Il racconto del venerdì – Le parole del fornaio
di Renzo Samaritani Schneider
Ci sono persone che parlano poco non perché abbiano poco da dire, ma perché hanno smesso da tempo di sprecare le parole.
Il fornaio di cui voglio raccontare oggi era così.
Non l’ho mai visto fare discorsi lunghi. Non l’ho mai sentito lamentarsi ad alta voce, né raccontare la sua vita al primo che entra. Eppure, ogni volta che uscivo dal suo forno con un sacchetto ancora tiepido tra le mani, avevo la sensazione di aver ricevuto qualcosa in più del pane.
Una frase.
Un’immagine.
Una piccola verità messa lì, sul bancone, tra la focaccia e il filone.
Era una mattina di quelle in cui Trani si stropiccia lentamente gli occhi. L’aria aveva ancora addosso un residuo di notte, ma il giorno stava già facendo il proprio dovere: una luce chiara si allungava sulle pietre del centro, le saracinesche cominciavano a salire, e dalle case uscivano odori diversi, caffè, detersivo, bucato, vita.
Io e Massimiliano eravamo usciti presto.
“Presto” per noi, s’intende, che non siamo esattamente due alpini della produttività alle sei del mattino. Però abbastanza presto da sentire ancora la città prima che si riempia di se stessa.
«Prendiamo il pane e poi torniamo?» mi chiese Massimiliano.
«Sì.»
«Solo il pane?»
«Sai già che la risposta è no.»
«Volevo sentirtelo dire.»
«Pane, forse focaccia, forse taralli, forse qualcosa di non strettamente necessario ma moralmente indispensabile.»
«Molto bene. Mi piace quando fai chiarezza.»
Il forno era in una strada che ormai conosco quasi a memoria. Una strada piccola, con un marciapiede stretto, una pianta in vaso sempre un po’ storta davanti al civico accanto e una vetrina senza pretese. Niente design aggressivo, niente luci studiate da un consulente di branding in crisi spirituale. Solo vetro, pane e onestà.
Appena ci avvicinammo alla porta, l’odore ci raggiunse.
Il pane caldo ha una qualità quasi disarmante. Non si limita a profumare: chiama. C’è dentro qualcosa di primitivo, di buono, di elementare. Farina, acqua, lievito, sale. E poi tempo. Sempre lui.
Entrammo.
Il forno era già vivo. Dietro al bancone, in ceste di vimini e cassette di legno, riposavano filoni dalla crosta dorata, rosette, panini, focacce con i pomodorini leggermente abbrustoliti in superficie. Una luce calda saliva dal fondo del locale, dove si intravedeva il laboratorio.
Il fornaio era lì.
Non alto, non basso, grembiule chiaro infarinato, mani robuste, occhi attenti. Aveva quel tipo di viso che non insegue la simpatia e proprio per questo, quando sorride, fa più effetto.
«Buongiorno,» dissi.
«Buongiorno.»
«Come va?»
Lui fece un piccolo gesto con la mano, come a dire si va avanti.
«Il pane è venuto bene,» aggiunse.
«Ottimo segno.»
«Per il pane sì. Per il resto si vedrà.»
Massimiliano mi lanciò un’occhiata.
«Ecco, già comincia.»
Io sorrisi.
«Due persone normali avrebbero chiesto solo un filone.»
«Noi invece veniamo qui anche per il supplemento filosofico.»
Il fornaio, che evidentemente ci conosceva abbastanza da non spaventarsi più, prese un filone e lo posò sul bancone.
«Questo è di stamattina.»
«Spero non di ieri,» disse Massimiliano.
L’uomo lo guardò con la calma di chi ha visto di peggio.
«Quello di ieri l’ho dato a gente più coraggiosa.»
Scoppiammo a ridere.
Mi piaceva il suo umorismo asciutto. Niente grandi effetti. Piccoli colpi precisi.
Mentre sceglievamo anche un pezzo di focaccia, vidi che dietro di noi era entrata una signora anziana, con i capelli raccolti e una borsa della spesa ben piegata sull’avambraccio.
«Le solite due rosette?» le chiese il fornaio.
«Sì. E oggi fammi anche un panino piccolo.»
«Per lei?»
«No, per mio nipote.»
«Allora glielo faccio bello.»
Le porse il pane con una cura che mi colpì. Non serviva soltanto. Riconosceva. È diverso. Quando qualcuno lavora davvero in mezzo alle persone, giorno dopo giorno, finisce per maneggiare non solo merci ma abitudini, facce, fragilità, piccole fedeltà.
Quando la signora uscì, io indicai la cesta dei filoni più scuri.
«E quelli?»
«Hanno lievitato più a lungo.»
