Clara, la villa e il dubbio: quando Bologna continua ad ascoltare i suoi luoghi
Dal film horror indipendente di Francesco Longo alla storia reale di Villa Malvasia, passando per la leggenda della bambina murata viva e per un ricordo personale legato alla scuola della Croara. Un viaggio tra cinema, folklore e fatti che non sempre riusciamo a spiegare.
Per chi è nato e cresciuto a Bologna, Villa Malvasia — o, come quasi tutti abbiamo imparato a chiamarla, Villa Clara — non è mai stata soltanto un edificio.
È sempre stata una presenza.
Una di quelle architetture capaci di esercitare un’attrazione particolare anche quando le si osserva soltanto dall’esterno, oltre un cancello, da una strada di periferia. Una villa antica, affascinante e per lungo tempo segnata dall’abbandono, intorno alla quale Bologna ha costruito una delle sue leggende più persistenti: quella di Clara, la bambina dotata di chiaroveggenza che sarebbe stata murata viva dal padre e il cui spirito continuerebbe a vagare tra le stanze e il giardino.
Io quella villa la conosco da molto tempo. Sono nato a Bologna nel 1966 e vi ho trascorso quasi tutta la mia vita, prima di trasferirmi, tre anni fa, a Trani. Più volte sono andato a osservarla da fuori. E ogni volta ho avvertito il medesimo fascino: non la certezza che dietro quelle mura si nascondesse davvero un fantasma, ma il richiamo del dubbio.
È proprio per questo che desidero ringraziare sinceramente Francesco Longo, che mi ha affidato una copia privata del suo film Clara. Il suo gesto mi ha consentito di avvicinarmi con calma e attenzione a un’opera nata da una leggenda che accompagna da decenni l’immaginario bolognese. Non una visione frettolosa, dunque, ma l’occasione per tornare idealmente in un luogo conosciuto fin dall’infanzia e per osservare come quella storia sia stata trasformata in cinema.
Un horror bolognese che parla inglese
Clara è un horror indipendente italiano del 2021, scritto e diretto da Francesco Longo e prodotto nell’ambito della Moonlight Legacy Production. Il film dura poco più di un’ora ed è stato girato in lingua inglese, una scelta che il regista ha motivato con il desiderio di raggiungere un pubblico più vasto e internazionale.
Longo, autore di origini pugliesi stabilitosi da anni a Bologna, era già attivo nel cinema di genere, nei cortometraggi e negli effetti visivi. Prima del lungometraggio aveva lavorato a titoli come Skizophrenia, Claustrophobia e Nyctophobia, coltivando una passione dichiarata tanto per l’horror internazionale quanto per maestri italiani come Dario Argento e Lucio Fulci.
La scelta dell’inglese è comprensibile dal punto di vista produttivo. Permette al film di oltrepassare i confini regionali e nazionali e di presentarsi come un’opera destinata non soltanto agli spettatori che già conoscono Villa Clara.
Produce tuttavia anche un effetto curioso. La storia nasce da un luogo profondamente bolognese, fatto di nebbia padana, periferie, racconti tramandati oralmente e incursioni notturne di ragazzi in cerca di emozioni. L’inglese universalizza tutto questo, ma inevitabilmente attenua una parte del suo colore locale.
Non è necessariamente un difetto. È piuttosto uno degli elementi che definiscono la particolare identità dell’opera: un horror radicato in una leggenda cittadina che cerca deliberatamente di parlare il linguaggio del cinema di genere internazionale.
Il ritorno dell’erede
Il film si apre con alcuni giovani che entrano nella villa per mettersi in contatto con Clara attraverso una seduta spiritica. È una scena che introduce immediatamente il meccanismo attraverso il quale le leggende continuano a vivere: qualcuno le racconta, qualcun altro le mette alla prova, altri ancora entrano nei luoghi che le hanno generate nella speranza — o nel timore — che qualcosa risponda.
La protagonista è Helen Ludovisi, una giovane donna di origini italiane che eredita la dimora da una prozia. Arriva a Bologna con il compagno Jacob e incontra le persone coinvolte nella gestione e nel possibile restauro dell’edificio.
Helen è razionale, scettica, formata nell’ambito dell’arte. Non sembra disposta a lasciarsi suggestionare dalle storie sul fantasma. La villa, per lei, è inizialmente un bene da esaminare, recuperare e riportare alla vita.
Ma il luogo oppone resistenza.
