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Racconti del Venerdì

Un temporale gentile – di Renzo Samaritani Schneider

di Renzo Samaritani Schneider

Non tutti i temporali arrivano per spaventare.

Alcuni non sembrano neppure temporali, almeno all’inizio. Non hanno il gusto teatrale del lampo che taglia il cielo in due, non fanno sbattere le finestre, non mandano i gabbiani in fuga come comparse ben addestrate. Arrivano piano, quasi con educazione.

Quello cominciò nel primo pomeriggio.

Da qualche ora Trani aveva un cielo strano, basso e chiaro insieme. Il caldo di agosto non era scomparso, ma si era fatto meno arrogante. L’aria aveva perso quella consistenza immobile che a volte, d’estate, sembra appoggiarsi sulle spalle. Dal balcone vedevo le tende dei vicini muoversi appena e le foglie delle piante girarsi mostrando il lato più pallido.

«Secondo me piove,» dissi.

Massimiliano, seduto al tavolo della cucina, sollevò gli occhi dal telefono.

«Questa è una previsione meteorologica o una delle tue intuizioni cosmiche?»

«Meteorologica con sfumature spirituali.»

«Quindi porto dentro i panni.»

«Sarebbe prudente.»

«Quando parli così significa che tra dieci minuti viene giù il mondo.»

«No. Oggi no.»

Non sapevo perché lo avessi detto.

Eppure ne ero convinto.

Kandy dormiva sul divano, profondamente disinteressata alle nostre analisi atmosferiche. Khloe, invece, era già sul davanzale, con il muso quasi contro il vetro e le orecchie puntate verso l’esterno.

«Lei ha già ricevuto il bollettino ufficiale,» dissi.

Massimiliano seguì il mio sguardo.

«E cosa prevede?»

«Pioggia. Con possibilità di corse improvvise da una stanza all’altra senza motivo.»

«Previsione attendibile tutto l’anno.»

Il primo tuono arrivò da lontano.

Non fu uno schianto. Piuttosto un brontolio profondo, rotondo, come un mobile pesante trascinato al piano di sopra da qualcuno molto paziente.

Khloe inclinò la testa.

Kandy aprì un occhio.

Poi lo richiuse.

Se Kandy non era preoccupata, evidentemente l’ordine costituito non era in pericolo.

Mi avvicinai alla finestra.

La luce era cambiata.

Le facciate chiare di Trani avevano assunto una tonalità quasi argentea e il selciato, ancora asciutto, sembrava aspettare qualcosa. In strada le persone camminavano un po’ più velocemente, ma senza agitazione. Una donna richiuse le persiane del balcone. Un uomo uscì da un negozio, guardò il cielo e tornò indietro a prendere un ombrello.

Poi arrivò la prima goccia.

La vidi aprirsi sul davanzale.

Poi un’altra.

E un’altra ancora.

In meno di un minuto la strada cambiò suono.

La pioggia cominciò a scendere regolare, morbida, fitta quanto bastava per cancellare lentamente la polvere dalle pietre.

Non correva.

Non colpiva.

Cadeva.

«Vieni a vedere,» dissi.

Massimiliano si avvicinò con due tazze in mano.

«Ho pensato che un temporale senza tè sarebbe stato uno spreco.»

Presi la mia.

«Questo non è un temporale.»

«Ah no?»

Un nuovo tuono rotolò sul cielo.

Massimiliano mi guardò.

«Sostieni la tesi con coraggio.»

Sorrisi.

«È un temporale gentile.»

«Naturalmente.»

«Ascoltalo.»

Rimanemmo in silenzio.

Fuori, l’acqua cadeva sui balconi, sui tetti, sulle tende ritirate in fretta, sui tavolini dei bar che qualcuno aveva appena avuto il tempo di mettere al riparo. Le automobili passavano lentamente, sollevando piccoli ventagli d’acqua. Il rumore della città si stava abbassando.

Come quando qualcuno gira una manopola invisibile.

Le voci sparirono per prime.

Poi i motorini.

Poi i passi.

Rimase la pioggia.

E mi accorsi che il suo rumore non copriva il silenzio.

Lo costruiva.

«È strano,» dissi.

«Cosa?»

«Cinque minuti fa avevo la testa piena.»

Massimiliano bevve un sorso.

«E adesso?»

«Non proprio vuota. Ma più larga.»

«La tua testa si è allargata?»

«Metaforicamente.»

«Meno male. Stavo già pensando a un cappello nuovo.»

Risi.

Era esattamente ciò che intendevo.

Da qualche giorno avevo quella sensazione di accumulo che conosco bene. Non era successo niente di grave. Anzi, forse era proprio quello il punto. Una serie di piccole cose: messaggi a cui rispondere, impegni da ricordare, pensieri che tornavano senza essere stati invitati, decisioni minuscole che pretendevano tutte di sedersi in prima fila.

