazione i problemi umani in generale. Gli svedesi avevano capito che l'isola era il mezzo. Da noi, l'isola è diventata il confine.

Folclore: la parola che chiude

Non sappiamo con precisione come i giornali italiani accolsero la notizia, e la puntata non lo inventa. Sappiamo però, perché è documentato, come la digerì la critica nei decenni successivi. Benedetto Croce, che in quegli anni decideva di fatto chi entrava nella letteratura italiana e chi restava sull'uscio, le dedicò pagine severe: le rimproverava la ripetitività degli schemi narrativi, i personaggi costruiti per categorie fisse, una sostanziale immobilità del suo mondo. E quel mondo lo liquidava come folclore sardo.

Folclore è una parola che chiude. Dice: pittoresco, locale, da conservare più che da discutere. Il meccanismo che ne è seguito non è un complotto, è una scorciatoia: nelle antologie scolastiche ogni autore riceve una casella e un aggettivo, e a Deledda è toccata «la Sardegna». Con l'aggettivo arriva la dispensa. Se il suo tema è la Sardegna, chi non si occupa di Sardegna può passare oltre con la coscienza tranquilla. Nessuno ha deciso di cancellarla: è bastato riassumerla male per cento anni di fila.

Canne al vento non è un romanzo regionale

La prova sta nei libri. Canne al vento, 1913: un servo, Efix, consuma la vita su un poderetto in rovina per tre sorelle nobili e povere, le Pintor, chiuse in una casa che si sbriciola; e porta addosso una colpa antica, legata alla fuga della quarta sorella e alla morte del padre. Tutto il romanzo è il lentissimo lavoro di quella colpa che chiede di essere pagata.

Questa è la struttura del romanzo europeo del Novecento: una colpa non detta che governa i destini, un debito morale che si eredita, personaggi che si piegano come canne e sanno di piegarsi. Il titolo è già una tesi sulla libertà umana. Sposta la stessa storia in una provincia russa o nel profondo Sud americano e la chiamiamo grande letteratura senza esitare.

È il paragone che fa male: quando William Faulkner inventa una contea del Mississippi e ci ambienta dieci romanzi, la critica dice che ha creato un universo; quando Deledda fa la stessa operazione con la Barbagia, la critica italiana dice che ha raccontato la sua terra. Nel primo caso il luogo diventa un mondo, nel secondo diventa un limite. La spia dell'asimmetria arriva da fuori: David Herbert Lawrence, presentando La madre ai lettori inglesi, mise la Sardegna di Deledda accanto al Wessex di Thomas Hardy.

Vale la pena ricordare anche quanto fosse considerata moderna, prima che la incasellassimo: nel 1916 il suo romanzo Cenere divenne un film diretto da Febo Mari, con Eleonora Duse protagonista. È l'unica apparizione cinematografica della più grande attrice del suo tempo, e viene da un romanzo di Grazia Deledda.

L'obiezione più seria alla nostra tesi

La puntata dà spazio anche a chi non è d'accordo, e l'obiezione è doppia. La prima riguarda i libri: Deledda ha pubblicato molto, per decenni, e non tutto sta in piedi. Il rilievo di Croce sugli schemi che si ripetono non è un'invenzione maligna; chi legge cinque suoi romanzi di seguito trova meccanismi che tornano con una regolarità che stanca. Dire che la sua opera è disuguale non è un pregiudizio: è leggere.

La seconda obiezione è più scomoda, perché colpisce chi la difende. Se per riabilitarla dobbiamo dire «in fondo non è sarda, è universale», stiamo accettando che il locale valga meno e chiediamo per lei un permesso di soggiorno nel canone. Ma «universale», nella storia della critica, ha significato per secoli qualcosa di preciso: maschile, cittadino, continentale. Togliere l'isola a Deledda per promuoverla somiglia troppo all'operazione di chi la usava per retrocederla.

L'obiezione ha ragione, e obbliga a riformulare la tesi con più precisione: non si tratta di togliere la Sardegna dai suoi libri, ma di smettere di usarla come genere letterario. Nuoro, in quelle pagine, non è un'ambientazione: è un motore. È il luogo dove le regole non scritte hanno ancora forza di legge, dove l'onore costa più della vita, dove il debito si eredita. Serviva un posto così per scrivere quei romanzi. Il problema non è mai stato il luogo: è la parola con cui l'abbiamo archiviato.

Il rischio del centenario

C'è un modo comodo di celebrare un anniversario: convegni, targhe, un francobollo, la scrittrice-simbolo. Il monumento è la forma più elegante di dimenticanza, perché fa sembrare che il conto sia saldato mentre i libri restano chiusi. La riabilitazione di uno scrittore non passa da un centenario: passa da qualcuno che lo legge.

Da qui la proposta con cui la puntata si chiude, di una banalità voluta: prendere Canne al vento oppure La madre — sono brevi, scritti in un italiano trasparente, si trovano in qualunque biblioteca comunale e in edizioni economiche — e leggerne cento pagine. Poi decidere da soli se è folclore.

Le voci narranti della puntata, Nicola e Sara, sono voci di sintesi; i testi sono redazionali dell'associazione, con date, nomi e citazioni verificati. L'avvertenza è ripetuta anche in chiusura di puntata.

Ascolta la puntata

kRadio Nazionale, la radio di arte e cultura, è una delle radio dell'Istituto Sole e Luna, associazione culturale con sede a Trani. Le puntate si possono ascoltare anche su Spreaker e nelle principali app di podcast; per scrivere alla redazione: radio@istitutosoleluna.it

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