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Racconti del Venerdì

Il balcone dei gerani rossi – di Renzo Samaritani Schneider

Il balcone dei gerani rossi di Renzo Samaritani Schneider La prima cosa che vedevo ogni mattina non era il mare. E questo, a Trani, potrebbe sembrare quasi un torto. Il mare c’era, naturalmente. Bastava sporgersi un poco, cercarlo tra due facciate chiare, seguire con lo sguardo il taglio azzurro che si apriva in fondo alla strada. Ma prima del mare, prima del cielo, prima perfino del campanile che ogni tanto compariva oltre i tetti come un vecchio signore elegante, c’era un balcone. Un balcone piccolo, di ferro scuro, al secondo piano della casa di fronte. E sul balcone c’erano gerani rossi. Tanti. Così tanti che in certi giorni sembravano aver deciso di prendere possesso dell’intera facciata. Le fioriere erano appoggiate alla ringhiera, strette una accanto all’altra. I rami cadevano verso il basso, le foglie larghe e verdi si sovrapponevano e i fiori, accesi dal sole, sembravano piccoli fuochi immobili. La prima volta che li notai davvero era una mattina di fine agosto. In casa faceva già caldo, ma non quel caldo pesante che ti convince a chiudere tutto e vivere in penombra. Era un caldo chiaro, ancora sopportabile, attraversato da una brezza sottile che entrava dalla finestra e sollevava appena la tenda. Ero in cucina con il caffè d’orzo. Massimiliano stava tagliando il pane. Kandy era seduta sul pavimento con l’espressione di chi attende da tempo una spiegazione ufficiale sul ritardo della colazione. Khloe, invece, aveva occupato il davanzale. «Guarda quei gerani,» dissi. Massimiliano non alzò gli occhi. «Buongiorno anche a te.» «No, davvero. Guarda.» «Sono gerani, Renzo.» «Lo so che sono gerani.» «Mi tranquillizza.» «Ma guarda quanto sono rossi.» A quel punto si voltò verso la finestra. Li osservò per qualche secondo. «Sono molto rossi.» «Vedi?» «Hai vinto.» «Non era una gara.» «Con te lo diventa sempre a metà.» Sorrisi e tornai a guardare fuori. Il balcone apparteneva a una signora che avevo incrociato diverse volte per strada. Non conoscevo il suo nome. Era minuta, portava spesso vestiti chiari e camminava con quella calma che hanno alcune persone anziane quando hanno smesso di considerare il tempo un avversario. La vedevo quasi ogni mattina uscire sul balcone con un annaffiatoio verde. Non faceva grandi gesti. Non spostava i vasi, non parlava alle piante, almeno non ad alta voce, non sembrava neppure controllarle una per una. Versava un po’ d’acqua, toglieva qualche foglia secca, sfiorava un ramo e poi restava lì. Un minuto. Forse due. Appoggiata alla ringhiera. A guardare la strada. Quella mattina uscì mentre io ero ancora alla finestra. Indossava una vestaglia color crema e aveva i capelli raccolti dietro la testa. Posò l’annaffiatoio a terra e cominciò il suo giro. Un vaso. Poi l’altro. Poi un altro ancora. «Secondo me li cura da una vita,» dissi. Massimiliano stava spalmando la marmellata su una fetta di pane. «Secondo me stai iniziando un racconto.» «Non sto iniziando niente.» «Certo.» «Sto facendo colazione.» «Con trenta gerani e un’anziana misteriosa.» Lo ignorai con dignità. Fu allora che la signora alzò gli occhi. Mi vide. Per un attimo ebbi quella sensazione infantile di essere stato sorpreso a spiare. Lei però sorrise. Io alzai una mano. «Buongiorno!» «Buongiorno!» rispose. La sua voce attraversò la strada con una facilità sorprendente. Indicai i fiori. «Sono bellissimi!» Lei guardò i gerani come se si fosse dimenticata di averli. «Questi?» «Questi.» «Sono vecchi.» «Non si direbbe.» «Eh. Li taglio quando serve.» Poi raccolse l’annaffiatoio e rientrò. Fine