Le persone che circondano Helen non sono sempre ciò che sembrano. Il custode David conosce più cose di quante ne voglia rivelare. Alcuni membri del gruppo spariscono o vengono aggrediti. Le porte si chiudono. Le comunicazioni si interrompono. Presenze e visioni attraversano le stanze.
L’eredità materiale si trasforma così in un’eredità oscura, genealogica e spirituale. Helen non è stata semplicemente chiamata a possedere la villa: è stata richiamata al suo interno.
La trascrizione completa del film mostra una struttura che procede per stratificazioni: il prologo della seduta spiritica, il testamento, l’arrivo dell’erede, il progetto di restauro, le sparizioni, l’intrappolamento e infine la rivelazione di una storia molto più vasta della semplice vicenda di una bambina murata viva.
Dalla bambina murata viva al Babau
È nella seconda parte che Clara prende la sua decisione più ambiziosa.
Francesco Longo non si limita a mettere in scena la versione più conosciuta della leggenda. La utilizza come punto di partenza, per poi costruire un mito nuovo.
Secondo la storia comunemente tramandata, Clara sarebbe stata una bambina o un’adolescente dotata di chiaroveggenza. Il padre, terrorizzato dai suoi poteri e convinto che provenissero dal demonio, l’avrebbe fatta murare viva. Da allora il fantasma della giovane vagherebbe nella villa, manifestandosi attraverso lamenti, voci, pianti e apparizioni.
Nel film, invece, Clara viene inserita in una genealogia molto più complessa. Compaiono una madre morta in circostanze inquietanti, una sorella gemella, un amore proibito, una famiglia attraversata dal segreto e soprattutto una creatura antichissima: il Babau.
La figura che nella tradizione infantile viene evocata per spaventare i bambini diventa qui un’entità primordiale, capace di possedere gli esseri umani e di servirsi delle generazioni di una famiglia per entrare definitivamente nel nostro mondo.
Clara, dunque, non è più soltanto la vittima di un padre crudele. Diventa il centro di un disegno soprannaturale che attraversa il tempo, i corpi e le nascite.
Il film si sposta dalla ghost story al folk horror, dal racconto della casa infestata alla demonologia e a un’idea quasi cosmica del male. Il Babau non è una semplice presenza nascosta in una stanza: è una forza che precede gli uomini e che cerca in loro il proprio veicolo.
Questa trasformazione è, a mio giudizio, il tratto più interessante dell’opera. Longo non si accontenta di illustrare una leggenda già nota. La smonta, la amplia e la reinventa, introducendo elementi assenti dalla tradizione e costruendo una propria mitologia cinematografica.
Clara non deve quindi essere considerato una ricostruzione storica della leggenda di Villa Malvasia. È un’opera di fantasia liberamente ispirata a essa.
Una villa che diventa corpo narrativo
La casa infestata è uno degli archetipi più antichi dell’horror. Ma una casa funziona davvero, nel cinema, soltanto quando non è un semplice sfondo.
In Clara, la villa è un corpo.
Le stanze custodiscono ciò che la famiglia ha tentato di nascondere. Le pareti non delimitano soltanto lo spazio: diventano strumenti di segregazione, tombe, membrane attraverso le quali il passato cerca di ritornare.
Anche il restauro assume un significato ambiguo. Restaurare significa salvare la villa dalla rovina, riconoscerne il valore artistico e restituirla alla comunità. Ma significa anche aprire porte chiuse, rimuovere strati, toccare muri che forse erano stati eretti proprio per impedire a qualcosa di uscire.
Il film lavora efficacemente su questa contraddizione. Il recupero del patrimonio culturale, attività apparentemente razionale e positiva, diventa la causa involontaria del risveglio.
È un motivo tipicamente gotico: la casa come archivio della colpa e il presente che, tentando di ordinare il passato, finisce per liberarlo.
Un’opera ricca, forse troppo compressa
Il principale punto di forza di Clara è la sua immaginazione.
Longo avrebbe potuto limitarsi alla bambina fantasma, ai rumori nelle stanze e a qualche apparizione. Preferisce invece costruire una storia più ampia, introducendo una genealogia segreta, una possessione, una creatura ancestrale e un piano destinato a proseguire oltre la generazione dei personaggi.
Questa ricchezza, però, rappresenta anche il limite principale del film.
In circa sessantacinque minuti vengono presentati numerosi personaggi, un’eredità, un progetto di restauro, la leggenda originaria, una catena di sparizioni, un custode ambiguo, una madre misteriosa, una gemella, un amore proibito, un’entità cosmica e un nuovo ciclo di possessione.
