• Quotidiano d'informazione della Costa Sveva
Racconti del Venerdì

"Il colore del silenzio" di Renzo Samaritani Schneider

 


Il racconto del venerdì – Il colore del silenzio

di Renzo Samaritani Schneider

Ci sono mattine in cui Trani non sembra una città.

Sembra un respiro.

Non una città da attraversare, da sbrigare, da consumare con gli occhi e con i passi. Una città da ascoltare, sì, ma soprattutto da non disturbare.

Era una di quelle mattine.

Il cielo aveva steso sopra le case una luce chiara e trattenuta, come un velo d’argento molto sottile. Non c’era sole in senso pieno, eppure tutto era illuminato. Le pietre bianche delle facciate, i davanzali, i portoni antichi, perfino le lastre del selciato sembravano aver bevuto una specie di chiarore quieto, senza ombre dure, senza contrasti inutili.

Mi affacciai alla finestra prima ancora di preparare il tè.

«Che ore sono?» chiese Massimiliano dalla cucina.

«Abbastanza presto da non rovinarle guardando il telefono.»

«Quindi non lo sai.»

«Lo so spiritualmente.»

Massimiliano rise da un’altra stanza, e il suono della sua risata attraversò la casa con quella familiarità lieve che hanno le cose amate quando non hanno bisogno di annunciarsi.

Kandy dormiva sul divano, raccolta in una perfezione felina che nessuno di noi esseri umani riuscirà mai a eguagliare, neppure dopo un corso intensivo di meditazione. Khloe invece era già sveglia, sul davanzale interno, con lo sguardo puntato verso fuori.

«Anche tu lo senti?» le chiesi piano.

Khloe si voltò verso di me con quell’espressione ambigua che i gatti padroneggiano da millenni, a metà tra il giudizio e la compassione.

«Prendo questo come un sì,» dissi.

C’era silenzio.

Ma non un silenzio vuoto. Non il silenzio teso di quando manca qualcosa. Non il silenzio freddo di una sala d’attesa. Era un silenzio pieno, morbido, quasi materico. Un silenzio che sembrava essersi appoggiato sui tetti, sui balconi, sulle strade, con la delicatezza di chi non vuole imporsi.

Entrai in cucina.

Massimiliano stava versando l’acqua nella teiera.

«Oggi fuori è tutto… diverso,» dissi.

«In che senso?»

Aprii appena le mani, gesto inutile ma inevitabile.

«Come se la città fosse stata lavata.»

«Ha piovuto stanotte.»

«Non solo per quello.»

Lui mi guardò.

«Hai già cominciato a scriverlo, vero?»

«Sto solo prendendo appunti invisibili.»

«I peggiori. Non si possono nemmeno correggere.»

Ci sedemmo al tavolo con le tazze tra le mani. Il tè fumava piano. In casa c’erano i suoni minimi che conosco bene e che mi rassicurano sempre: il cucchiaino che tocca la ceramica, il fruscio lieve della tenda, un passo delle gatte sul pavimento, il respiro domestico del frigorifero.

«Usciamo?» chiesi.

Massimiliano soffiò sul tè.

«Adesso?»

«Sì. Prima che la città cambi idea.»

Mi guardò in silenzio per un secondo.

«Questa frase da sola giustifica l’uscita.»

Ci preparammo senza fretta. Una giacca leggera, una sciarpa quasi inutile ma non del tutto, le chiavi, le solite piccole trattative di coppia sul portare o non portare l’ombrello.

«Non serve,» dissi.

«È proprio quando dici così che poi serve.»

«Ma oggi no.»

«Tu col meteo hai un rapporto mistico, non tecnico.»

«Appunto. Più affidabile.»

Uscimmo.