Nulla, preso da solo, pesava davvero.

Insieme facevano rumore.

La pioggia sembrava togliere una voce alla volta.

Mi sedetti vicino alla finestra.

Il vetro cominciava ad appannarsi leggermente nella parte bassa. Khloe seguiva con gli occhi le gocce che scendevano lungo la superficie esterna, cercando probabilmente di capire perché quelle piccole creature d’acqua sfuggissero sistematicamente alle sue zampe.

«Non puoi prenderle,» le dissi.

Tentò comunque.

«Ti ammira molto,» disse Massimiliano.

«Perché?»

«Le dai consigli che ignora con grande coerenza.»

Fuori, la strada si era quasi svuotata.

Ed era bellissima.

Le pietre bagnate riflettevano le luci dei negozi ancora aperti. Il giallo caldo delle lampade si scioglieva nell’acqua e diventava oro liquido. Le facciate sembravano più antiche, più pulite, più vere. Persino i portoni scuri avevano acquistato profondità.

Ogni tanto una figura attraversava la strada sotto un ombrello.

Niente corse disperate.

Niente vento violento.

Solo persone che accettavano di essere un po’ più lente.

«Usciamo?» chiesi.

Massimiliano mi guardò come si guarda qualcuno che ha appena proposto di mettere il tavolo da pranzo in mezzo al mare.

«Sta piovendo.»

«Lo vedo.»

«E vuoi uscire.»

«Solo fino all’angolo.»

«Questa frase non ha mai significato solo fino all’angolo.»

«Prometto.»

«No.»

«Massimiliano.»

«Prendi l’ombrello grande.»

Era un sì.

Lasciammo Kandy e Khloe a custodire la casa, attività per la quale non avevano mai firmato un contratto ma che esercitavano con l’autorità dei proprietari effettivi.

Appena uscimmo dal portone, sentii l’odore.

Quello della pioggia sulla pietra calda.

Non conosco un nome preciso per quel profumo. Ha qualcosa della terra, ma non è terra. Qualcosa del mare, ma senza sale. Qualcosa dell’infanzia, senza appartenere a un ricordo particolare.

Inspirai profondamente.

«Ecco perché volevo uscire.»

«Per annusare il marciapiede?»

«Detto così perde molto.»

«Ma acquista precisione.»

Camminammo sotto l’ombrello.

La pioggia picchiettava sulla tela con un ritmo regolare. Nessuna raffica cercava di rovesciarlo. Nessuna goccia sembrava volerci sfidare personalmente, come succede in certi temporali maleducati.

Alla prima traversa incontrammo un uomo davanti alla porta di un piccolo negozio. Era rimasto sotto la tenda esterna, le braccia incrociate, a guardare la strada.

«Bella acqua,» disse.

«Bella davvero,» risposi.

«Ci voleva.»

Massimiliano indicò il cielo.

«Purché resti educata.»

L’uomo sorrise.

«Questa oggi non vuole fare danni. Vuole solo rinfrescare.»

Continuammo.

Quella frase mi piacque.

Non vuole fare danni.

Vuole solo rinfrescare.

Mi venne da pensare che abbiamo imparato a usare la parola tempesta quasi sempre come sinonimo di distruzione. Le tempeste della vita. Le crisi. Gli sconvolgimenti. I momenti in cui tutto viene messo alla prova.

Eppure la natura, quella sera, sembrava raccontare una possibilità diversa.

Una tempesta che non rompe.

Che bagna.

Che abbassa la temperatura.

Che pulisce.

Che costringe per un momento a rientrare nelle case e magari, proprio per questo, a ritrovarsi.

Passammo davanti a un bar.

Dentro c’erano quattro persone che normalmente sarebbero state sedute ai tavolini fuori. Ora stavano vicine, dietro la vetrina, con le tazzine davanti. Una donna rideva. Il barista asciugava bicchieri. Qualcuno indicò la pioggia e tutti si voltarono.

Sembrava una piccola scena teatrale.

«Guarda,» dissi.

«Cosa?»

«La pioggia li ha messi tutti nella stessa stanza.»

«Terribile. Essere costretti a parlare.»

«Una pratica sociale ormai estrema.»

Arrivammo davvero soltanto fino all’angolo.

Quasi.

Ovviamente girammo l’angolo.

«Avevi promesso,» disse Massimiliano.

«Ho mentito per ragioni narrative.»

«Almeno sei trasparente.»

La strada successiva portava lo sguardo verso il campanile. La pioggia lo rendeva sfumato, quasi dipinto dietro un velo sottile. Le luci cominciavano ad accendersi e il cielo aveva assunto un grigio azzurro pieno di sfumature.

