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Bologna

Helga Schneider e il Divano di Eva Braun: la Memoria Come Mestiere di una Vita

Illustrazione: un divano, un libro, una vita di memoria

di Carmelina Rotundo Auro

A Bologna, in una casa che profuma di carta e di storia, vive da oltre sessant'anni una donna che ha fatto della memoria — la propria, quella della sua famiglia, quella di un intero secolo — il centro assoluto della sua scrittura. Helga Schneider è nata nel 1937 a Steinberg, oggi in Polonia, e ha attraversato l'Europa più buia prima di scegliere l'Italia come patria definitiva: dal 1963 vive a Bologna, dove ha ottenuto la cittadinanza italiana e dove scrive, in italiano, alcuni dei libri più scomodi e necessari della letteratura di testimonianza del nostro paese.

La sua storia personale è essa stessa materia letteraria. Aveva quattro anni, e il fratellino minore quasi due, quando la madre li abbandonò per arruolarsi come ausiliaria delle SS, diventando poi sorvegliante nei campi di concentramento femminili di Ravensbrück e Auschwitz-Birkenau. Fu una delle poche civili a incontrare Adolf Hitler nel suo bunker, nel dicembre 1944, nell'ambito della macabra iniziativa propagandistica nota come "i piccoli ospiti del Führer". Da questa ferita originaria, rimasta sepolta per decenni, Schneider ha tratto la materia prima di un'opera che non smette di interrogare il modo in cui il male si insedia nelle vite ordinarie.

Il debutto arriva nel 1995 con "Il rogo di Berlino", il racconto di un'infanzia devastata dalla guerra e dall'abbandono materno: un libro che le valse, l'anno seguente, il Premio Rapallo Carige e che aprì la strada a una delle vicende editoriali più intense del panorama italiano. Nel 2001 arriva "Lasciami andare, madre", forse il suo libro più noto, nato da un incontro reale e sconvolgente avvenuto nel 1998 con la madre ormai anziana, ancora incapace di riconoscere come colpa ciò che aveva fatto. In quelle pagine Schneider non cerca la riconciliazione, ma la verità: un gesto di scrittura che molti critici hanno definito necessario proprio per la sua assenza di consolazione facile.

È un tratto che attraversa tutta la sua produzione: Schneider non scrive per assolvere, né per condannare in modo sommario, ma per capire come la Storia con la maiuscola si infili nelle biografie minime, nelle case, negli affetti. Una scrittrice che ha scelto la lingua italiana — non la sua lingua materna — per raccontare le ferite più profonde della lingua e della cultura tedesca: una distanza che, lungi dall'essere un limite, è forse la condizione stessa che ha reso possibile la sua onestà narrativa.

Nel gennaio 2026 Schneider ha pubblicato per l'editore Oligo il suo ultimo romanzo, "Eva. Un divano per l'eternità", che segna un passo ulteriore e per certi versi sorprendente nel suo percorso: per la prima volta l'autrice sposta lo sguardo dalla propria vicenda familiare a quella di un'altra donna vissuta accanto al male assoluto, Eva Braun, compagna di Hitler negli ultimi anni del Terzo Reich. Non una biografia in senso stretto, ma un'immersione immaginativa e documentata negli ultimi mesi di un amore vissuto nel bunker, tra devozione cieca e la consapevolezza, mai del tutto rimossa, della catastrofe imminente. Anche qui Schneider resta fedele al proprio metodo: nessuna facile demonizzazione, ma un tentativo di comprendere come una donna abbia potuto scegliere, fino alla fine, di restare.

Il libro ha già portato la scrittrice in giro per l'Emilia-Romagna, la sua regione d'adozione: il 16 aprile è stata ospite dell'Auditorium Loria di Carpi, in dialogo con il giornalista Pierluigi Senatore, e il 28 maggio ha presentato il volume all'Istituto Storico di Modena, luoghi che da anni seguono con attenzione il suo lavoro di scavo nella memoria del Novecento.

Quasi novant'anni compiuti, Helga Schneider continua a essere una delle voci più originali — e più scomode, nel senso migliore del termine — della narrativa italiana contemporanea: una scrittrice arrivata da lontano che ha insegnato al suo paese d'adozione come si può guardare in faccia il passato senza distogliere lo sguardo. Per chi ama i libri come strumenti di conoscenza e non solo di intrattenimento, la sua opera resta una delle bussole più affidabili per orientarsi nella zona d'ombra dove memoria personale e Storia collettiva si intrecciano senza sconti.

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