della conversazione. Massimiliano mi guardò. «Un’intervista molto approfondita.» «Ho materiale sufficiente.» «Mi pare.» La giornata proseguì come tante altre. Lavoro, messaggi, piccole cose da sistemare, quelle commissioni domestiche che occupano dieci minuti ma riescono comunque a presentarsi con l’importanza di un vertice internazionale. Verso mezzogiorno uscii sul balcone. Il sole era diventato più forte. La pietra delle facciate rifletteva una luce quasi bianca. Le persiane erano per metà chiuse e la strada aveva rallentato il proprio ritmo. I gerani invece erano lì. Rossi più di prima. Alcuni petali cadevano oltre la ringhiera e oscillavano appena nel vento. Pensai a quello che aveva detto la signora. Sono vecchi. Mi aveva colpito. Perché noi associamo così facilmente la bellezza alla novità. Una cosa bella dovrebbe essere giovane, appena comprata, appena dipinta, appena iniziata. E invece quei gerani erano vecchi. Erano stati tagliati. Avevano perso foglie. Avevano attraversato inverni. Forse qualcuno li aveva dimenticati qualche giorno senza acqua. Forse avevano preso troppo sole. Forse avevano avuto parassiti, rami spezzati, settimane in cui sembravano non voler fiorire più. Eppure erano lì. Vivi. Accesi. Mi venne in mente che certe persone diventano così. Non belle nonostante il tempo. Belle per il modo in cui il tempo le ha attraversate. «Che fai?» chiese Massimiliano alle mie spalle. «Guardo i gerani.» «Ancora?» «Sto elaborando.» «Ah.» «Sono vecchi.» «Me l’avevi detto.» «Ma continuano a fiorire.» Massimiliano appoggiò una mano alla ringhiera. «È il loro mestiere.» «Non è detto.» «No?» «No. Potrebbero anche smettere.» «E invece?» «E invece continuano.» Lui fece un piccolo sorriso. «Allora magari non è il loro mestiere. È il loro carattere.» Quella frase mi piacque. Il carattere dei gerani. Nei giorni successivi cominciai a notarli sempre di più. Non perché fossero cambiati. Ero cambiato io. Li cercavo. La mattina, prima di controllare il telefono, guardavo il balcone. A volte la signora era già lì. A volte no. Una mattina trovai una delle fioriere quasi vuota. Mi allarmai in modo del tutto sproporzionato. «Massimiliano.» «Mmh?» «Manca un geranio.» «Chiama i carabinieri.» «Dico sul serio.» «Anch’io. Un reato botanico.» «Ieri c’era.» Lui venne alla finestra. «Forse lo ha spostato.» «Perché?» «Non lo so, Renzo. Non sono il consulente legale dei gerani.» Restai a guardarli ancora un po’. Quasi senza rendermene conto aspettavo che la signora uscisse. Lo fece poco dopo. Aveva un paio di forbici in mano. Tagliò alcuni rami secchi. Poi prese la fioriera mancante da terra, dove evidentemente era stata appoggiata, e la rimise sulla ringhiera. «Eccolo!» dissi. Massimiliano, dall’altra stanza: «Dormirò meglio.» Questa volta la signora mi vide subito. «Buongiorno!» «Buongiorno! Pensavo fosse successo qualcosa al vaso.» Lei guardò la fioriera. «No. L’ho messo giù ieri. C’era vento.» «Ah.» «I gerani resistono, ma mica bisogna fargli fare gli eroi.» Risi. «Giusto.» Lei tagliò un altro rametto. Poi, senza che glielo chiedessi, disse: «Questi erano di mia madre.» Rimasi in silenzio. «Davvero?» «Sì. Non questi fiori, naturalmente. Le piante. Le abbiamo sempre rifatte dalle talee.» Indicò un vaso più piccolo. «Quello viene da quello. Quello là viene dall’altro. Ogni anno taglio, metto nella terra, e ricominciano.» «Da quanti anni?» Lei alzò le spalle. «Mah. Tanti.» «Quindi sono come una famiglia.» La signora rise. «Peggio. Le famiglie almeno ogni tanto se ne vanno.» Risi anch’io. «E sua madre li teneva già sul balcone?» «Sempre. Anche quando non avevamo niente di bello, avevamo i gerani.» Quella frase mi rimase