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Carmelina Rotundo Auro

Un Germoglio d'Ulivo tra le Pagine: Come Kurumuny Salva le Voci del Salento dall'Oblio

Illustrazione: Kurumuny, editoria indipendente del Salento

C'è un paese, in fondo al tacco d'Italia, dove le voci degli anziani non si sono mai davvero spente. Sono state registrate, catalogate, trascritte, e infine trasformate in libri, dischi, documentari. Il paese è Calimera, cuore della Grecìa Salentina, e la casa editrice che da oltre vent'anni custodisce questo patrimonio si chiama Kurumuny: una parola in grico, l'antico dialetto ellenofono ancora parlato in alcuni borghi del Salento, che significa "germoglio d'ulivo". Un nome-manifesto, scelto per rappresentare la pianta simbolo di tutta la Puglia e, insieme, l'idea di una cultura che rinasce ogni volta che qualcuno si prende la briga di raccoglierla.

Tutto comincia nel 2002, quando Luigi Chiriatti — ricercatore di storia orale, tra i primi in Italia a occuparsi sistematicamente di musica popolare di tradizione orale — fonda una rivista che sarebbe presto diventata molto più di una pubblicazione periodica. Chiriatti aveva passato anni a percorrere le campagne salentine con un registratore, raccogliendo canti, filastrocche, racconti di pizzica e di tarantismo direttamente dalla voce di chi li aveva ereditati oralmente, spesso senza che fossero mai stati scritti prima. Da quell'archivio sonoro, nel 2004, nasce la casa editrice vera e propria: Kurumuny inizia a pubblicare libri accompagnati da CD e DVD, un formato ibrido che permette al lettore non solo di leggere la storia di un canto, ma di ascoltarlo nella voce di chi lo cantava ancora nei cortili, nelle aie, durante le veglie.

È un progetto editoriale che sfida la logica delle grandi distribuzioni: pochi titoli l'anno, tirature contenute, un lavoro di ricerca sul campo che precede sempre la scrittura. Il catalogo si è però ampliato negli anni ben oltre l'etnomusicologia delle origini, arrivando ad abbracciare l'antropologia, il cinema documentario, la saggistica sulle scienze sociali, la narrativa e la poesia. Restano fedeli, in ogni collana, due tratti distintivi: il legame strettissimo con il territorio — non un Salento da cartolina, ma quello vissuto nei suoi riti, nei suoi miti, nelle sue contraddizioni — e l'attenzione a chi, per lingua o per condizione, rischierebbe altrimenti di restare invisibile: i parlanti di grico rimasti, i musicisti di tradizione mai saliti su un palco importante, le comunità rurali che la modernizzazione ha reso silenziose.

Non è un caso che il sottotitolo informale con cui in molti descrivono la missione di Kurumuny sia "dare voce agli invisibili". In un'epoca in cui gran parte dell'editoria italiana si concentra nei grandi centri urbani e insegue le classifiche nazionali, una piccola realtà salentina ha scelto la strada opposta: scavare in profondità in un territorio circoscritto, fidandosi dell'idea che una storia raccontata con rigore e amore per il dettaglio riesca poi a parlare a chiunque, ovunque si trovi.

Il lavoro di Kurumuny si inserisce in una rete più ampia di piccola editoria pugliese che nel 2026 continua a farsi notare fuori regione: case editrici come Adda, Besa Muci, Cacucci, Edipuglia, Edizioni Dal Sud, Fallone e Pensa Multimedia hanno portato le loro novità sia al Salone del Libro di Torino sia, in autunno, alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma, "Più Libri Più Liberi". È un segnale di vitalità che racconta come, in Puglia, editoria indipendente non significhi marginalità, ma spesso l'esatto contrario: una libertà di scelta editoriale che i grandi marchi non possono permettersi.

Per chi volesse avvicinarsi a questo mondo, il consiglio più semplice resta il primo: cercare un titolo Kurumuny in una libreria indipendente del Salento, aprirlo, e — se il volume lo prevede — infilare il CD allegato nel lettore. Ad accogliere il lettore non sarà solo un testo, ma una voce vera, registrata magari trent'anni fa in un vicolo di paese, che continua a raccontare una storia che altrimenti si sarebbe persa. È forse questo il modo più autentico in cui un piccolo editore può cambiare, pagina dopo pagina, il destino di una memoria collettiva.

di Carmelina Rotundo Auro

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