Il racconto del venerdì – Fumo di castagne
di Renzo Samaritani Schneider
L’odore arrivò prima che riuscissi a capire da dove provenisse.
Era un pomeriggio fresco, uno di quei pomeriggi in cui Trani sembra raccogliersi dentro la propria pietra. Il cielo era chiaro ma basso, il mare si intuiva in fondo alle strade come una striscia d’argento e dalle porte dei negozi uscivano piccole isole di luce.
Io e Massimiliano camminavamo senza fretta.
Avevamo comprato alcune cose per la cena e portavamo una busta ciascuno, distribuendo il peso secondo un criterio che, come sempre, aveva stabilito lui.
«Quella più pesante l’hai data a me.»
«Non è vero.»
«Ci sono le bottiglie.»
«Appunto. Tu sei più affidabile.»
«Ah, ecco. Non sfruttato: affidabile.»
«È tutta una questione di lessico.»
Stava per rispondermi quando mi fermai.
Non di colpo. Piuttosto con quella lentezza involontaria che prende il corpo quando un ricordo lo raggiunge prima ancora del pensiero.
«Che succede?» mi chiese.
Inspirai profondamente.
«Le senti?»
Massimiliano si guardò intorno.
«Le campane?»
«No.»
«Il mare?»
«No. Le castagne.»
L’odore attraversava la strada in piccole ondate. Fumo di legna, bucce bruciate, polpa calda. Un profumo denso, povero e regale insieme, capace di riportare alla luce pomeriggi che credevo ormai sciolti nel tempo.
Poco più avanti, vicino all’angolo di una piazzetta, un uomo aveva sistemato un piccolo braciere su un carretto. Indossava un berretto di lana scura e un grembiule pesante. Girava le castagne con una paletta forata, mentre il fumo gli saliva intorno al viso.
Sul cartello, scritto a mano, c’era soltanto:
CALDARROSTE
Niente slogan.
Niente offerte speciali.
Nessuna strategia commerciale da congresso internazionale.
Le castagne, evidentemente, si sentivano abbastanza sicure del proprio curriculum.
«Ne prendiamo un cartoccio?» mi chiese Massimiliano.
«Sì.»
«Uno o due?»
«Uno.»
«Da dividere?»
«Certo.»
«Quindi due.»
Lo guardai.
«Uno grande.»
«Temevo volessi trasformare anche le castagne in un esercizio spirituale di rinuncia.»
Ci avvicinammo al carretto.
L’uomo sollevò lo sguardo e sorrise.
«Belle calde.»
«Il profumo lo aveva già annunciato,» dissi.
«Il fumo fa più pubblicità di me.»
Prese un cartoccio di carta spessa e cominciò a riempirlo. Le castagne cadevano dentro con piccoli colpi sordi, lasciando macchie scure sulla carta.
«Grande?» domandò.
Massimiliano rispose prima di me:
«Grande. Perché lui aveva detto piccolo.»
Il venditore rise.
«Succede spesso nelle coppie.»
«Quale parte?» chiesi. «Quella in cui uno ordina o quella in cui l’altro corregge?»
«Entrambe. È il segreto della durata.»
Ci porse il cartoccio.
Il calore attraversò immediatamente la carta e mi entrò nei palmi. Era un calore semplice, concreto. Non quello uniforme di un termosifone, ma un calore vivo, irregolare, che portava ancora con sé il fuoco da cui proveniva.
Ne presi una.
La buccia era scura, quasi nera in alcuni punti, aperta lungo il taglio. Cominciai a sbucciarla con cautela.
«Attento che scotta,» disse l’uomo.
«Lo so.»
Mi guardò sorridendo.
«Lo dicono tutti prima di bruciarsi.»
Naturalmente mi bruciai.
«Ah!»
Massimiliano scosse la testa.
«Un uomo avvisato.»
«Era particolarmente calda.»
«Era una caldarrosta, Renzo. Il nome conteneva già un indizio.»
Il venditore fece finta di concentrarsi sul braciere, ma lo vidi ridere sotto i baffi.
La polpa della castagna era morbida e dorata. La portai alla bocca e per un momento la piazza, il carretto, Massimiliano e perfino Trani si allontanarono.
Non scomparvero.
Diventarono trasparenti.
Dietro di loro apparve un’altra città.
Un’altra stagione.
Un’altra versione di me.
Mi vidi bambino, con le mani arrossate dal freddo e un cappotto che mi sembrava sempre troppo pesante. Camminavo accanto a qualcuno di cui la memoria non conservava più con precisione il volto. Forse mia madre. Forse un’altra persona di famiglia. La memoria, quando invecchia, smette di compilare verbali e comincia a dipingere ad acquerello.
C’erano portici.
Vetrine illuminate.
Il rumore dei passi.
Un uomo vendeva castagne dentro un piccolo chiosco annerito dal fumo.
«Posso averle io?»
«Aspetta, scottano.»
«Non scottano.»
«Scottano sempre.»
«Solo una.»
«Va bene. Ma piano.»
Anche allora, naturalmente, mi ero bruciato.
