• Quotidiano d'informazione della Costa Sveva
Racconti del Venerdì

"Il vecchio cinema chiuso" di Renzo Samaritani Schneider

 


Il racconto del venerdì – Il vecchio cinema chiuso

di Renzo Samaritani Schneider

Ci sono edifici che, anche quando smettono di vivere, continuano a respirare.

Bisogna soltanto fermarsi abbastanza a lungo per sentirli.

Quel pomeriggio stavo passeggiando con Massimiliano lungo una strada secondaria di Trani. Non avevamo fretta. Era una di quelle giornate in cui il cielo sembrava dipinto con colori tenui e la città camminava a passo d'uomo.

Fu allora che lo vidi.

Un vecchio cinema.

La grande insegna era ancora lì, ma alcune lettere erano cadute da tempo. Le altre, scolorite dal sole e dalla pioggia, sembravano ricordare a fatica il loro stesso nome.

Le locandine dietro le vetrine erano ormai diventate ombre di carta.

Manifesti consumati.

Volti di attori ormai quasi cancellati.

Colori trasformati in sfumature di polvere.

Mi fermai.

«Che succede?» chiese Massimiliano.

Indicai l'edificio.

«Aspetta.»

«Cosa?»

«Sta cercando di raccontarmi qualcosa.»

Lui sorrise.

«Tu riesci a parlare perfino con i cinema.»

«No.»

«No?»

«Sono loro che parlano.»

Ci avvicinammo.

La biglietteria era chiusa da chissà quanti anni.

Dietro il piccolo vetro opaco si intravedeva ancora una vecchia sedia di legno.

Mi immaginai una cassiera con gli occhiali, il sorriso gentile e una voce che ripeteva la stessa frase centinaia di volte.

"Due biglietti? Prima fila o galleria?"

Le porte d'ingresso erano sbarrate.

Eppure avrei giurato di sentire ancora il profumo del velluto.

Dei popcorn.

Del legno lucidato.

Dell'attesa.

Perché il cinema, prima ancora di essere immagini, è sempre stato attesa.

Attendere che si spengano le luci.

Attendere che inizi la musica.

Attendere che qualcuno ci racconti una storia.

«Secondo te com'era?» domandò Massimiliano.

Chiusi gli occhi.

«Pieno.»

«Di gente?»

«Di emozioni.»

Provai a immaginare una sera di molti anni prima.

La fila davanti all'ingresso.

Le coppie eleganti.

I bambini che stringono la mano dei genitori.

Qualcuno che arriva all'ultimo minuto.

Qualcun altro che compra una caramella prima di entrare.

Il brusio.

Le risate.

Il rumore delle poltrone che si abbassano.

Poi...

Buio.

E il fascio di luce del proiettore che attraversa la sala.

Mi è sempre sembrato un piccolo miracolo.

Un raggio di luce che porta con sé mondi interi.

«Sai qual è la cosa più strana?» dissi.

«Quale?»

«Che in un cinema tutti guardano nella stessa direzione.»

«È vero.»

«E per due ore sconosciuti condividono gli stessi sogni.»

Massimiliano rimase qualche secondo in silenzio.

«Non ci avevo mai pensato.»

Accanto all'ingresso cresceva una piccola pianta selvatica.

Le sue radici avevano trovato spazio tra le crepe del marciapiede.

Anche questo mi sembrò un messaggio.

La vita non chiede permesso.

Continua.

Sempre.

Anche dove tutto sembra essersi fermato.

Un signore anziano passò lentamente davanti al cinema.

Si accorse che lo stavamo osservando.

«Ci venivo con mia moglie,» disse senza che gli chiedessimo nulla.

Ci fermammo ad ascoltarlo.

«Ogni sabato sera.»

Sorrideva.

Ma gli occhi guardavano molto più lontano della strada.

«Che film vedevate?»

Fece spallucce.

«Non me li ricordo quasi più.»

Poi aggiunse:

«Mi ricordo lei.»

Nessuno parlò.

Perché certe frasi arrivano già complete.

Non hanno bisogno di essere commentate.

L'uomo salutò con un cenno della mano e riprese lentamente il suo cammino.

Lo osservammo allontanarsi.

«Hai sentito?» dissi.

Massimiliano annuì.

«Sì.»

«Alla fine non ricordava il film.»

«No.»

«Ricordava la persona.»

«È sempre così.»

Guardai ancora una volta il vecchio edificio.

Mi resi conto che quel cinema aveva smesso da tempo di proiettare pellicole.

Ma continuava a proiettare ricordi.

Sorrisi.

Forse tutti i luoghi fanno così.

Le case.

Le piazze.

Le stazioni.

Le librerie.

I bar.

Quando vengono abitati davvero, non smettono mai completamente di vivere.

Cambiano soltanto il tipo di pubblico.

Non ospitano più persone.

Ospitano memorie.

Prima di andare via rimasi ancora qualche secondo davanti alla porta chiusa.

Avrei voluto entrare.

Rivedere quelle poltrone.

Il sipario.

Lo schermo.

Ma forse era giusto così.

Alcuni luoghi devono restare custoditi dall'immaginazione.

Perché è lì che continuano a essere perfetti.

Riprendemmo a camminare.

Dopo pochi metri mi voltai ancora una volta.

L'insegna era sempre spenta.

Le finestre sempre chiuse.

Il silenzio sempre lo stesso.

Eppure non vidi un edificio abbandonato.

Vidi un luogo ancora pieno di persone invisibili.

Di risate.

Di applausi.

Di primi appuntamenti.

Di mani che si cercano nel buio.

Compresi allora che esistono posti che non smettono mai davvero di raccontare storie.

Semplicemente...

a un certo punto smettono di usare uno schermo.

E cominciano a proiettarle dentro chi passa davanti a loro.


Renzo Samaritani Schneider – Trani, luglio 2026