PARTE II — LE CREPE DEL PARADISO
1️⃣2️⃣ Il francese macrobiotico
Il problema arrivò alla Città della Nuova Luce dentro una vecchia Citroën color avorio.
Era quasi mezzogiorno quando l'automobile comparve sulla strada sterrata, sollevando una nuvola sottile di polvere chiara che rimase sospesa tra gli ulivi. Agosto aveva trasformato la campagna in una distesa abbagliante di verde argenteo e terra color miele. Le cicale cantavano con una tale ostinazione che sembravano voler coprire perfino il rumore del motore.
Renzo era seduto sotto il pergolato insieme a Massimiliano.
Kandy dormiva su una sedia di vimini.
Khloe inseguiva qualcosa che soltanto lei riusciva a vedere tra i cespugli di lavanda.
— Francese — disse Massimiliano, guardando la targa.
— Come fai a saperlo?
— La targa.
Renzo socchiuse gli occhi.
— Io stavo già per attribuirti capacità paranormali.
La Citroën si fermò.
La portiera si aprì e ne uscì un uomo alto e sottilissimo, forse sulla cinquantina. Aveva capelli castani ricci ormai striati di grigio, occhiali rotondi dalla montatura metallica e una lunga sciarpa verde avvolta intorno al collo nonostante il caldo pugliese.
Portava sandali di cuoio e pantaloni di lino.
Dietro di lui comparvero tre valigie.
Poi una quarta.
Infine una scatola di cartone.
Renzo guardò Massimiliano.
— Quanto deve fermarsi?
— Una settimana, credo.
— Ha portato più bagagli di noi quando ci siamo trasferiti da Bologna.
L'uomo si avvicinò all'accoglienza.
— Bonjour. Je suis Étienne.
E sorrise.
Quello fu l'ultimo momento semplice della giornata.
Étienne Moreau veniva da Lione.
Aveva lavorato per molti anni come fotografo pubblicitario, poi aveva abbandonato quella professione dopo quella che definiva «una crisi profonda del rapporto fra immagine, consumo e coscienza».
Negli ultimi quindici anni aveva attraversato ashram, centri zen, comunità ecologiche, monasteri buddhisti e ritiri macrobiotici.
Aveva letto moltissimo.
E soprattutto aveva sviluppato idee molto precise sul cibo.
La prima avvisaglia arrivò durante il pranzo.
Quel giorno Lucia aveva preparato riso integrale con verdure, ceci al rosmarino, insalata di pomodori e cetrioli e una grande teglia di zucchine.
Étienne osservò il buffet.
Non prese nulla.
Lucia lo notò.
— Non le piace?
— Oh, non è questo.
Indicò il riso.
— È biologico?
— Sì.
— Certificato?
Lucia esitò.
— Lo compriamo da un produttore della zona.
— Ma è biodinamico?
Lucia inspirò lentamente.
— È riso.
Étienne sorrise con dolcezza.
— Capisco. Ma io seguo una macrobiotica piuttosto rigorosa.
— Nessun problema. Abbiamo cereali, legumi, verdure...
L'uomo scosse la testa.
— I ceci per me sono troppo espansivi in questa stagione.
Lucia rimase immobile.
— Troppo cosa?
— Espansivi.
Renzo, seduto poco distante, abbassò immediatamente lo sguardo sul piatto per nascondere il sorriso.
Étienne continuò.
— Avete azuki?
— No.
— Daikon?
— No.
— Alghe kombu?
— Forse un pacchetto.
— Umeboshi?
Lucia cominciò a guardarlo come si guarda un elettrodomestico che ha appena iniziato a parlare.
— No.
— Miso non pastorizzato?
— Abbiamo quello del supermercato.
Étienne portò una mano al petto.
— Pastorizzato?
— Temo di sì.
Massimiliano diede un colpetto sotto il tavolo alla gamba di Renzo.
Non ridere.
Renzo non rideva.
Ma soltanto perché stava facendo uno sforzo spirituale considerevole.
Il problema vero emerse nel pomeriggio.
Étienne consegnò a Lucia un foglio.
Due pagine.
Fronte e retro.
Era l'elenco degli alimenti di cui avrebbe avuto bisogno durante il soggiorno.
Miglio biologico decorticato.
Riso integrale biodinamico.
Alghe wakame.
Alghe kombu.
Alghe arame.
Tamari biologico senza glutine.
Miso d'orzo artigianale non pastorizzato.
Prugne umeboshi.
Aceto di umeboshi.
Tè bancha.
Tè kukicha.
Radice fresca di loto.
Daikon.
Gomasio preparato quotidianamente.
Semi di sesamo nero.
E una marca francese specifica di crema di riso.
Lucia lesse l'elenco due volte.
Poi andò a cercare Renzo.
— Vieni.
— Dove?
— Devo farti vedere una cosa prima di commettere un peccato.
Quella sera il Consiglio Cittadino della Luce affrontò una questione che nessuno aveva previsto:
fino a che punto una comunità deve adattarsi alle esigenze individuali?
Étienne partecipava all'assemblea.
Non era arrogante.
Questo rendeva tutto più complicato.
Parlava con gentilezza.
Spiegava le proprie ragioni.
Raccontava che quel regime alimentare gli dava equilibrio, lucidità e benessere.
— Non chiedo lusso — disse. — Chiedo soltanto cibo semplice e naturale.
Lucia sollevò il foglio.
— Questo "cibo semplice" costa più della spesa settimanale di mezzo ostello.
Qualcuno rise.
Étienne arrossì.
— Ma la qualità ha un valore.
