C’è un modo, tutto italiano, di misurare il tempo attraverso il cinema: non in anni, ma in fotogrammi. E se si dovesse scegliere un’unica pellicola per raccontare come l’Italia ha imparato a guardarsi allo specchio nel Novecento, quella pellicola porterebbe quasi certamente il volto di Sofia Loren. A ricordarlo arriva in questi mesi un volume di quasi 480 pagine firmato dal critico e storico del cinema Marcello Garofalo, un lavoro enciclopedico che passa in rassegna tutti i 98 titoli interpretati dall’attrice in ottant’anni di carriera, dal cinema neorealista degli esordi fino alle produzioni internazionali che l’hanno portata a vincere l’Oscar.
Non è un caso che un progetto editoriale di questa ampiezza veda la luce proprio ora. Sofia Loren, nata a Roma e cresciuta tra le strade di Pozzuoli, si appresta a compiere il prossimo settembre novantadue anni, e la sua presenza pubblica, per quanto più rara rispetto al passato, continua a farsi sentire: lo scorso febbraio un suo videomessaggio è stato trasmesso in diretta televisiva, accolto dal pubblico con l’affetto riservato a poche altre figure dello spettacolo italiano. Il libro di Garofalo arriva così a colmare un vuoto: non una biografia nel senso tradizionale, ma una mappa ragionata di un’intera epoca del cinema italiano, vista attraverso lo sguardo di chi l’ha attraversata da protagonista assoluta.
Sfogliare l’elenco dei 98 titoli significa ripercorrere la storia del cinema italiano ed europeo del dopoguerra. C’è la Napoli popolare e vitalissima de L’Oro di Napoli, diretto da Vittorio De Sica, il regista che più di ogni altro seppe valorizzare la sua capacità di essere insieme comica e tragica, popolare e aristocratica. C’è La Ciociara, il film che nel 1962 le valse l’Oscar come migliore attrice protagonista, prima interprete non anglofona a ottenere il riconoscimento per un ruolo recitato in una lingua diversa dall’inglese: un primato che da solo basterebbe a spiegare perché il suo nome resti un punto di riferimento imprescindibile per chiunque studi la storia del cinema. E poi le commedie con Marcello Mastroianni, un sodalizio artistico durato decenni e capace di definire, agli occhi del mondo, l’immagine stessa della coppia italiana al cinema: ironica, passionale, mai scontata.
Quello che il volume di Garofalo restituisce, secondo chi lo ha già letto, non è soltanto un catalogo cronologico ma un ritratto del modo in cui il cinema italiano ha saputo raccontarsi all’estero senza rinunciare alle proprie radici. Sofia Loren è stata, in questo senso, un ponte: capace di lavorare con i più grandi registi hollywoodiani senza mai perdere l’accento, la fisicità, il temperamento di un’attrice cresciuta nell’Italia della ricostruzione. Una lezione che molte produzioni contemporanee, alla ricerca di un successo internazionale, farebbero bene a rileggere.
C’è poi un aspetto meno raccontato, ma non meno significativo, che il libro sembra voler recuperare: quello della longevità artistica. In un’industria che tende a esaurire rapidamente le proprie icone, Loren ha attraversato otto decenni restando un riferimento, tornando sullo schermo anche in età avanzata con ruoli pensati apposta per lei, come nel caso del film diretto dal figlio Edoardo Ponti alcuni anni fa. Una carriera che non si è mai davvero conclusa, ma che continua a essere rivisitata, reinterpretata, celebrata da nuove generazioni di spettatori che scoprono i suoi film spesso attraverso le piattaforme di streaming, lontano dalle sale in cui uscirono per la prima volta.
Per un giornale che guarda con attenzione alla cultura italiana, la pubblicazione di un’opera come questa è un’occasione preziosa: non solo per ricordare una delle interpreti più amate della storia del cinema, ma per riflettere su cosa resti, oggi, dell’idea di “cinema popolare” che Sofia Loren ha saputo incarnare meglio di chiunque altro. Un’eredità che continua a parlare, fotogramma dopo fotogramma, ottant’anni dopo il primo ciak.
Massimiliano Deliso
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