C'è un piccolo bosco che cresce dentro Bari, tra i palazzi del quartiere Poggiofranco. Non è un parco progettato per essere solo bello da guardare: è pensato per respirare insieme alla città, abbassare la temperatura nelle estati sempre più roventi, filtrare l'aria e offrire un ritrovo all'ombra per chi in centro non ha un giardino. Il "Bosco Urbano" di Poggiofranco è uno dei segnali più concreti di un cambiamento che sta attraversando le città pugliesi: la natura non resta più confinata fuori dai centri abitati, ma torna a intrecciarsi con le strade, i cortili e persino i tetti.
Il tema è tornato al centro dell'attenzione nazionale con Urban Nature 2026, l'iniziativa del WWF che quest'anno ha scelto di dedicarsi in particolare agli impollinatori: api, bombi, farfalle e tutti quegli insetti silenziosi da cui dipende, più di quanto si immagini, la salute degli ecosistemi urbani e la stessa produzione di cibo. In un centinaio di piazze italiane il WWF ha portato banchetti dedicati alla vendita di miele, il cui ricavato finanzia la creazione di nuovi spazi verdi cittadini: un modo semplice per trasformare un gesto quotidiano, comprare un vasetto di miele, in un contributo diretto alla rigenerazione ecologica delle città.
In Puglia questo movimento incontra una tradizione già viva. Da anni, in molti centri della regione, cittadini e associazioni coltivano orti condivisi negli spazi lasciati liberi tra i quartieri: piccoli appezzamenti dove si coltivano pomodori, melanzane, erbe aromatiche e legumi, spesso secondo le varietà locali tramandate di famiglia in famiglia. Non è solo una questione di autosufficienza alimentare. Gli orti condivisi ricuciono legami sociali che le città moderne tendono a sfilacciare: vicini che non si conoscevano si ritrovano a discutere di irrigazione e di semine, anziani che trasmettono ai più giovani i tempi lenti della terra, bambini che vedono per la prima volta da dove viene davvero un pomodoro.
Su questo fronte lavora anche BiodiverSO, la rete pugliese "per la Biodiversità delle Specie Orticole", un progetto che si occupa di censire e proteggere le varietà tradizionali di ortaggi della regione: semi che rischiano di scomparire perché sostituiti da poche varietà commerciali standardizzate, ma che custodiscono un patrimonio genetico e culturale prezioso, spesso più resistente alla siccità e più adatto ai suoli locali rispetto agli ibridi moderni. Salvare un pomodoro antico pugliese, in questo senso, è un gesto ambientale tanto quanto piantare un albero.
I tetti verdi completano il quadro. Se un tempo erano considerati un vezzo architettonico riservato a pochi edifici di pregio, oggi vengono studiati come vere infrastrutture ecologiche: superfici che assorbono acqua piovana alleggerendo il carico sulle fognature cittadine, isolano termicamente gli edifici riducendo i consumi energetici, e offrono rifugio a insetti impollinatori che altrimenti non troverebbero fiori in mezzo al cemento. Insieme a pareti vegetate, filari alberati e piccoli giardini della pioggia, formano quella che gli urbanisti chiamano "infrastruttura verde e blu": una rete diffusa di natura che non ha bisogno di grandi riserve protette per funzionare, ma si costruisce un balcone, un cortile, un tetto alla volta.
È una biodiversità meno spettacolare di quella dei parchi nazionali o delle riserve marine, ma non meno importante: è quella che si incontra scendendo a comprare il pane, quella che ronza tra i vasi di basilico di un balcone, quella che germoglia in un ritaglio di terra condiviso con i vicini. Le città pugliesi, con la loro luce e il loro clima mite, hanno tutte le condizioni per diventare laboratori di questa natura di prossimità: basta, spesso, la volontà di qualche cittadino e uno spazio abbandonato da restituire alla vita.
di Renzo Samaritani Schneider
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