dentro. Anche quando non avevamo niente di bello, avevamo i gerani. Lei continuò come se avesse detto una cosa qualunque. «Mia madre diceva che una casa senza un fiore fuori sembra arrabbiata.» «Aveva ragione.» «Le madri hanno ragione dopo che non possono più ricordartelo.» Poi rientrò. Io rimasi lì. La strada sotto di noi continuava normalmente. Una bicicletta passò lenta. Un furgone fece manovra. Da una finestra arrivò il rumore di un piatto appoggiato sul tavolo. Il mondo non aveva notato che, pochi secondi prima, una donna aveva aperto una piccola porta sul passato. A me invece sembrava cambiato qualcosa. Guardai i gerani. Non erano più soltanto fiori. Erano continuità. Una pianta nata da una pianta nata da un’altra pianta. Una mano che aveva tagliato un ramo molti anni prima. Un’altra mano che lo aveva messo nella terra. Poi un’altra. E ancora un’altra. Una piccola genealogia vegetale, senza fotografie e senza documenti, custodita da una ringhiera di ferro. Mi domandai quante cose facciamo così, senza saperlo. Quante abitudini vengono da persone che non ci sono più. Il modo in cui pieghiamo un tovagliolo. Una parola che usiamo. Una ricetta. Il gesto con cui chiudiamo una porta. La maniera di sistemare una coperta. Un profumo che scegliamo senza sapere perché ci rassicura. Pensiamo di vivere soltanto nel presente, ma siamo pieni di talee. Piccoli pezzi di altri esseri umani messi dentro di noi molto tempo fa e diventati, in qualche modo, parte della nostra forma. Quella sera raccontai tutto a Massimiliano. «Quindi sono della madre,» disse. «Sì.» «Adesso capisco perché non li butta mai.» «Non li butterebbe comunque.» «Probabile.» «Mi piace questa cosa delle talee.» «Perché?» «Perché non conservi la pianta identica. Conservi la continuità.» Massimiliano rimase un momento in silenzio. «È meglio.» «Cosa?» «La continuità. Le cose identiche prima o poi diventano musei.» Annuii. Era vero. Conservare non significa congelare. Una talea cambia vaso. Mette radici nuove. Cresce in un’altra terra. Fiorisce in un’estate diversa. Non è la stessa pianta. Eppure qualcosa continua. Il giorno dopo decisi di comprare un piccolo geranio. Non rosso. Bianco. «Perché bianco?» chiese Massimiliano mentre lo sistemavo sul nostro balcone. «Per non fare concorrenza.» «Diplomazia condominiale.» «Esatto.» Khloe arrivò immediatamente a ispezionarlo. «Tu no.» Annusò una foglia. «Khloe.» Mi guardò. Poi provò a mordicchiarla. «Ecco. Il progetto memoria familiare finisce oggi.» Massimiliano rise. Spostammo il vaso in un punto più sicuro. Qualche giorno dopo la signora lo notò. «Avete messo un geranio!» gridò dal balcone. «Ci ha contagiati!» risposi. «Quello è bianco.» «Così non ci confondiamo.» Lei rise. Poi disse: «Quando cresce, tagliate un rametto.» «Perché?» «Così ne fate un altro.» «Ah.» «Se aspettate che una pianta muoia per farne un’altra, avete aspettato troppo.» Mi fermai. «Questa è una regola per i gerani?» Lei mi guardò con aria furba. «Fate voi.» E rientrò. Massimiliano, dietro di me, disse: «Ormai la tua filosofa ufficiale abita di fronte.» «Mi costa meno di un corso.» «E annaffia meglio.» Passarono i giorni. Il nostro geranio bianco cominciò lentamente a prendere confidenza con il balcone. Un fiore si aprì. Poi un secondo. Di fronte, il rosso continuava a dominare la scena. La mattina, con il sole ancora obliquo, i petali sembravano quasi trasparenti ai bordi. A mezzogiorno diventavano intensi, compatti. Verso sera, quando la luce calava, assumevano una tonalità più profonda, quasi color vino. Cominciai a pensare che il balcone cambiasse umore con le ore. Ma la cosa più bella accadde una mattina dopo una notte di vento. Quando