Nelle notti d'estate del Salento, quando il caldo si posa sulla pietra come una mano pesante, c'è un suono che attraversa i secoli senza perdere forza: il tamburello. Non è un semplice accompagnamento musicale, ma il cuore pulsante di una delle tradizioni più affascinanti e stratificate della Puglia, la pizzica, e del rito che le ha dato origine, il tarantismo.
Per capire questa tradizione bisogna tornare indietro, alle campagne pugliesi tra Sette e Ottocento, quando si credeva che il morso di un ragno, la tarantola, potesse scatenare in chi ne era colpito uno stato di agitazione, malinconia profonda o vera e propria crisi nervosa. Il rimedio non veniva cercato nella medicina ufficiale, spesso lontana e inaccessibile per le comunità contadine, ma in un rituale collettivo: i musicisti venivano chiamati nelle case, suonavano ritmi sempre più incalzanti finché la persona «tarantata» non si alzava e cominciava a danzare, imitando a volte i movimenti di un ragno, fino allo sfinimento e, si credeva, alla guarigione. Il tarantismo, studiato a fondo dall'antropologo Ernesto de Martino nel celebre saggio «La terra del rimorso» del 1961, non era soltanto superstizione: era un linguaggio del corpo attraverso cui donne, in particolare, esprimevano un disagio esistenziale e sociale che non trovava altrove spazio di parola.
Da rito di guarigione a fenomeno musicale e identitario il passo è stato lungo ma naturale. La pizzica, il ballo che accompagnava l'esorcismo coreutico del tarantismo, si è progressivamente separata dalla sua funzione terapeutica per diventare patrimonio musicale e coreutico condiviso, capace di intrecciare la vita di paese, le feste patronali, i matrimoni. Il tamburello resta lo strumento guida, insieme a violino, organetto e voce, in un intreccio ritmico che alterna accelerazioni vertiginose a momenti di sospensione, quasi a imitare il respiro affannoso e poi placato del corpo che danza.
Il simbolo più visibile di questa rinascita è oggi la Notte della Taranta, il festival che ogni estate, tra fine agosto e inizio settembre, trasforma la piazza di Melpignano, in provincia di Lecce, in un enorme spazio di festa collettiva. Nato alla fine degli anni Novanta per volontà di amministratori locali e musicisti che non volevano lasciar morire questo patrimonio, il festival itinerante tocca decine di comuni del Salento prima del concertone finale, richiamando ogni anno centinaia di migliaia di persone e portando sul palco maestri concertatori, orchestre popolari e ospiti internazionali che reinterpretano la pizzica contaminandola con jazz, musica elettronica, sonorità mediterranee.
C'è chi ha criticato questa trasformazione, temendo che il rito antico si sia ridotto a spettacolo turistico, svuotato del suo significato più profondo di cura comunitaria. È una tensione reale, che attraversa molte tradizioni popolari quando incontrano i riflettori della grande scena: il rischio di diventare cartolina. Ma è innegabile che senza questa spinta di visibilità la pizzica rischiava l'oblio, confinata nella memoria di pochi anziani. Oggi convivono le due anime: da un lato le feste di piazza informali, i «focolari» di suonatori che ancora si radunano nei cortili e nelle masserie per il puro piacere di suonare fino a notte fonda; dall'altro la macchina organizzativa del festival, con la sua forza economica e mediatica.
Quello che resta intatto, in entrambe le forme, è la funzione aggregante del ballo: la pizzica si balla in cerchio, spesso in coppia ma senza le regole rigide di altre danze, con un corteggiamento scenico fatto di sguardi, avvicinamenti e ritirate, in cui il fazzoletto agitato o passato di mano in mano diventa complice silenzioso. Non serve saper ballare per entrare nel cerchio: la pizzica si impara guardando, lasciandosi contagiare dal ritmo, in una trasmissione orale e corporea che è essa stessa la vera essenza della tradizione popolare.
In un tempo in cui tante pratiche identitarie rischiano di sopravvivere solo nei musei o negli archivi sonori, la pizzica pugliese dimostra che una tradizione può restare viva proprio perché continua a trasformarsi, accogliendo nuove generazioni di suonatori e ballerini senza smettere di raccontare, sotto il ritmo incalzante del tamburello, la storia di un popolo che ha sempre saputo curare le proprie ferite danzando.