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Un tabernacolo nei luoghi di Monna Lisa: arte e memoria in via della Stufa a Firenze

Illustrazione del tabernacolo di via della Stufa a Firenze

di Lorenzo Manzani

Tra i principali luoghi da visitare a Firenze vi è senz’altro piazza San Lorenzo, in pieno centro storico, a pochi passi dall’area dove si ergono il Duomo, il Battistero e il Palazzo Arcivescovile, fulcro della vita religiosa della città. La piazza è dominata dalla basilica di San Lorenzo, la prima cattedrale fiorentina, con l’antistante sagrato, il monumento a Giovanni delle Bande Nere — padre del granduca Cosimo I de’ Medici — e vari palazzi storici. Tra questi, a destra rispetto alla basilica, uno dei più importanti è palazzo Lotteringhi Della Stufa: costruito nel XIV secolo, presenta in alto una bella loggia scandita da sei colonne e, sulla facciata, lo stemma in pietra serena della famiglia.

La famiglia, giunta a Firenze nell’XI secolo, si chiamava originariamente Lotteringhi, dal capostipite Lottario o Lotteringo, sceso in Italia nel 998 al seguito dell’imperatore Ottone III. In seguito aggiunse al proprio nome quello di Della Stufa, perché i suoi membri erano proprietari e gestori della cosiddetta Stufa di San Lorenzo: gli antichi bagni pubblici, chiamati “stufe”, dove circolavano aria e acqua calda, divisi in due sezioni riservate rispettivamente agli uomini e alle donne. I bagni si trovavano nella stradina che, partendo da piazza San Lorenzo, fiancheggia palazzo Lotteringhi Della Stufa alla sua sinistra e che proprio da essi prese il nome di via della Stufa. Esistenti già dal XIII secolo, erano forse alimentati da un ramo del torrente Mugnone, che in passato scorreva in questa parte di Firenze.

Imboccata via della Stufa dalla piazza e percorsi pochi metri, è sulla parete laterale esterna del palazzo che si può ammirare un bel tabernacolo, con ogni probabilità fatto realizzare dalla stessa famiglia proprietaria. All’interno della cornice in pietra serena, caratterizzata in alto da un timpano ad arco circonflesso — a sua volta sormontato da una tettoia protettiva — e in basso da una mensa sporgente, si trova un’edicola lignea settecentesca. Essa funge da sportello di protezione per l’opera artistica racchiusa nel tabernacolo: un bassorilievo in stucco policromo della fine del XVII secolo, raffigurante una copia della cosiddetta Madonna dei Candelabri di Antonio Rossellino.

La Vergine Maria, con il tradizionale manto azzurro e la veste rossa decorata al centro da una fascia dorata, è seduta su un trono con candelabri alle estremità, simbolo della luce divina e del carattere sacro della scena. L’omaggio è rivolto soprattutto alla figura di Gesù Bambino che, adagiato su un cuscino posto sulle ginocchia della Madre, stringe tra le mani paffute un uccellino svolazzante. Impreziosiscono ulteriormente l’opera le verdi colonnine scanalate con capitelli compositi dorati che incorniciano il bassorilievo centrale.

Il tabernacolo è stato restaurato recentemente da Guia Silvani e Marta Ferrari, grazie al finanziamento della Compagnia de’ Semplici e sotto la supervisione del Comitato Tabernacoli degli Amici dei Musei e dei Monumenti Fiorentini. È inoltre provvisto di una lanterna con pregevoli decorazioni in ferro battuto e di un elemosiniere per la raccolta delle offerte votive. Al termine del restauro è stata apposta una targa con i principali dati dell’opera e un codice QR che permette di consultare cenni storico-artistici e immagini, nell’ambito del progetto “Luoghi Parlanti”, realizzato in collaborazione con la Fondazione Romualdo Del Bianco.

La Madonna dei Candelabri del Rossellino, il cui originale, realizzato attorno al 1470, è ancora disperso, fu fin da subito un modello artistico di grande fortuna. Ne esistono numerose repliche in musei e collezioni di tutto il mondo, prodotte probabilmente già dagli allievi della bottega dello stesso Rossellino: tra le principali, quelle in stucco del Bode Museum di Berlino, del Louvre di Parigi e del Museo Horne di Firenze; quelle in terracotta del Museo Nazionale del Bargello di Firenze e del Victoria and Albert Museum di Londra; quella in cartapesta del Museo Correr di Venezia. Questa tipologia d’opera fu utilizzata anche come soggetto di raffinate placchette in bronzo.

Via della Stufa, che oggi può sembrare quasi un vicolo secondario, in passato era invece una strada importante. Oltre ai già citati bagni pubblici e ai Lotteringhi Della Stufa, vi abitavano altre illustri famiglie, come i Pecori, i Minerbetti, i Guasconi e gli Alessandri; sulla via si affacciano inoltre le facciate tergali e i cortili dei palazzi Taddei, Ginori e Neroni.

In via della Stufa visse e morì, nel 1592, anche Bartolomeo Ammannati. Il celebre architetto è sepolto nella vicina chiesa di San Giovannino degli Scolopi, da lui progettata per i Gesuiti insieme all’annesso collegio, portato poi a termine da altri artisti.

Ma questi sono anche i luoghi di Lisa Gherardini, la celebre Monna Lisa o “Gioconda” ritratta da Leonardo da Vinci. Originaria di via della Stufa era infatti la famiglia di suo marito, i Del Giocondo. Pochi anni dopo il matrimonio, il 5 marzo 1503, Francesco Del Giocondo e Lisa Gherardini acquistarono una casa adiacente a quella della famiglia e vennero ad abitare in via della Stufa. Morto il marito, Monna Lisa, ormai malata e vedova, trascorse gli ultimi anni della sua vita nel vicino monastero di Sant’Orsola, riunendosi a una figlia entrata in monastero con il nome di suor Ludovica. Qui sarebbe morta il 15 luglio 1542.

Lorenzo Manzani

Illustrazione di copertina realizzata con strumenti di intelligenza artificiale.