Il racconto del venerdì – I vetri appannati
di Renzo Samaritani Schneider
Ci sono sere in cui una casa si racconta da sola.
Non con le parole.
Con i dettagli.
Una luce accesa dietro una tenda.
Una tazza dimenticata sul tavolo.
Un libro aperto sul bracciolo del divano.
E soprattutto quei vetri appannati che compaiono quando fuori fa freddo e dentro qualcuno vive davvero.
Me ne sono accorto una sera d'inverno.
Fuori il vento correva tra i vicoli di Trani, facendo vibrare qualche persiana lontana. Le strade si stavano svuotando e il cielo aveva assunto quel colore tra il blu e il grigio che appartiene solo alle ore dopo il tramonto.
Dentro casa, invece, tutto era diverso.
La cucina profumava ancora di cena.
Una tisana stava raffreddandosi lentamente sul tavolo.
Kandy dormiva arrotolata sul divano come una regina che ha finalmente concesso udienza al sonno.
Khloe era appollaiata sul davanzale.
O meglio, davanti al davanzale.
Perché il vetro era completamente appannato.
«Cosa guardi?» le chiesi.
Khloe rimase immobile.
«Sta osservando l'universo.»
Massimiliano era comparso alle mie spalle con una tazza fumante in mano.
«Attraverso un vetro che non lascia vedere niente?»
«I gatti hanno mezzi che noi ignoriamo.»
«Questo è evidente.»
Mi avvicinai alla finestra.
Il vetro era diventato una superficie lattiginosa. Da fuori arrivavano soltanto ombre sfocate, luci morbide e contorni indefiniti.
Non si distingueva quasi nulla.
Eppure quella vista mi trasmise una strana serenità.
«Sai una cosa?» dissi.
«Dimmi.»
«Mi piace.»
«Cosa?»
«Non vedere bene fuori.»
Massimiliano rise.
«Questa è una frase che detta da te merita una spiegazione.»
Mi sedetti vicino alla finestra.
«Passiamo la vita a voler vedere tutto chiaramente.»
«Vero.»
«Capire tutto. Controllare tutto. Anticipare tutto.»
«E poi?»
«E poi scopri che certe sere basta sapere dove sei.»
Khloe, che evidentemente riteneva conclusa la sua attività di osservazione cosmica, saltò giù dal davanzale e venne a sedersi accanto a noi.
Pochi secondi dopo arrivò anche Kandy.
Con la calma di chi non corre mai perché sa che il mondo può aspettare.
«Ecco il consiglio di amministrazione,» disse Massimiliano.
«Sono venute a controllarci.»
«Giustamente.»
Rimanemmo qualche minuto in silenzio.
Fuori una macchina passò lentamente.
La sua luce attraversò il vetro appannato trasformandosi in una scia dorata.
Sembrava quasi un dipinto.
«Quando ero bambino,» dissi all'improvviso, «mi piaceva disegnare sui vetri appannati.»
«Anch'io.»
«Case. Alberi. Facce.»
«Io scrivevo il mio nome.»
«Molto pragmatico.»
«Molto maschio degli anni Settanta.»
Scoppiammo a ridere.
Con il dito disegnai un piccolo cerchio sul vetro.
La condensa si aprì.
Per un attimo apparve un frammento nitido della strada.
Poi il vapore tornò lentamente a chiuderlo.
Come una tenda.
Come una palpebra.
Come una protezione.
E fu allora che capii cosa mi piaceva davvero di quella finestra.
Non era il fatto di non vedere.
Era il fatto di sentirmi al riparo.
Fuori c'erano il freddo.
Il vento.
Le preoccupazioni del mondo.
Le notizie.
Le corse.
Le urgenze.
Dentro no.
Dentro c'erano due gatte addormentate.
Una persona amata.
Una tisana.
Un po' di silenzio.
E il privilegio raro di non dover essere altrove.
«A cosa pensi?» chiese Massimiliano.
Guardai ancora il vetro.
«Penso che certe sere la felicità assomiglia a questo.»
«A un vetro appannato?»
«Sì.»
«Molto poetico.»
«Molto concreto.»
Annuii verso la finestra.
«Perché quel vetro esiste solo se dentro c'è calore.»
Per qualche secondo nessuno disse niente.
Nemmeno noi.
Nemmeno le gatte.
Nemmeno la casa.
Solo il lieve ticchettio dell'orologio in cucina.
E il respiro tranquillo della sera.
Restammo lì ancora un po'.
Senza fare nulla di speciale.
Senza cercare significati profondi.
Senza pretendere risposte.
Perché alcune sere basta essere presenti.
Basta abitare il momento.
Basta abitare la casa.
E guardando quel vetro appannato capii una cosa semplice.
Non sempre è necessario vedere chiaramente ciò che c'è fuori.
A volte basta sapere che dentro c'è luce.
Che dentro c'è qualcuno.
Che dentro c'è calore.
E, in fondo, non è poco.
È quasi tutto.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, giugno 2026

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