Capitolo 4, Io Sono, Noi Siamo: "L’uomo che parlava agli ulivi", Voci dalla Città della Nuova Luce di Renzo Samaritani Schneider

 


4️⃣ L’uomo che parlava agli ulivi

Il pomeriggio nel Gargano aveva una luce diversa da qualsiasi altra parte del mondo.

Non era soltanto sole.

Era una specie di polvere dorata sospesa nell’aria, qualcosa che si infilava sulle pietre, sulle foglie, sulle mani delle persone, trasformando perfino gli oggetti più poveri in cose antiche e quasi sacre.

Renzo lo stava pensando mentre camminava lentamente lungo il sentiero che scendeva dietro le ex stalle.

La mattina era trascorsa tra piccoli lavori pratici:
sistemare libri,
aiutare Massimiliano a montare una mensola storta,
recuperare Khloe dall’altare di Ganesh tra le proteste scandalizzate di una signora torinese molto devota alla “purezza energetica del tempio”.

Kandy invece aveva ormai preso possesso morale della stanza numero sette.

Dormiva dove voleva.
Entrava e usciva come un ispettore reale.
E aveva già sviluppato un odio personale nei confronti del ragazzo francese che suonava il didgeridoo all’alba.

Adesso però Renzo aveva bisogno di stare solo.

O almeno così credeva.

Il sentiero attraversava una parte più selvaggia della proprietà.

Gli ulivi diventavano più fitti.
Le erbacce più alte.
La terra più rossa.

C’erano fichi d’India, ginestre secche e vecchi muretti a secco pieni di lucertole immobili al sole.

In lontananza il mare brillava appena.

E il silenzio…

quel silenzio del Sud interno…

era enorme.

Non il silenzio vuoto delle città moderne.
Ma un silenzio pieno di vento, insetti, foglie, respiro della terra.

Fu allora che vide Shivananda.

Era seduto sopra un vecchio tronco caduto, sotto un ulivo gigantesco.

Da lontano sembrava quasi un contadino.

Tunica semplice.
Piedi scalzi.
Braccia appoggiate alle ginocchia.

Stava parlando.

Ma non c’era nessuno.

Renzo rallentò.

Shivananda continuava a parlare a bassa voce guardando l’albero.

Non pregava.

Non meditava.

Conversava.

Come se l’ulivo fosse vivo.

Come se stesse ascoltando.

Renzo rimase fermo alcuni secondi senza sapere se avvicinarsi o no.

Poi un ramo si mosse nel vento.

Shivananda alzò lentamente lo sguardo.

— Ah… sei tu.

Nessuna sorpresa.
Nessun imbarazzo.

Come se fosse perfettamente normale essere sorpresi a parlare con un albero millenario.

— Scusa — disse Renzo. — Non volevo disturbarti.

Shivananda sorrise appena.

— Gli ulivi non si offendono facilmente.

Renzo rise piano.

Si avvicinò lentamente.

L’ulivo era enorme.

Il tronco contorto sembrava il corpo fossilizzato di una creatura marina. La corteccia aveva spaccature profonde dove crescevano piccoli muschi argentati. Alcuni rami erano secchi, altri invece pieni di foglie che brillavano nel sole.

L’albero emanava un odore intenso:
terra,
legno caldo,
resina,
estate.

Shivananda fece cenno di sedersi accanto a lui.

Renzo si accomodò sul tronco.

Per un po’ nessuno parlò.

Davanti a loro si apriva tutta la valle.

Le colline pugliesi si stendevano fino all’orizzonte come onde immobili.
Qua e là si vedevano casolari bianchi, sentieri di terra e campi arsi dal sole.

In lontananza passò lentamente un falco.

— Questo ulivo ha più di seicento anni — disse Shivananda piano. — Era già qui quando ancora non esisteva l’Italia.

Renzo accarezzò lentamente il legno ruvido.

— E tu gli parli?

— Sì.

— E lui risponde?

Shivananda sorrise.

— Non con parole.

Silenzio.