«Si vede.»
Lui annuì.
«Le cose buone si vedono sempre.»
Rimasi un attimo in silenzio.
Poi gli dissi:
«Vale anche per le persone?»
Mi guardò, poi guardò il pane, come se volesse far decidere a lui.
«Sì,» disse. «Ma ci vuole più tempo.»
Quella frase rimase sul bancone tra noi.
Il rumore lieve della paletta in fondo al laboratorio, il fruscio dei sacchetti di carta, il respiro caldo del forno, tutto sembrò fare spazio a quelle poche parole.
Massimiliano appoggiò i gomiti al bancone.
«Quindi la regola qual è?»
Il fornaio prese il coltello seghettato, tagliò a metà una focaccia per un altro cliente che stava entrando, poi rispose:
«Che la fretta fa gonfiare male.»
«Il pane?»
«Tutto.»
Non so se ci sia qualcosa di più potente di un uomo che, senza cambiare tono, riassume metà delle nevrosi umane mentre ti incarta una focaccia barese.
Lo osservai meglio.
Le sue mani si muovevano con sicurezza ma senza brutalità. Sollevava i filoni come si sollevano cose vive, non oggetti. Li rigirava, li batteva appena sotto con le nocche, li disponeva senza gesto teatrale. Nessuna posa. Solo mestiere.
«Da quanto tempo fa questo lavoro?» chiesi.
«Da sempre.»
«Sempre sempre?»
«Abbastanza da aver capito che il pane non ama chi vuole comandarlo.»
«E cosa ama?»
Il fornaio si asciugò le mani sul grembiule.
«Chi lo capisce.»
Restai di nuovo zitto.
Io, che pure sono capace di parlare molto, di pensare troppo, di scrivere ancora di più, davanti a persone così mi fermo volentieri. Perché certe parole, quando arrivano da chi lavora con la materia e con il tempo, hanno un peso diverso. Non sono frasi riuscite bene. Sono frasi cotte.
Nel frattempo entrò un uomo sulla quarantina, trafelato, telefono in mano.
«Mi dia in fretta due panini.»
Il fornaio non si scompose.
Prese i panini.
Li mise nel sacchetto.
«Altro?»
«No no, faccia presto che sono in ritardo.»
L’uomo pagò, afferrò il sacchetto e uscì quasi correndo.
Il fornaio lo seguì con gli occhi per un secondo.
Poi disse, più a sé stesso che a noi:
«La gente ha fretta anche del pane.»
Massimiliano inclinò la testa.
«E il pane cosa ne pensa?»
«Che se la farà passare.»
Ridemmo ancora.
Ma io sentivo, sotto quella battuta, qualcosa di più serio. La nostra epoca corre persino dove non servirebbe. Corre per comprare, corre per mangiare, corre per rispondere, corre per arrivare da qualche parte e, una volta arrivata, spesso non sa più perché si è affannata tanto.
Il forno invece stava lì come una piccola confutazione quotidiana.
Farina.
Impasto.
Attesa.
Lievitazione.
Cottura.
Nessun pane buono nasce dall’ansia.
«Lei non si arrabbia mai?» gli chiesi.
Mi guardò un attimo, quasi divertito dalla domanda.
«Certo che mi arrabbio.»
«Non si vede.»
«Non serve vederlo sempre.»
«E quando le capita?»
Lui indicò l’impasto che si intravedeva nel retro.
«Quando qualcuno tocca troppo.»
«L’impasto?»
«Anche la vita.»
Massimiliano mi guardò subito.
Lo vidi pensare la stessa cosa che stavo pensando io: questa la rubiamo.
«Spieghi meglio,» gli dissi.
Lui fece spallucce.
«Se stai sempre lì, ad aprire, controllare, premere, spostare, aggiustare, non lasci niente respirare. Né il pane, né le persone.»
Non avrei saputo dirlo meglio.
Forse perché io quella tentazione la conosco bene. Controllare. Rimuginare. Anticipare. Cercare di mettere le mani su ogni fase del processo, interiore o esteriore, nel tentativo di evitare dispiaceri, errori, ritardi, inciampi. Noi persone sensibili facciamo spesso questo mestiere invisibile di guardiani dell’imprevisto. Peccato che l’imprevisto non abbia alcuna intenzione di farsi sorvegliare.
«Quindi bisogna lasciare fare?» chiesi.
«Bisogna accompagnare,» rispose lui. «Non è la stessa cosa.»
Quella frase mi colpì ancora di più.
Accompagnare.
Non abbandonare.
Non controllare.
Accompagnare.
Anche il pane, in fondo, cresce così. Gli dai ciò che serve, lo osservi, intervieni quando è il momento, ma senza umiliarlo con l’ossessione di guidarlo in ogni secondo.