aprii la finestra, vidi diversi petali rossi sul marciapiede. Erano caduti dal balcone e si erano sparsi sulla pietra chiara. Sembravano coriandoli lasciati da una festa che nessuno aveva visto. La signora uscì poco dopo. Guardò in basso. Scosse la testa. «Che disastro.» «È bello!» le dissi. «Bello? È tutto sporco.» «Sembrano piccoli pezzi di colore sulla strada.» «Allora scenda lei a raccoglierli.» Risi. «Va bene.» «Scherzo!» Ma un’ora dopo, quando uscii per una commissione, ne raccolsi uno davvero. Non per conservarlo. Un petalo non si conserva. Lo presi tra due dita. Era sottile, quasi senza peso. Lo guardai un attimo e poi lo lasciai andare. Il vento lo spostò di qualche centimetro. E pensai che forse anche questo faceva parte della storia. Non tutto ciò che viene tramandato deve restare intatto. Qualcosa cade. Qualcosa si perde. Qualcosa viene portato via dal vento. Ma finché c’è qualcuno che taglia un rametto e lo mette nella terra, la storia non finisce. Quella sera restammo sul balcone più a lungo del solito. Il cielo sopra Trani aveva il colore lento della fine dell’estate. Non era ancora buio, ma il giorno aveva già rinunciato alla propria forza. Dal mare arrivava una brezza leggera. Il nostro geranio bianco era immobile. Di fronte, il balcone rosso sembrava quasi acceso. La signora uscì. Non aveva l’annaffiatoio. Si appoggiò soltanto alla ringhiera. Noi facemmo lo stesso. Per qualche minuto nessuno disse niente. Tre balconi, due case, una strada stretta in mezzo. Poi lei disse: «Stasera si sta bene.» «Benissimo,» rispose Massimiliano. «Tra poco cambia l’aria.» «Si sente,» dissi. Lei guardò i fiori. «Devono prepararsi all’autunno.» «E come fanno?» «Fanno quello che possono.» «Tutto qui?» «Tutto qui.» Sorrisi. Mi accorsi che mi piaceva quella risposta più di molte altre. Fare quello che possiamo. Né di meno, per pigrizia. Né di più, per paura. Il necessario. Acqua quando serve. Una potatura. Un vaso spostato quando arriva il vento. Un rametto nella terra prima che sia troppo tardi. Forse anche la cura degli esseri umani è fatta soprattutto così. Non di gesti eroici. Di continuità. La signora rientrò. Massimiliano rimase accanto a me. «Hai capito perché ti piacciono tanto?» mi chiese. «I gerani?» «Sì.» Ci pensai. «Perché sono rossi?» «No.» «Perché sono belli?» «Troppo facile.» «Allora dimmelo tu.» Massimiliano guardò il balcone di fronte. «Perché non fanno rumore per dimostrare che sono vivi.» Mi voltai verso di lui. Non aggiunsi niente. Certe frasi devono avere spazio intorno. Restammo lì ancora un po’. La strada sotto di noi cominciava a svuotarsi. Una luce si accese dietro una persiana. Un motorino passò in fondo alla via. Da qualche parte arrivò l’odore della cena di qualcuno. Il nostro geranio bianco e quelli rossi di fronte erano due piccole presenze nel crepuscolo. Pensai alla madre della signora, che non avevo conosciuto. Alle sue mani. Alle talee. Agli anni passati. A tutte le estati in cui quei fiori avevano continuato ad aprirsi davanti a persone diverse. E mi sembrò improvvisamente che quel balcone dicesse qualcosa di semplice e ostinato. Che vivere non significa restare uguali. Significa continuare. Mettere radici nuove senza fingere di non averne avute altre. Lasciare andare i petali che devono cadere. Tagliare ciò che si è seccato. Proteggere ciò che è ancora vivo. E, quando arriva il momento, affidare un piccolo ramo alla terra perché qualcuno, un giorno, possa guardarlo da una finestra e dire: «Guarda quanto è rosso.» Forse è così che sopravvivono le cose importanti. Non facendo rumore. Fiorendo. Renzo Samaritani Schneider – Trani

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