Capitolo 8, Io Sono, Noi Siamo: "L’ospite che non sorrideva mai", Voci dalla Città della Nuova Luce di Renzo Samaritani Schneider


 

8️⃣ L’ospite che non sorrideva mai

L'estate pugliese aveva ormai preso possesso della Città della Nuova Luce.

Le giornate cominciavano prestissimo. Alle sei del mattino il sole era già sopra gli ulivi, e la campagna sembrava respirare lentamente insieme al vento. L'aria profumava di timo, lavanda e terra calda, mentre dalle cucine arrivava il rumore delle pentole e il canto sommesso di qualcuno che preparava il pane.

In pochi giorni quel luogo aveva iniziato a trovare un suo ritmo.

Non era ancora una città.

Nemmeno un villaggio.

Era qualcosa di intermedio.

Un organismo che stava imparando a respirare.

Gli orti prendevano forma.

Le ex stalle diventavano lentamente camere per gli ospiti.

Il tempio era ormai aperto ogni giorno.

La cucina funzionava con una sorprendente efficienza, nonostante le continue discussioni tra i sostenitori del tofu e gli irriducibili difensori della mozzarella.

Persino il Consiglio Cittadino della Luce aveva già fissato il suo secondo incontro.

Renzo osservava tutto questo seduto all'ombra di un fico.

Aveva il computer sulle ginocchia.

Stava scrivendo.

Ogni tanto alzava lo sguardo.

Poi riprendeva.

Scrivere lì era diverso.

Le parole sembravano arrivare insieme al vento.


Verso mezzogiorno una vecchia automobile color grigio chiaro imboccò lentamente il vialetto sterrato.

Non era una macchina nuova.

Era una Fiat Croma degli anni Novanta, lucida ma consumata dal tempo.

Si fermò davanti all'ostello.

Il motore rimase acceso qualche secondo.

Poi si spense.

Nessuno uscì.

Lucia, che stava raccogliendo pomodori, si asciugò le mani nel grembiule.

— Aspettate qualcuno?

Il ragazzo addetto all'accoglienza consultò una cartellina.

— Sì.

Camera diciassette.

Si chiama...

Sfogliò lentamente i fogli.

— Carlo Balestri.

Silenzio.

La portiera si aprì.

Scese un uomo molto anziano.

Avrà avuto poco più di ottant'anni.

Era alto.

Magrissimo.

Indossava una semplice camicia azzurra perfettamente stirata, pantaloni color sabbia e scarpe lucidissime.

Portava una sola valigia.

Piccola.

Vecchia.

Di cuoio.

Il volto era segnato da rughe profonde.

Ma ciò che colpiva davvero erano gli occhi.

Grigi.

Immobili.

Come finestre rimaste chiuse per molti anni.

Salutò con un lieve cenno del capo.

Non sorrise.

Mai.

Nemmeno per un istante.


Renzo lo osservava da lontano.

C'era qualcosa in quell'uomo che gli ricordava certe fotografie in bianco e nero.

Quelle degli anni cinquanta.

Persone che avevano attraversato la guerra.

La fame.

Le ricostruzioni.

La perdita.

Aveva l'aria di uno che aveva imparato molto presto che la vita non fa sconti.

Massimiliano gli si avvicinò.

— Hai visto?

— Sì.

— Che impressione ti fa?

Renzo rimase qualche secondo in silenzio.

— Mi dà l'impressione di uno che ha smesso di aspettarsi qualcosa dagli esseri umani.


L'accoglienza fu semplice.

Il ragazzo mostrò la stanza.

Spiegò gli orari.

Indicò il tempio.

La cucina.

Gli orti.

L'uomo ascoltò tutto con estrema educazione.

Ogni tanto annuiva.

Mai una domanda.

Mai un commento.

Quando il ragazzo concluse:

— Se ha bisogno di qualsiasi cosa...

L'anziano rispose soltanto:

— Grazie.

Con una voce sorprendentemente dolce.

Poi entrò nella sua stanza.

Chiuse la porta.

E nessuno lo vide più fino a sera.


