Il racconto del venerdì – La voce del campanile
di Renzo Samaritani Schneider
Ci sono suoni che finiscono.
E poi ci sono quelli che rimangono a vivere dentro di noi molto tempo dopo che l'ultima eco si è dissolta.
Le campane appartengono a questa seconda categoria.
Da quando vivo a Trani, ormai da qualche anno, ho imparato a riconoscere la voce del campanile della Cattedrale quasi senza accorgermene.
All'inizio erano semplicemente campane.
Poi sono diventate compagnia.
E infine memoria.
Una domenica mattina ero seduto sul balcone con una tazza di tè caldo tra le mani.
Il cielo era limpido.
Il mare, poco distante, sembrava trattenere il respiro.
Kandy dormiva sulla sedia di vimini.
Khloe osservava un passero che saltellava sul tetto della casa di fronte con quell'attenzione assoluta che solo i gatti possiedono.
Poi arrivò il primo rintocco.
Lento.
Profondo.
Così pieno che sembrava attraversare l'aria invece di limitarsi a riempirla.
«Le senti?» chiesi a Massimiliano.
Lui sollevò appena lo sguardo dal giornale.
«Le sento.»
«Non sembrano diverse oggi?»
Rimase qualche secondo in silenzio.
«No.»
Poi sorrise.
«Sei tu che sei diverso.»
Rimasi a pensarci.
Forse aveva ragione.
Le campane erano sempre quelle.
Era l'ascolto che cambiava.
Un secondo rintocco.
Poi un terzo.
Ogni suono sembrava allargarsi sopra i tetti del centro storico, scivolare lungo le mura della Cattedrale, attraversare il porto e raggiungere lentamente il mare.
Mi piaceva immaginare che anche le barche le ascoltassero.
Che persino i gabbiani, per un istante, modificassero il loro volo.
«Quando ero bambino,» dissi, «non sopportavo le campane.»
«Davvero?»
«Mi sembravano un rumore.»
«E adesso?»
«Adesso mi sembrano una voce.»
Massimiliano richiuse il giornale.
«Succede con molte cose.»
«Con cosa?»
«Con tutto ciò che impariamo ad amare.»
Rimasero alcuni secondi di silenzio.
Poi la città riprese lentamente il proprio ritmo.
Una bicicletta attraversò la piazza.
Qualcuno aprì una finestra.
Dal forno arrivò il profumo del pane appena sfornato.
Ma dentro di me continuavano a risuonare quei rintocchi.
Non misuravano l'ora.
Misuravano qualcos'altro.
Mi accorsi che ogni volta che sentivo quelle campane riaffiorava un ricordo diverso.
Una passeggiata con Massimiliano sul porto.
La prima volta che avevamo visto il tramonto dalla Villa Comunale.
Una sera d'estate seduti sul molo a parlare del futuro.
Perfino Bologna, ogni tanto.
Le domeniche lontane della mia infanzia.
Le persone che non ci sono più.
Le strade percorse quando ancora non immaginavo che un giorno avrei chiamato casa questa città affacciata sull'Adriatico.
«A cosa pensi?» mi chiese Massimiliano.
«Al fatto che le campane non chiamano soltanto alla preghiera.»
«No?»
«No.»
«E a cosa chiamano?»
Guardai la Cattedrale in lontananza.
La sua pietra chiara sembrava raccogliere tutta la luce del mattino.
«Ai ricordi.»
Massimiliano rimase in silenzio.
Poi annuì.
«Hai ragione.»
Nel frattempo Khloe era salita sul davanzale.
Ogni volta che le campane suonavano inclinava leggermente la testa, come se cercasse di capire da dove arrivasse quella voce così grande.
«Secondo te le sente?» chiesi.
«Più di noi.»
«Perché?»
«Perché non cerca di spiegarle.»
Sorrisi.
Era una risposta da Massimiliano.
Semplice.
Ma precisa.
Le ultime vibrazioni si persero nell'aria.
La città riprese definitivamente il suo movimento.
Le persone continuarono a camminare.
I negozi ad aprire.
Le barche a entrare e uscire dal porto.
Tutto sembrava identico.
Eppure qualcosa era cambiato.
Perché ogni rintocco aveva lasciato una piccola impronta invisibile.
Come fanno i ricordi più sinceri.
Mi resi conto che il tempo non è soltanto quello che leggiamo sull'orologio.
Esiste un altro tempo.
Quello del cuore.
Un tempo che non conosce minuti né secondi.
Conosce profumi.
Volti.
Stagioni.
Abbracci.
Case.
Città.
E suoni.
Le campane della Cattedrale non mi stavano dicendo che ore fossero.
Mi stavano ricordando chi ero stato.
E, forse, anche chi stavo lentamente diventando.
Per questo oggi, quando le ascolto, non controllo mai l'orologio.
Chiudo gli occhi.
E lascio che siano loro, ancora una volta, a contare il tempo nel modo più giusto.
Non in ore.
Ma in ricordi.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, giugno 2026

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