Un tuono più vicino fece vibrare l’aria.

Mi fermai.

Non ebbi paura.

Era profondo, ma non minaccioso.

Somigliava più a una voce che a un colpo.

«Sembra che il cielo stia parlando piano,» dissi.

Massimiliano guardò in alto.

«Forse sa che non serve urlare.»

Quella volta fui io a non rispondere.

La frase aveva già fatto il proprio lavoro.

Ci fermammo sotto un balcone sporgente, anche se l’ombrello bastava. Da una finestra socchiusa arrivava un profumo di pomodoro e basilico. Da un’altra, la voce di una televisione molto bassa. Una donna ritirava una pianta dal davanzale e, vedendoci, disse:

«Vi state facendo il bagno!»

«È terapeutico!» risposi.

Rise.

«Allora restate fuori!»

Il quartiere sembrava più intimo.

La pioggia aveva fatto chiudere le porte senza chiudere le persone. Dietro ogni finestra si intuiva una vita che si raccoglieva: una cucina, una lampada, qualcuno che sistemava la tavola, qualcuno che telefonava, qualcuno che semplicemente guardava fuori.

E pensai che le case, quando piove, cambiano funzione.

Non sono più soltanto luoghi in cui abitiamo.

Diventano ripari.

La differenza sembra minima, ma non lo è.

Un riparo è un luogo di cui, per un momento, senti gratitudine.

«Torniamo?» chiese Massimiliano.

«Sì.»

«Davvero?»

«Davvero.»

«Annotiamo la data.»

Sulla strada del ritorno la pioggia diminuì ancora.

Non smise.

Si fece più sottile.

Quasi una carezza.

Tesi una mano fuori dall’ombrello.

Le gocce erano fresche sul palmo.

«Che fai?»

«Controllo.»

«Cosa?»

«Se è ancora gentile.»

«Diagnosi?»

«Confermata.»

Quando rientrammo, Khloe arrivò subito alla porta e annusò le nostre scarpe bagnate. Kandy rimase qualche metro più indietro, osservandoci come una direttrice d’albergo che ha appena visto due clienti rientrare in condizioni discutibili.

«Siamo stati fuori dieci minuti,» dissi.

Massimiliano si tolse la giacca.

«Venticinque.»

«Il tempo sotto la pioggia funziona diversamente.»

«Naturalmente.»

Misi l’ombrello aperto nell’ingresso e tornai alla finestra.

La città continuava a brillare sotto l’acqua.

Ma dentro di me era successo qualcosa di curioso.

I problemi non erano scomparsi.

Le cose da fare erano ancora lì.

I messaggi aspettavano.

Gli impegni non si erano cancellati per decreto meteorologico.

Eppure avevano perso volume.

Forse avevano ripreso la loro vera dimensione.

Mi resi conto che questo è uno dei doni più strani della calma: non cambia necessariamente ciò che ci circonda. Cambia la distanza da cui lo guardiamo.

«Stai meglio?» mi chiese Massimiliano.

Mi voltai.

«Sì.»

«Per la passeggiata?»

«Anche.»

«Per la pioggia?»

«Soprattutto.»

«Allora domani ti metto sotto la doccia vestito.»

«Non è esattamente la stessa cosa.»

«Peccato. Sarebbe stato un metodo rapido.»

Tornammo in cucina.

Accendemmo una sola luce.

Preparammo qualcosa di semplice per cena e lasciammo la finestra appena socchiusa. Il rumore della pioggia entrava nella casa come una musica lontana.

Nessuno sentiva il bisogno di accendere la televisione.

Nessuno aveva fretta di riempire il silenzio.

Kandy si sistemò su una sedia. Khloe si accoccolò poco distante.

E per qualche minuto restammo tutti lì, insieme, mentre fuori il temporale continuava il proprio lavoro discreto.

Non stava distruggendo niente.

Non stava mettendo alla prova nessuno.

Non chiedeva coraggio.

Chiedeva soltanto di rallentare.

Fu allora che capii che non tutte le tempeste arrivano per abbattere ciò che abbiamo costruito.

Alcune arrivano per togliere polvere.

Per raffreddare l’aria quando è diventata troppo pesante.

Per svuotare le strade e riempire le case.

Per ricordarci che persino il cielo, ogni tanto, ha bisogno di lasciar cadere qualcosa senza fare del male a nessuno.

E forse anche noi.

Forse non tutto ciò che ci attraversa deve diventare una battaglia.

Non ogni tristezza è una tragedia.

Non ogni pausa è una sconfitta.

Non ogni tempesta viene per distruggere.

Alcune, semplicemente, arrivano per calmare.

Renzo Samaritani Schneider – Trani, agosto 2026

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