Durante la cena, però, ricomparve.

Scelse il posto più lontano.

Vicino a un ulivo.

Mangió lentamente.

Con piccoli gesti precisi.

Non parlava.

Non sembrava nemmeno ascoltare le conversazioni degli altri.

Era come se fosse presente soltanto con il corpo.

Lucia gli si avvicinò con il cestino del pane.

— Ne prende ancora un po'?

— No, grazie.

Sempre con quella voce calma.

Sempre senza sorridere.

Arianna tentò di coinvolgerlo.

— Da dove viene?

— Bologna.

Silenzio.

— È già stato in comunità spirituali?

— No.

Silenzio.

La conversazione finì lì.


Quella sera, durante la passeggiata digestiva, Renzo e Massimiliano parlarono di lui.

Camminavano lentamente lungo il sentiero degli ulivi.

Il cielo era pieno di stelle.

Da lontano arrivava il profumo del gelsomino.

— Mi incuriosisce.

— Anche a me — disse Massimiliano.

— Però bisogna stare attenti.

— Perché?

Renzo sorrise.

— Perché noi scrittori abbiamo un difetto.

— Quale?

— Appena vediamo qualcuno di silenzioso gli inventiamo immediatamente una tragedia.

Massimiliano rise.

— In effetti...

— Magari è semplicemente uno che parla poco.


I giorni passarono.

Eppure qualcosa non tornava.

Ogni mattina Carlo era il primo a svegliarsi.

Alle cinque era già negli orti.

Lavorava senza che nessuno glielo chiedesse.

Riparava attrezzi.

Annaffiava.

Raccoglieva erbacce.

Spostava pietre.

Poi spariva.

Non partecipava alle meditazioni.

Non interveniva alle assemblee.

Non parlava quasi con nessuno.

Ma ogni volta che vedeva qualcuno lavorare da solo...

si avvicinava.

E senza dire una parola...

iniziava ad aiutarlo.


Fu Kandy la prima ad avvicinarsi.

Una mattina Renzo la vide.

La gatta camminava lentamente tra gli orti.

Si fermò davanti all'uomo.

Lo osservò.

Lui continuava a zappare.

Dopo qualche minuto si sedette ai suoi piedi.

L'uomo non disse nulla.

Continuò a lavorare.

Dopo altri dieci minuti...

senza smettere di zappare...

allungò lentamente una mano.

Accarezzò Kandy una sola volta.

Con una delicatezza quasi commovente.

La gatta chiuse gli occhi.

Fece le fusa.

Poi rimase lì.

Per tutta la mattina.

Renzo assistette alla scena da lontano.

— Hai visto? — disse a Massimiliano.

— I gatti sbagliano raramente le persone.


Quella sera, mentre il sole tramontava dietro gli ulivi, Shivananda raggiunse Renzo.

Camminavano lentamente lungo il sentiero.

— Hai notato il nuovo ospite?

— Molto.

Shivananda annuì.

— È arrivato qui dopo avermi scritto una lunga lettera.

Renzo rimase in silenzio.

— Mi ha raccontato soltanto una frase.

— Quale?

Shivananda guardò l'orizzonte.

— Mi ha scritto: "Ho trascorso una vita intera a costruire case per gli altri. Adesso vorrei capire se esiste ancora una casa anche per la mia anima."

Il vento attraversò gli ulivi.

Per alcuni secondi nessuno parlò.

Poi Renzo domandò:

— Ti ha raccontato altro?

Shivananda scosse lentamente la testa.

— No.

E non gliel'ho chiesto.

Perché certe ferite...

hanno bisogno prima di trovare un luogo sicuro.

Solo dopo...

decidono da sole se raccontarsi.

Renzo guardò verso l'ostello.

Alla finestra della stanza diciassette si intravedeva la figura dell'anziano.

Era immobile.

Guardava il tramonto.

Come se aspettasse qualcosa.

O qualcuno.

Forse una risposta.

Forse un perdono.

O forse...

semplicemente il coraggio di tornare a sorridere. 🌿

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