Un grazie all’amica Rita Reggio, che mi ha segnalato un articolo pubblicato da VITA e firmato da Simonetta Sandri, dal titolo «Via l’asfalto contro il caldo. Ma serve davvero?».
L’ho letto con particolare interesse perché affronta un tema del quale, con estati sempre più calde, sentiremo inevitabilmente parlare sempre più spesso: il depaving, cioè la rimozione di asfalto, cemento e altre superfici impermeabili non indispensabili, sostituendole con terreno vivo, alberi, arbusti e superfici capaci di assorbire l’acqua.
A prima vista verrebbe da dire: finalmente. Meno asfalto, più verde. Dove si firma?
Eppure la questione è più complessa. Ed è proprio questo, secondo me, il merito dell’articolo.
Togliere l’asfalto serve, certamente. Ma serve davvero soltanto quando fa parte di una visione complessiva della città. Qualche aiuola in più, qualche metro quadrato di pavimentazione eliminato e qualche albero piantato qua e là possono essere interventi positivi, ma non possono diventare l’alibi per continuare a progettare tutto il resto esattamente come prima.
Il problema non è soltanto quanto verde mettiamo nelle nostre città. È che città vogliamo costruire.
L’articolo richiama il concetto della cosiddetta “città spugna”: una città che non considera l’acqua piovana un fastidio da far sparire il più rapidamente possibile nelle fognature, ma una risorsa da assorbire, trattenere e utilizzare attraverso terreni permeabili, alberature, giardini della pioggia, tetti verdi e altre infrastrutture naturali.
È una prospettiva che condivido molto.
Perché il cambiamento climatico non si affronta mettendo qualche vaso ornamentale su una piazza completamente mineralizzata. Occorre creare ombra vera, terreno permeabile, vegetazione adatta, spazi in cui l’acqua possa essere assorbita e, soprattutto, luoghi nei quali sia piacevole vivere e camminare.
C’è poi una questione ancora più scomoda.
Se vogliamo davvero aumentare il verde urbano e restituire spazio al suolo, prima o poi dobbiamo domandarci quanto spazio delle nostre città vogliamo continuare a destinare alle automobili.
Parcheggi, carreggiate, enormi superfici asfaltate: non possiamo pretendere città più fresche, alberate, permeabili e vivibili senza mettere almeno parzialmente in discussione un modello urbano costruito per decenni attorno all’auto privata.
Ed è qui che il depaving smette di essere una tecnica urbanistica e diventa, in qualche modo, una scelta culturale.
I numeri citati da VITA, sulla base del Rapporto ISPRA-SNPA 2025, sono impressionanti: nel solo 2024 in Italia sono stati trasformati in superfici artificiali 83,7 chilometri quadrati di territorio, con un consumo di suolo che procede al ritmo di circa 2,7 metri quadrati al secondo.
Quindi c’è anche una contraddizione che non possiamo ignorare: mentre discutiamo di restituire alla natura alcuni pezzi delle città, continuiamo contemporaneamente a impermeabilizzare nuovo territorio.
Non possiamo svuotare il mare con un cucchiaino mentre dall’altra parte continuiamo a riempirlo.
E penso inevitabilmente anche alle nostre città del Sud e a Trani, dove durante l’estate sappiamo molto bene cosa significhi attraversare, nelle ore più calde, strade e piazze dominate da pietra e asfalto e prive di sufficiente ombra.
Non immagino naturalmente una città trasformata dall’oggi al domani in un bosco. Né credo nelle ricette semplicistiche.
Immagino però una città che, ogni volta che rifà una strada, una piazza, un parcheggio o uno spazio pubblico, si ponga alcune domande elementari:
Possiamo lasciare un po’ meno asfalto?
Possiamo rendere questa superficie permeabile?
Possiamo piantare alberi che fra vent’anni saranno ancora qui?
Possiamo creare ombra?
Possiamo raccogliere l’acqua piovana anziché perderla?
Possiamo lasciare qualcosa di migliore a chi verrà dopo di noi?
Questa, secondo me, è la parte più importante della questione.
Il depaving non è la soluzione al cambiamento climatico. Ma può diventare il simbolo di qualcosa di molto più grande: smettere di considerare il suolo uno spazio vuoto da coprire e cominciare nuovamente a considerarlo un organismo vivo.
La vera sfida non è semplicemente togliere l’asfalto.
È cambiare il modo in cui immaginiamo le nostre città.
E forse cominciare proprio da qualche metro quadrato restituito alla terra non sarebbe affatto un cattivo inizio.
Grazie ancora a Rita Reggio per avermi fatto conoscere questo interessante approfondimento.
Articolo di riferimento: https://www.vita.it/storie-e-persone/via-lasfalto-contro-il-caldo-ma-serve-davvero/
Renzo Samaritani Schneider, Associazione Culturale "TerraMare Nexus"