Il sorriso di Shivananda era una di quelle cose che nessuno riusciva a descrivere senza sembrare ridicolo.
Non era un sorriso “spirituale”, di quelli studiati per le fotografie, con gli occhi socchiusi e l’aria di chi ha appena ricevuto una rivelazione cosmica. Non era neppure il sorriso gentile di chi vuole mettere a proprio agio gli altri.
Era più imprevedibile.
A volte spariva per giorni.
Shivananda poteva attraversare il cortile con il volto serio, quasi assente, stringendo tra le mani un mazzo di chiavi o un fascio di carte da firmare, mentre attorno a lui volontari e ospiti continuavano a chiedergli qualcosa: un consiglio, un permesso, una benedizione, la soluzione a una perdita d’acqua, il nome giusto per un’aiuola, il modo migliore per disporre i tappetini nella sala di meditazione.
In quei momenti sembrava più un amministratore stanco che un maestro spirituale.
Poi, senza preavviso, quel sorriso appariva.
Come una brezza che entra da una finestra rimasta aperta.
E cambiava il clima di tutta la giornata.
Renzo lo aveva notato già nei primi giorni.
Aveva notato anche un’altra cosa.
C’era chi interpretava quel sorriso come semplice gentilezza.
Chi come compassione.
Chi come carisma.
E chi, purtroppo, come qualcosa di completamente diverso.
La volontaria si chiamava Miriam.
Era arrivata da Firenze all’inizio di agosto, su un autobus notturno che l’aveva lasciata a Foggia alle sei del mattino con uno zaino color amaranto, due borse di tela e un cappello di paglia troppo grande.
Aveva quarantadue anni, capelli scuri molto lunghi, quasi neri, che portava spesso raccolti sulla nuca con una matita di legno. Il viso era sottile e bello in un modo inquieto: grandi occhi verdi, zigomi pronunciati, labbra che sembravano sul punto di sorridere e poi cambiavano idea.
Aveva lavorato per anni come insegnante di danza.
Poi aveva lasciato tutto.
“Non riuscivo più a sentire il corpo come una casa”, aveva spiegato a Renzo una sera davanti a una tisana.
Lui non aveva capito fino in fondo che cosa intendesse.
Ma gli era sembrata una di quelle frasi che contengono una storia troppo lunga per essere raccontata subito.
Miriam era efficiente.
Puliva.
Aiutava in cucina.
Accompagnava gli ospiti nelle stanze.
Aveva imparato in pochi giorni dove si trovavano le lenzuola, le candele, il materiale per le cerimonie e perfino le chiavi del magazzino degli attrezzi.
Lucia la adorava.
— Almeno una che quando le dici “porta venti piatti” non ti risponde chiedendo quale sia il significato karmico del numero venti.
Miriam rideva.
E lavorava.
La prima volta che Shivananda le sorrise, stavano sistemando alcuni cuscini nel tempio.
Era mattina presto.
L’aria all’interno era ancora fresca e profumava di sandalo, gelsomino e cera consumata.
Miriam si era chinata per raccogliere una collana di fiori caduta accanto all’altare.
Shivananda entrò.
La vide.
— Grazie — disse.
Lei sollevò il volto.
Lui sorrise.
Niente di più.
Durò forse due secondi.
Ma Miriam rimase immobile.
Renzo, che stava sistemando alcuni libri sul fondo del tempio, se ne accorse.
E non ci pensò più.
Tre giorni dopo Miriam gli disse:
— Posso confidarti una cosa?
Erano seduti sulla terrazza dell’ostello.
Il tramonto aveva trasformato la campagna in una distesa color rame. Le foglie degli ulivi sembravano d’argento e, in lontananza, una linea azzurra indicava il mare.
Khloe cercava di infilarsi dentro una cesta vuota.
Kandy dormiva sulle ginocchia di Renzo.
— Certo.
Miriam esitò.
— Secondo te Shivananda è sposato?
Renzo la guardò.
— Non ne ho idea.
— Ha una compagna?
— Non lo so.
Miriam abbassò gli occhi.
Renzo sentì immediatamente il piccolo campanello interiore che annunciava l’arrivo di un problema.
— Perché me lo chiedi?
— Così.
Pausa.
— Curiosità.
Renzo annuì lentamente.
Kandy fece le fusa.
La conversazione finì lì.
Ma non il problema.
Nei giorni successivi Miriam cominciò a parlare sempre più spesso di Shivananda.
Non in modo evidente.