Entrò un ragazzo giovane, forse un apprendista, forse il figlio, e chiese:
«Questo lo metto fuori?»
Il fornaio guardò la teglia.
«Aspetta ancora due minuti.»
«Perché?»
«Perché sì.»
Il ragazzo fece per obiettare, poi si fermò.
«Due minuti cambiano tanto?»
Il fornaio lo guardò.
«A volte tutto.»
Il ragazzo annuì e tornò indietro con la teglia.
Io e Massimiliano rimanemmo immobili qualche secondo, come se quei due minuti fossero diventati una metafora pubblica.
«Mi sa che oggi usciamo da qui peggiori di quando siamo entrati,» disse Massimiliano.
«Peggiori?»
«Sì. Con più cose a cui pensare.»
Il fornaio accennò un sorriso.
«Meglio del contrario.»
A quel punto decisi di comprare anche dei taralli, tanto per non rischiare di portare a casa soltanto illuminazioni interiori e niente da sgranocchiare.
Mentre li pesava, gli chiesi:
«Ma lei le pensa prima, queste cose?»
«Quali cose?»
«Quello che dice.»
Scosse la testa.
«No.»
«E allora?»
«Lavoro.»
Risposta perfetta.
Perché certe persone non elaborano aforismi. Vivono in modo così aderente a ciò che fanno che, quando parlano, la sostanza esce già filtrata bene.
Pagammo.
Lui ci porse il sacchetto del pane, poi quello dei taralli.
Il pane era caldo. Lo sentii subito attraverso la carta.
«Grazie,» dissi.
«Buona giornata.»
«Anche a lei.»
Poi, quasi sulla porta, lui aggiunse:
«E non abbiate fretta di mangiarlo.»
Mi voltai.
«Perché?»
«Perché il pane appena fatto va ascoltato un momento.»
Uscimmo nel sole ormai più pieno del mattino.
La strada si era leggermente animata. Una signora parlava dal balcone con quella di sotto. Un motorino passò troppo veloce, come fanno certi motorini convinti di essere un evento storico. Dal bar all’angolo arrivava il rumore delle tazzine.
Io e Massimiliano camminammo per qualche metro in silenzio.
Poi lui disse:
«Va ascoltato un momento.»
«Sì.»
«Hai capito cosa intendeva?»
«Credo di sì.»
«Cioè?»
Guardai il sacchetto che tenevo in mano. Il pane emanava ancora calore, e quel calore sembrava quasi una presenza.
«Che non bisogna precipitarsi subito a consumare tutto. Il pane, le giornate, le persone, le cose buone. Bisogna dargli un attimo di tempo per arrivare davvero.»
Massimiliano annuì.
«Mi sembra una teoria applicabile a parecchi ambiti.»
«Parecchi parecchi.»
Quando arrivammo a casa, Kandy e Khloe ci accolsero ognuna secondo la propria vocazione. Kandy con dignità amministrativa, come una custode che verifica se il personale è rientrato correttamente. Khloe con l’aria di chi sospetta che ogni sacchetto contenga un mistero o, meglio ancora, qualcosa di commestibile.
«No, il pane non è per voi,» dissi.
Khloe mi guardò con aperta sfiducia.
In cucina appoggiai il pane sul tavolo senza aprirlo subito.
Massimiliano mi vide e sorrise.
«Che fai?»
«Lo ascolto un momento.»
Lui rise piano.
«Ti prego, dimmi se ti risponde.»
«Secondo me lo ha già fatto.»
E in effetti sì.
Perché mentre la casa riprendeva il suo ritmo, le gatte esploravano i dintorni del sacchetto e la luce entrava obliqua dalla finestra, mi resi conto che il fornaio non ci aveva venduto soltanto pane.
Ci aveva ricordato, con la semplicità concreta di chi impasta ogni giorno, che quasi tutto ciò che conta ha bisogno delle stesse cose: pazienza, attenzione, misura, fedeltà.
Le persone.
Gli amori.
Le amicizie.
Le idee.
Persino la pace interiore.
Niente cresce bene se lo tormenti.
Niente matura bene se lo affretti.
Niente diventa nutrimento se non accetti di aspettare il suo tempo.
E capii, ancora una volta, che ci sono maestri che non si presentano come tali. Non scrivono libri, non aprono conferenze, non lanciano slogan. Ti allungano un filone ancora tiepido, ti dicono una frase breve, e poi tornano al loro lavoro.
Ma tu esci da lì un po’ meno confuso di prima.
Ed è già moltissimo.
Renzo Samaritani Schneider – Trani, agosto 2026
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