Le strade del centro storico sembravano appena emerse da un pensiero. La pietra chiara di Trani, con quella sua grazia severa e luminosa, aveva assorbito l’umidità della notte e la restituiva sotto forma di riflessi opachi, delicati, quasi perlacei. Non c’era traffico vero, non ancora. Solo qualche automobile lontana, che passava come se chiedesse permesso. Un pescatore al porto, un uomo che apriva con calma la saracinesca di un negozio, una donna con una sporta di tela che camminava senza fretta.

Il resto era quiete.

«Lo vedi?» dissi piano.

«Cosa?»

«Il colore del silenzio.»

Massimiliano infilò le mani in tasca.

«No.»

Lo guardai.

«No?»

«Lo sento. Ma vederlo è il tuo mestiere stamattina.»

Camminammo lungo una strada che conosco bene, ma che quel giorno sembrava diversa, come succede con i volti delle persone amate quando una luce nuova cade sulle stesse linee di sempre.

Le persiane socchiuse.

Le finestre ancora immobili.

I gradini consumati davanti ai portoni.

I muri pallidi, con le venature del tempo.

Ogni cosa sembrava aver abbassato la voce.

Passò un uomo anziano con una busta del pane sotto il braccio. Mi salutò con un cenno del capo.

«Buongiorno.»

«Buongiorno.»

Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno. Anche il saluto sembrò accordato a quella misura quieta del mattino.

Poco più avanti, vicino a una piccola piazza, ci fermammo.

Davanti a noi si apriva uno scorcio verso il mare. Non il mare spettacolare dei giorni azzurri, quando tutto chiede di essere fotografato. Un mare trattenuto, quasi di latta chiara, fuso dentro l’orizzonte. Il cielo e l’acqua sembravano aver fatto la pace rinunciando entrambi all’esibizione.

«Senti com’è strano,» dissi.

«Cosa?»

«Che non c’è niente da commentare.»

Massimiliano sorrise appena.

«È una rarità, in effetti.»

«No, intendo proprio questo. Ci sono giorni in cui ti viene voglia di spiegare tutto, di nominare, di definire, di fare la guida turistica persino a te stesso. Oggi no. Oggi basta stare qui.»

Restammo fermi qualche minuto.

Il vento era poco, quasi assente. Ogni tanto portava un odore lieve di mare, di pietra bagnata, di intonaco antico. Una signora al secondo piano stendeva lentamente un canovaccio chiaro sul balcone. Il tessuto, per un attimo, prese la luce e la restituì come una bandiera domestica di pace.

«Mi piace quando la città tace senza essere triste,» dissi.

«Sì.»

«Perché il silenzio viene sempre trattato male. Come se fosse un difetto, un’interruzione, un problema da riempire.»

Massimiliano annuì.

«Per molta gente lo è.»

«Lo so. E invece guarda qui.»

Indicai la piazza, il mare, le facciate.

«Qui il silenzio non manca di niente.»

Un ragazzo in bicicletta passò lentamente dietro di noi. Le ruote fecero un rumore lieve sul selciato umido. Non parlò. Non disturbò. Si inserì nel quadro come una pennellata sottile.

E fu proprio lì che capii che il silenzio aveva davvero un colore.

Non bianco, come si dice a volte con quella tendenza tutta umana a sterilizzare le cose.

Non nero, che sarebbe troppo teatrale.

No.

Era argento.

Un argento chiaro, respirabile, disseminato sulle superfici. Un argento senza lusso, senza ornamento, senza superbia. Il colore di ciò che resta quando la confusione si ritira. Il colore di una calma che non deve convincere nessuno.

«Per me è argento,» dissi.

Massimiliano mi guardò di lato.

«Cosa?»

«Il silenzio di stamattina.»

«Argento?»

«Sì. Non lucido. Più… opaco. Più umano.»

«Mi sembra giusto.»

«Davvero?»

«Sì. Il bianco è troppo presuntuoso.»

Scoppiai a ridere.

«Hai appena insultato un colore.»

«Qualcuno doveva pur farlo.»

Riprendemmo a camminare.