All’inizio erano osservazioni casuali.
“Quando parla con me usa un tono diverso.”
“Mi sembra che cerchi spesso il mio sguardo.”
“L’altro giorno mi ha chiesto come stavo.”
“Quando gli porto il tè sorride sempre.”
Renzo ascoltava.
Cercava di non incoraggiarla.
Ma nemmeno di ridicolizzarla.
Perché aveva imparato una cosa importante durante gli anni trascorsi tra comunità spirituali, maestri, discepoli e devoti.
Il carisma è una sostanza potente.
Non si vede.
Non si tocca.
Eppure può alterare profondamente il modo in cui una persona interpreta anche il gesto più semplice.
Un sorriso diventa un messaggio.
Una parola diventa un segno.
Una coincidenza diventa destino.
Una sera Massimiliano trovò Renzo seduto fuori dalla stanza numero sette.
— Che faccia è quella?
— Miriam.
— Ah.
— Sai già?
— Lo sanno tutti.
Renzo lo guardò sorpreso.
— Tutti?
— Lucia dice che se continua così, tra una settimana prenota il ristorante per il matrimonio.
Renzo rise, ma subito dopo tornò serio.
— Non è divertente.
— Lo so.
Massimiliano si sedette accanto a lui.
— Però non puoi salvarla dalle sue fantasie.
Renzo guardò il cortile.
Shivananda stava parlando con alcuni volontari vicino alla cucina.
Miriam era poco distante.
Lo osservava.
Non con devozione.
Con qualcosa di più personale.
Più fragile.
— Il problema — disse Renzo — è che quando proietti qualcosa su un maestro spirituale, diventa molto difficile distinguere quello che lui fa da quello che tu vuoi vedere.
Massimiliano annuì.
— Vale anche per l’amore normale.
Renzo sorrise.
— Forse soprattutto per quello.
Il momento critico arrivò durante una riunione del Consiglio Cittadino della Luce.
Si parlava dei turni di servizio.
Lucia protestava perché alcune persone continuavano a presentarsi in cucina soltanto all’ora di mangiare.
Arianna proponeva una rotazione più rigorosa.
Javier, un ragazzo argentino arrivato da pochi giorni, sosteneva invece che troppe regole avrebbero trasformato la comunità in una caserma.
Shivananda ascoltava.
Miriam era seduta quasi di fronte a lui.
A un certo punto disse qualcosa.
Una frase semplice.
— Forse dovremmo ricordarci che il servizio dovrebbe nascere dall’amore, non dall’obbligo.
Shivananda la guardò.
E sorrise.
Di nuovo quel sorriso.
Caldo.
Silenzioso.
Miriam abbassò gli occhi.
Renzo vide le sue guance diventare rosse.
E capì.
La sera stessa lei bussò alla stanza numero sette.
Massimiliano stava leggendo.
Renzo aprì.
Miriam entrò.
Sembrava agitata.
— Posso parlare con te?
— Certo.
Si sedettero.
Kandy saltò sul letto.
Khloe si accoccolò vicino alla finestra.
Per qualche secondo Miriam rimase in silenzio.
Poi disse:
— Credo che Shivananda provi qualcosa per me.
Renzo non rispose subito.
Fuori le cicale cantavano.
Da qualche parte arrivava il rumore di un cucchiaio contro una pentola.
La vita continuava con totale indifferenza.
— Perché lo pensi?
Miriam iniziò a raccontare.
Il sorriso.
Gli sguardi.
La domanda su come stesse.
Una volta le aveva sfiorato una spalla mentre passava.
Un’altra volta le aveva detto “sei preziosa per questa comunità”.
Ogni elemento aveva acquisito un significato.
Renzo ascoltò tutto.
Poi respirò lentamente.
— Miriam…
lei lo guardò.
— posso dirti una cosa che forse non ti farà piacere?
Annuì.
— Tutto quello che mi hai raccontato potrebbe significare esattamente ciò che pensi.
Miriam sembrò illuminarsi.
Renzo continuò.
— Oppure potrebbe non significare assolutamente niente di quello che pensi.
La luce nei suoi occhi cambiò.
— Non capisco.
— Un maestro spirituale può avere un modo molto intenso di guardare le persone. Può essere affettuoso. Può dire cose profonde. E chi sta attraversando un momento emotivamente fragile può sentire quelle attenzioni in modo ancora più forte.
Miriam si irrigidì.
— Quindi pensi che mi stia inventando tutto?
— No.
Renzo scosse la testa.
