Il racconto del venerdì – Il mantello di novembre
di Renzo Samaritani Schneider
Novembre non entra mai in una città facendo rumore.
Arriva piano.
Come un vecchio amico educato che bussa appena alla porta e aspetta che qualcuno gli apra.
Quando arriva lui, la luce cambia carattere.
Non è più quella vivace dell'estate né quella dorata dell'autunno appena iniziato.
È una luce che invita a rallentare.
A osservare.
A respirare.
Quella mattina io e Massimiliano uscimmo senza un programma preciso.
Come spesso ci accade nei giorni migliori.
L'aria era fresca.
Non fredda.
Solo abbastanza da ricordarci che una stagione stava salutando e un'altra si preparava a entrare.
«Metti la sciarpa,» disse Massimiliano.
«Non serve ancora.»
«Lo dici sempre.»
«E tu hai sempre ragione.»
Mi guardò sorridendo.
«È una delle poche certezze che mi concedo.»
Alla fine presi la sciarpa.
Come sempre.
Camminammo lungo uno dei viali alberati di Trani.
I platani avevano ormai perso buona parte delle foglie.
Quelle rimaste sembravano trattenersi soltanto per affetto.
Ogni tanto una si staccava.
Non cadeva.
Scendeva.
Con una lentezza elegante che nessuna macchina riuscirà mai a imitare.
Khloe, se fosse stata con noi, avrebbe sicuramente tentato di rincorrerla.
Kandy, invece, avrebbe osservato la scena con quell'aria da filosofa che assume davanti ai fenomeni naturali.
«Guarda,» dissi indicando una foglia che roteava nell'aria.
Massimiliano seguì il suo percorso fino a terra.
«Sembra che non abbia fretta.»
«Forse perché sa dove deve andare.»
Continuammo a camminare.
Le nostre scarpe producevano un rumore secco sulle foglie ormai asciutte.
Cric.
Cric.
Cric.
Un suono semplice.
Eppure incredibilmente rassicurante.
Una bambina poco più avanti si divertiva a saltare dentro un mucchio di foglie.
Rideva.
Ogni salto sollevava una piccola nuvola color rame.
Il padre la osservava seduto su una panchina.
«Ancora una volta!» gridò lei.
«Solo un'altra.»
Naturalmente furono almeno altre dieci.
«Da piccoli novembre è un gioco,» dissi.
«E da grandi?»
Ci pensai un momento.
«Una lezione.»
Massimiliano annuì.
«Bella differenza.»
Il vento si alzò appena.
Quanto bastava per rimettere in viaggio alcune foglie.
Le guardai allontanarsi.
Non opponevano resistenza.
Non cercavano di tornare sull'albero.
Accettavano semplicemente il loro momento.
Mi fermai.
«Sai cosa mi colpisce?»
«Cosa?»
«Nessuna foglia sembra disperata di cadere.»
«Perché è il suo tempo.»
Quelle quattro parole rimasero sospese tra noi.
Perché è il suo tempo.
Quante cose nella nostra vita continuiamo a trattenere oltre il loro tempo?
Vecchi dispiaceri.
Discussioni finite da anni.
Sensi di colpa.
Persone che ormai appartengono ai ricordi.
Perfino vecchie versioni di noi stessi.
Le stringiamo così forte da dimenticare quanto sarebbe leggero lasciarle andare.
«Non è facile,» dissi.
«No.»
«Lasciare andare.»
Massimiliano raccolse una foglia color ambra.
La rigirò tra le dita.
«Neanche per gli alberi, immagino.»
«Dici?»
«Certo.»
Mi porse la foglia.
«Però continuano a farlo.»
La osservai controluce.
Le nervature sembravano una piccola mappa.
Una geografia del tempo.
Un signore anziano ci superò lentamente con il suo cane.
«Buongiorno.»
«Buongiorno.»
Il cane si fermò ad annusare le foglie.
«Gli piacciono?» chiesi.
L'uomo sorrise.
«Credo che gli ricordino che è novembre.»
Continuò a camminare.
Mi piacque quella risposta.
Anche gli animali conoscono le stagioni.
Solo che non litigano con loro.
Le accolgono.
Forse dovremmo imparare.
Riprendemmo il nostro cammino.
Il cielo era basso.
Grigio chiaro.
Ma non triste.
Sembrava il soffitto accogliente di una grande stanza.
Il sole filtrava appena, diffondendo una luce morbida che rendeva ogni colore più profondo.
Le foglie gialle.
Quelle rosse.
Quelle color rame.
Quelle ormai marroni.
Tutte bellissime.
Perfino mentre stavano concludendo il loro viaggio.
«Sai perché mi piace novembre?» chiese Massimiliano.
«Perché?»
«Perché non cerca di sembrare altro.»
Sorrisi.
Era vero.
Novembre non finge.
Non promette.
Non seduce.
Invita soltanto.
A rallentare.
A riflettere.
A fare spazio.
Quando tornammo verso casa, avevo una strana sensazione di leggerezza.
Come se quella passeggiata avesse portato via qualcosa che non mi serviva più.
Forse un pensiero inutile.
Forse una preoccupazione.
Forse soltanto un po' di rumore.
Guardai un'ultima volta gli alberi.
Continuavano a lasciar cadere le loro foglie con una dignità silenziosa.
Senza ribellarsi.
Senza paura.
Con la fiducia di chi sa che ogni apparente fine prepara una nuova primavera.
E capii che novembre non è il mese in cui la natura muore.
È il mese in cui insegna.
Ci mostra, con infinita pazienza, che lasciare andare non significa perdere.
Significa alleggerirsi.
Perché ogni anima, prima o poi, ha bisogno di imparare questa piccola, grande arte.
Quella di lasciare cadere ciò che ha già compiuto il proprio tempo.
Solo allora si è davvero pronti ad accogliere ciò che verrà.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, luglio 2026

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