Ricordai il cartoccio stretto tra le mani come una piccola stufa portatile. Ricordai il fumo che restava sui vestiti. Le dita annerite. Le bucce gettate dentro la carta. E quella sensazione infantile per cui mangiare castagne per strada non era semplicemente fare merenda.
Era partecipare all’autunno.
«Dove sei andato?» mi chiese Massimiliano.
La sua voce riportò a fuoco la piazza.
«A Bologna.»
«Con una castagna?»
«È un mezzo di trasporto sottovalutato.»
Gli passai il cartoccio.
«Mi è tornato in mente quando le mangiavo da bambino.»
«Con tua madre?»
Esitai.
«Forse. Non riesco a ricostruire tutto.»
«Non devi.»
«No?»
Prese una castagna e cominciò a sbucciarla.
«I ricordi non sono interrogatori. Non devono fornire generalità e documento.»
Sorrisi.
«A volte restano soltanto un odore.»
«Forse è la parte più sincera.»
Continuammo a camminare, mangiando una castagna dopo l’altra. Il venditore rimase alle nostre spalle, avvolto nel proprio fumo, mentre il cartoccio diventava lentamente più leggero.
Le luci dei negozi si accendevano.
Una bambina camminava davanti a noi tenendo per mano il padre. Aveva anche lei un cartoccio di castagne e cercava di aprirne una con evidente ostinazione.
«Non ci riesco.»
«Dammi qua.»
«No, faccio io.»
«Ti scotti.»
«Non mi scotto.»
La guardai e sorrisi.
Pochi secondi dopo gridò:
«Ah!»
Il padre scoppiò a ridere.
«Te l’avevo detto.»
«Era particolarmente calda,» protestò lei.
Mi voltai verso Massimiliano.
«Hai sentito?»
«Una solida argomentazione, a quanto pare, attraversa le generazioni.»
La bambina riuscì finalmente a liberare la castagna dalla buccia e la mangiò con aria vittoriosa.
In quel momento sentii che il ricordo non mi stava trascinando indietro.
Stava camminando accanto a me.
È diverso.
Ci sono ricordi che ci afferrano per le caviglie e cercano di impedirci di proseguire. Altri, invece, arrivano con discrezione, si mettono al nostro fianco per qualche tratto e ci ricordano che non abbiamo attraversato invano tutte le stagioni precedenti.
«Ti rende triste?» mi domandò Massimiliano.
«Cosa?»
«Quel ricordo.»
Guardai le bucce accumulate nel cartoccio.
«No.»
«Malinconico?»
«Un po’. Ma è una malinconia calda.»
«Come le castagne.»
«Esatto.»
Il fumo ci aveva raggiunti ancora una volta. Il vento lo spingeva lungo la strada, facendolo passare sotto i lampioni e tra le persone. Per qualche istante tutto sembrò velato: i volti, le insegne, le pietre chiare dei palazzi.
Pensai che forse anche il tempo funziona così.
Non cancella davvero.
Mette un velo.
Poi un profumo, una musica o un sapore attraversano quel velo e ci permettono di intravedere ciò che eravamo.
Non per tornarci.
Non potremmo, anche volendo.
Ma per riconoscerlo.
«Sai che cosa mi colpisce?» dissi.
«Dimmi.»
«Da bambino pensavo che gli adulti non sentissero il freddo.»
Massimiliano rise.
«Illusione presto smentita.»
«Pensavo anche che sapessero sempre dove andare.»
«Quella è ancora più grave.»
«E che il passato rimanesse fermo nel posto in cui era accaduto.»
«Invece?»
Presi l’ultima castagna.
«Invece viaggia con noi.»
La divisi a metà e gliene porsi una parte.
«Questa è la tua?»
«È l’ultima.»
«E me ne dai metà?»
«Non montarti la testa.»
Mangiammo in silenzio.
Il cartoccio era ormai vuoto, ma conservava ancora calore e profumo. Lo ripiegai invece di gettarlo subito.
«Lo porti a casa?» chiese Massimiliano.
«Per un po’.»
«Cosa ne farai?»
«Niente.»
«Ottimo progetto.»
«Voglio solo che il profumo resti ancora un poco.»
Riprendemmo il cammino verso casa.
Dietro di noi il fumo continuava a salire dal braciere. Davanti, la sera si apriva tra le strade di Trani.
Il presente era lì, intero.
La nostra casa.
Kandy e Khloe ad aspettarci.
Le cose da sistemare.
La cena da preparare.
La vita di oggi, con le sue abitudini e i suoi piccoli disordini.
Eppure, dentro quel presente, camminava ancora per qualche minuto il bambino dalle mani infreddolite.
Non chiedeva di tornare indietro.
Non reclamava niente.
Aveva soltanto portato un po’ del proprio calore.
Compresi allora che alcuni ricordi non riemergono per imprigionarci nella nostalgia.
Tornano perché hanno ancora qualcosa da offrirci.
Un odore.
Una voce.
Il calore di un cartoccio stretto tra le mani.
Una parte di noi che credevamo perduta e che, invece, stava semplicemente aspettando la stagione giusta per riaffiorare.
Il passato non sempre ci chiede di restare.
A volte ci raggiunge soltanto per scaldarci un tratto di strada.
Poi, con dolcezza, ci lascia continuare.
Renzo Samaritani Schneider – Trani