Il vento attraversò le foglie producendo un suono quasi liquido.

Renzo osservò il profilo dell’uomo seduto accanto a lui.

Da vicino sembrava più vecchio rispetto al giorno prima.

Molto più stanco.

Le occhiaie profonde.
Le mani rovinate.
Piccole cicatrici sulle braccia.
La barba irregolare.

Non aveva nulla dell’immagine perfetta del guru levigato da Instagram.

Sembrava qualcuno che lavorava troppo e dormiva poco.

— Posso chiederti una cosa? — disse Renzo.

— Certo.

— Ma davvero pensi che questa città possa funzionare?

Shivananda rimase in silenzio.

Molto più del necessario.

Come se stesse scegliendo accuratamente la verità da dire.

Poi sospirò.

— Non lo so.

Quella risposta colpì Renzo più di qualsiasi discorso mistico.

— Non lo sai?

— No.

Shivananda raccolse una foglia secca da terra.

La rigirò lentamente tra le dita.

— Le persone pensano sempre che chi guida un progetto spirituale debba avere certezze assolute. Ma io non ne ho quasi nessuna.

Guardò la valle.

— Ho soltanto una visione.

Il vento aumentò leggermente.

Da lontano arrivava il rumore di martelli proveniente dalle ex stalle.

— Quale visione?

Shivananda sorrise appena.

— Un posto dove la gente possa respirare di nuovo.

Renzo abbassò lentamente lo sguardo.

— Sembra poco.

— È moltissimo.

Silenzio.

Poi Shivananda indicò la valle sotto di loro.

— Guarda il mondo là fuori. Persone sole. Depresse. Spaventate. Sempre online. Sempre arrabbiate. Sempre stanche. Tutti parlano di spiritualità ma nessuno sa più stare seduto sotto un albero senza guardare il telefono ogni trenta secondi.

Rise piano.

— Nemmeno molti spiritualisti, a dire il vero.

Renzo sorrise.

Quella frase gli sembrò tremendamente vera.

— E quindi vuoi costruire una città?

— No.

Shivananda scosse lentamente la testa.

— Voglio costruire un ritmo diverso.

Questa volta Renzo non rispose subito.

Perché quella frase…

quella frase gli era entrata dentro.

Un ritmo diverso.

Forse era davvero quello che aveva sempre cercato anche lui.

Non una religione.
Non un guru.
Non una verità definitiva.

Ma un altro ritmo.

Più umano.
Più lento.
Più vivo.

Shivananda continuò:

— Qui le persone coltiveranno. Cucineranno. Studieranno. Mediteranno. Litigheranno anche, ovviamente. Alcuni se ne andranno arrabbiati. Alcuni si innamoreranno. Alcuni guariranno. Alcuni no.

Guardò l’ulivo.

— Ma almeno proveranno a vivere in modo più vero.

Renzo restò immobile.

Il sole stava lentamente cambiando colore.

Tutto diventava più arancione.

Più morbido.

Più fragile.

— E se fallisse? — chiese piano.

Shivananda rise.

Una risata breve.
Quasi malinconica.

— Tutte le città spirituali falliscono.

Renzo lo guardò sorpreso.

— Ah sì?

— Certo. Prima o poi l’ego arriva sempre. Il denaro. Le gelosie. Il potere. La stanchezza. Gli esseri umani si portano dentro il caos ovunque vadano.

Indicò l’ulivo.

— Ma anche gli alberi perdono rami continuamente. Eppure continuano a crescere.

Silenzio.

Poi Shivananda si alzò lentamente.

— Vieni.

— Dove?

— Voglio mostrarti dove sorgeranno gli orti.

Cominciarono a camminare tra gli ulivi.

E mentre il sole del Gargano incendiava le colline…

Renzo ebbe improvvisamente la sensazione stranissima che quella città impossibile, fragile, confusa e forse persino destinata al fallimento…

fosse comunque viva.

E certe volte, pensò guardando il vento muovere gli alberi…

essere vivi è già un miracolo sufficiente. 🌿

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