— Penso che tu stia provando qualcosa di vero.
Ma il fatto che il tuo sentimento sia vero non significa automaticamente che la tua interpretazione dei suoi gesti lo sia.
Silenzio.
Miriam abbassò lo sguardo.
Le mani le tremavano leggermente.
— Mi sento stupida.
— Non esserlo.
Renzo parlò piano.
— Il bisogno di essere visti è una delle cose più umane che esistano.
La mattina successiva fu Miriam stessa a chiedere di parlare con Shivananda.
Non nascose nulla.
Lo incontrò sotto il grande fico vicino al tempio.
Renzo non era presente.
Seppe ciò che era accaduto soltanto più tardi, perché fu Miriam a raccontarglielo.
Shivananda l’aveva ascoltata senza interromperla.
Lei gli aveva confessato di essersi innamorata.
O almeno di credere di esserlo.
Gli aveva raccontato dei sorrisi.
Degli sguardi.
Delle sensazioni.
Poi aveva aspettato.
Shivananda era rimasto in silenzio.
Infine le aveva detto:
— Ti ringrazio per la sincerità.
Miriam aveva iniziato a piangere.
Lui non l’aveva toccata.
Non l’aveva abbracciata.
Non aveva alimentato l’ambiguità.
Aveva semplicemente aggiunto:
— L’affetto che provo per te è lo stesso affetto che vorrei imparare a provare per ogni persona che arriva qui.
Quelle parole le avevano fatto male.
Ma erano state chiare.
— Il mio sorriso non era una promessa — aveva continuato Shivananda. — Era soltanto un sorriso.
Quando Miriam raccontò tutto a Renzo, erano di nuovo sulla terrazza.
Stesso cielo.
Stessi ulivi.
Ma qualcosa era cambiato.
— Mi vergogno terribilmente — disse.
Renzo scosse la testa.
— Non hai fatto niente di cui vergognarti.
— Ho costruito una storia intera.
— Sì.
Miriam rise amaramente.
— Grazie per la delicatezza.
Renzo sorrise.
— Tutti costruiamo storie.
È quello che fa la mente.
Prende tre fatti e inventa un romanzo.
— Detto da uno scrittore…
— Infatti io lo faccio professionalmente.
Miriam scoppiò a ridere.
Una risata vera.
Liberatoria.
Kandy sollevò la testa dalle sue ginocchia.
Khloe, disturbata, saltò giù dal muretto.
Nei giorni successivi Miriam rimase nella comunità.
Questa fu forse la cosa più importante.
Non scappò.
Non trasformò il rifiuto in rabbia.
Non accusò Shivananda di averla illusa.
Non cercò nuovi segni.
Continuò a lavorare.
Un po’ più silenziosa.
Un po’ più vulnerabile.
Ma anche più autentica.
Un pomeriggio Shivananda passò accanto alla cucina.
Miriam stava tagliando zucchine insieme a Lucia.
Lui salutò.
— Buon lavoro.
E sorrise.
Miriam lo guardò.
Per un istante Renzo, che stava entrando, trattenne il respiro.
Poi lei sorrise a sua volta.
— Grazie.
E continuò a tagliare le zucchine.
Niente destino.
Niente messaggio segreto.
Niente promessa.
Solo due persone.
Quella sera Renzo scrisse sul suo quaderno:
Il carisma è una luce.
Ma come ogni luce, può proiettare ombre.
Il compito di un maestro non è permettere che gli altri si innamorino della sua immagine.
È ricordare loro che ciò che cercano nel suo volto appartiene già, in qualche forma, a loro stessi.
E il compito di chi cerca non è smettere di amare.
È imparare a distinguere l’amore dalla proiezione.
Chiuse il quaderno.
Il cielo era diventato color indaco.
Una luna sottile saliva sopra gli ulivi.
Dal tempio arrivavano i primi suoni della meditazione serale.
Massimiliano si avvicinò.
— Hai finito?
— Sì.
— E qual è la morale?
Renzo guardò verso il tempio.
In quel momento Shivananda uscì dalla porta.
Vide loro due.
Sollevò una mano.
E sorrise.
Massimiliano guardò Renzo.
— Oddio.
Renzo scoppiò a ridere.
— Non cominciare anche tu.
E mentre il sorriso del guru spariva nella luce della sera, Renzo pensò che forse una delle forme più difficili della libertà spirituale fosse proprio quella:
ricevere un sorriso…
senza sentirsi obbligati a trasformarlo in una profezia.