Attraversammo un vicolo stretto dove il cielo compariva soltanto come una fessura chiara in alto, tra un muro e l’altro. Lì il silenzio cambiava consistenza. Era più raccolto, quasi monastico. Mi venne in mente una frase che non scrissi, ma che si sedette da qualche parte dentro di me: certi vicoli non servono ad andare, servono ad ascoltare.

Passammo davanti a una porta socchiusa. Dall’interno arrivava un rumore di stoviglie e una voce femminile bassa, forse una madre, forse una nonna, forse soltanto una donna che stava cominciando la sua giornata. Un odore di caffè uscì da quella fessura insieme alla voce. Anche quello non rompeva il silenzio. Ne faceva parte.

«Sai cosa penso?» disse Massimiliano.

«Dimmi.»

«Che il silenzio non è il contrario della vita.»

«No.»

«È il contrario del frastuono.»

«Molto meglio detto così.»

Ci sedemmo per un momento su una panchina di pietra, vicino a un punto dove la luce cadeva obliqua su un muro e lo faceva sembrare quasi una tela. Una vera tela: calce, umidità, graffi, piccole scrostature, un’ombra leggera di una persiana. Tutto lì sembrava chiedere uno sguardo paziente.

Una coppia di gabbiani si mosse sul tetto di fronte.

In lontananza, le campane arrivarono attutite, come se anche loro avessero scelto una misura più gentile.

Chiusi gli occhi per un momento.

Non per pensare.

Per respirare.

A volte noi persone altamente sensibili abbiamo questo compito ambiguo: difenderci dal mondo e, nello stesso tempo, continuare ad amarlo. Non sempre è facile. Il rumore, le urgenze, l’eccesso di stimoli, le parole buttate male, le richieste continue, tutto questo ci attraversa con troppa facilità. Eppure esistono mattine come quella, in cui il mondo sembra decidere di restituirti qualcosa.

Spazio.

Misura.

Respiro.

«A cosa pensi?» mi chiese Massimiliano.

Aprii gli occhi.

«Che l’anima, ogni tanto, ha bisogno di una stanza vuota.»

«Vuota?»

Scossi la testa.

«No, hai ragione. Non vuota. Libera.»

Lui rimase un istante in silenzio.

Poi disse:

«Forse è questo il silenzio.»

Guardai ancora la luce sulle pietre.

Le facciate.

Il mare pallido.

Le finestre.

Il cielo d’argento.

E capii che sì, forse era proprio questo.

Non l’assenza di suono.
Non il blocco del mondo.
Non la negazione della vita.

Ma uno spazio libero.

Uno spazio in cui i pensieri smettono di spingere, le preoccupazioni allentano la presa, e dentro di noi torna finalmente a farsi sentire qualcosa di più semplice, più antico, più vero.

Riprendemmo la strada verso casa con la calma di chi non vuole rompere un incantesimo ma sa che non deve possederlo per intero. Alcune cose bastano averle attraversate.

Davanti al portone, prima di entrare, mi voltai ancora una volta verso la strada.

La città continuava a essere lì, quieta, perlacea, raccolta dentro la propria luce smorzata.

«Allora?» chiese Massimiliano, con la chiave in mano.

«Allora niente.»

«Niente?»

«È proprio questo il bello.»

Entrammo.

In casa ci accolsero il tepore, Kandy ancora sonnolenta, Khloe già in fase esplorativa, la cucina con le tazze ancora da lavare, la vita di sempre. Ma la vita di sempre, quando torna dopo un silenzio così, non pesa. Si sistema meglio sulle spalle.

E mentre richiudevo la porta capii con chiarezza ciò che quella mattina aveva tentato di insegnarmi fin dall’inizio.

Il silenzio non è vuoto.

Non è mancanza.

Non è distanza dalla vita.

È una presenza densa e gentile.

Un luogo invisibile dove finalmente l’anima smette di difendersi e ricomincia a respirare.


Renzo Samaritani Schneider – Trani, agosto 2026