— Certamente — rispose Lucia. — Anche pagare la bolletta ha un valore.
Shivananda ascoltava.
Come spesso accadeva, parlò soltanto dopo che tutti ebbero detto la propria.
— Étienne, posso farti una domanda?
— Certamente, Swamiji.
— Se fossi ospite di una famiglia povera e quella famiglia ti offrisse pane, pomodori e lenticchie, cosa faresti?
Il francese rimase per qualche secondo in silenzio.
— Mangerei ciò che posso mangiare.
— E ciò che non corrisponde perfettamente alla tua pratica?
Étienne abbassò lo sguardo.
— Cercherei di adattarmi.
Shivananda sorrise.
— Ecco.
Prese una delle olive che erano state sistemate al centro del tavolo.
— La disciplina può aiutarci a diventare liberi. Ma quando non siamo più capaci di vivere senza la nostra disciplina...
fece una pausa,
— forse è la disciplina che possiede noi.
Renzo sentì quelle parole depositarsi dentro di sé.
Non riguardavano soltanto il cibo.
Riguardavano tutto.
Le religioni.
Le abitudini.
Le convinzioni.
Perfino la spiritualità.
La soluzione arrivò da Massimiliano.
— Potremmo fare così.
Tutti si voltarono.
— La cucina continua a preparare il menu comune. Se Étienne desidera prodotti particolari che non rientrano nel nostro budget, può acquistarli personalmente. Noi gli lasciamo uno spazio in cucina.
Lucia annuì immediatamente.
— Questo mi sta bene.
Étienne rifletté.
Poi sorrise.
— Anche a me.
Sembrava finita.
Ma Shivananda aggiunse:
— A una condizione.
Étienne lo guardò.
— Una sera cucinerai tu per tutti.
Il francese spalancò gli occhi.
— Per quaranta persone?
— Certamente.
Lucia scoppiò a ridere.
— Benvenuto nella vera macrobiotica.
Tre sere dopo Étienne cucinò.
Per tutto il pomeriggio la cucina profumò di sesamo tostato, verdure, miso e cereali.
Preparò miglio con verdure.
Zuppa di miso.
Cavolo saltato.
Riso integrale.
Una crema di ceci che, dopo lunghe trattative filosofiche, aveva accettato di utilizzare.
Quando tutti si sedettero, Étienne rimase in piedi.
Sembrava emozionato.
— Nella macrobiotica — disse — il cibo non serve soltanto a nutrire il corpo. Cerca un equilibrio.
Lucia lo guardò.
— Però stavolta non spiegare troppo, che si fredda.
Tutti risero.
Anche Étienne.
A metà cena successe qualcosa di minuscolo.
E proprio per questo importante.
Lucia gli porse una fetta di pane pugliese.
— Questo non è macrobiotico.
Étienne la osservò.
Pane di grano duro.
Crosta scura.
Mollica compatta.
Profumo di forno.
— Come è fatto?
— Farina, acqua, lievito, sale.
— Biologico?
Lucia lo fulminò con lo sguardo.
Étienne scoppiò a ridere.
— Va bene. Va bene.
Prese la fetta.
La assaggiò.
Masticò lentamente.
Poi ne prese un'altra.
— Très bon.
— Miracolo — disse Massimiliano.
Quella notte Renzo trovò Étienne seduto da solo davanti agli ulivi.
La luna illuminava appena il profilo delle colline.
Le cicale avevano finalmente taciuto.
— Posso sedermi?
— Certamente.
Rimasero per qualche minuto senza parlare.
Poi Étienne disse:
— Sai perché sono diventato così rigido?
Renzo scosse la testa.
— Perché avevo paura.
— Del cibo?
— Della vita.
La risposta arrivò senza esitazione.
— Quando tutto nella mia vita ha cominciato a crollare, il cibo era l'unica cosa che potevo controllare.
Renzo lo guardò.
Improvvisamente l'elenco, le alghe, il miso e le umeboshi assumevano un significato diverso.
Non erano più capricci.
Erano una fortezza.
— E ha funzionato?
Étienne guardò gli ulivi.
— Per un po'.
Poi sorrise amaramente.
— Il problema delle fortezze è che tengono fuori i nemici.
Fece una pausa.
— Ma anche gli amici.
La mattina successiva Renzo lo vide fare colazione insieme agli altri.
Davanti a lui c'erano tè bancha, riso e una fetta di pane pugliese.
Lucia passò accanto al tavolo.
Guardò il pane.
Poi guardò Étienne.
Non disse nulla.
Lui sollevò la fetta come per fare un brindisi.
Lei sorrise.
Fu tutto.
Sul suo quaderno Renzo scrisse:
Ci sono persone che cercano la purezza perché amano la vita.
E altre che la cercano perché ne hanno paura.
La differenza è sottile.
Forse una comunità serve anche a questo: ricordarci che nessuno può essere puro da solo.
Perché prima o poi qualcuno spezzerà il proprio pane e ce ne offrirà una metà.
Chiuse il quaderno.
Kandy dormiva accanto a lui.
Khloe tentava di infilare una zampa dentro una busta di alghe wakame lasciata incautamente aperta da Étienne.
— Khloe!
La gatta scappò.
Renzo rise.
Dalla cucina arrivò la voce di Lucia:
— Se mangia quelle alghe, poi il conto lo paga il francese!
E per qualche secondo, nella Città della Nuova Luce, nessuno ebbe bisogno di stabilire se quella risata fosse yin oppure yang.
Era semplicemente una risata.
E andava benissimo così. 🌿