La materia narrativa è tanta. Forse troppa per una durata così contenuta.
Nella parte finale il film deve affidarsi a una lunga spiegazione per ricostruire la genealogia e rendere comprensibile il progetto del Babau. Il racconto, che fino a quel momento procedeva soprattutto attraverso l’atmosfera e le apparizioni, viene costretto a chiarire rapidamente molti elementi.
La stessa ricezione critica ha sottolineato questa tendenza alla sovrabbondanza: Clara possiede idee che avrebbero potuto trovare maggiore respiro in un film più lungo, oppure in una narrazione disposta a lasciare qualche mistero senza risposta.
Eppure preferisco un’opera indipendente che rischia di contenere troppo a una che non abbia nulla da raccontare.
L’ambizione di Longo è evidente. Il regista non usa la leggenda come una scorciatoia pubblicitaria. Cerca di trasformarla in un universo autonomo e di connettere un racconto di periferia bolognese a un immaginario molto più vasto.
Il risultato non è sempre equilibrato, ma non è mai pigro.
La vera storia di Villa Malvasia
Prima del fantasma viene la villa.
L’edificio è storicamente conosciuto come Casino del Trebbo, Casino Malvasia o Villa Malvasia. Si trova in via Francesco Zanardi 449, a Bologna.
Le fonti istituzionali lo descrivono come una villa extraurbana di origine tardo-cinquecentesca o primo-seicentesca, circondata da un giardino e da una cinta muraria merlata. La datazione non è del tutto concorde: il Catalogo generale dei Beni culturali indica il 1614, mentre altre ricostruzioni collocano alcune fasi dell’edificio nella seconda metà del Seicento.
È invece ben documentato il legame con Carlo Cesare Malvasia, storico dell’arte e autore della celebre Felsina Pittrice. La dimora fu un luogo di cultura e di rappresentanza, decorato da pittori appartenenti alla grande stagione artistica bolognese.
Tra i nomi associati agli affreschi e alle decorazioni ricorrono Angelo Michele Colonna, Domenico degli Ambrogi, Girolamo Curti detto il Dentone, Franceschino Carracci e altri artisti della scuola locale.
Ridurre questa villa al fantasma significherebbe dunque commettere un’ingiustizia. Prima di essere un luogo leggendario, è un bene storico e artistico di grande valore.
Negli ultimi anni, inoltre, Villa Malvasia è tornata ad accogliere visite, eventi culturali, percorsi narrativi e iniziative dedicate al recupero della struttura. La leggenda continua a esercitare il proprio richiamo, ma oggi può diventare anche una porta attraverso la quale riscoprire la storia vera dell’edificio.
Da dove nasce il nome “Villa Clara”?
La spiegazione più plausibile è molto meno macabra della leggenda.
Nel 1928 la villa risulta associata a una proprietaria chiamata Clara Mazzetti, vedova Barzaghi. È quindi verosimile che la denominazione popolare “Villa Clara” derivi dal nome di questa donna realmente esistita, e non da quello di una bambina murata viva secoli prima.
Non sono emersi, almeno nella documentazione finora reperita, registri anagrafici, parrocchiali o giudiziari che confermino l’esistenza della Clara raccontata dalla leggenda e il suo presunto omicidio.
Le versioni, del resto, divergono.
In una Clara è una bambina chiaroveggente. In un’altra è una giovane innamorata di un ragazzo appartenente a una classe sociale inferiore. Talvolta è il padre a ucciderla, altre volte il patrigno. C’è chi racconta di pianti, chi di canti, chi di un pianoforte che suonerebbe da solo, chi di finestre illuminate in un edificio apparentemente vuoto.
Questa proliferazione di varianti non dimostra che la leggenda sia falsa, ma indica chiaramente che ci troviamo nel territorio del folklore, non in quello della cronaca accertata.
Il fascino della storia, tuttavia, non dipende soltanto dalla sua verificabilità.
Le leggende metropolitane rivelano il modo in cui una comunità guarda i propri luoghi. Una villa abbandonata, antica e difficilmente accessibile diventa inevitabilmente un contenitore di paure, fantasie, bravate, racconti adolescenziali e memorie tramandate.
La storia documentata ci spiega che cosa sia stato l’edificio.
La leggenda ci racconta che cosa la città ha visto in esso.
Quando il film torna nella villa
C’è un passaggio particolarmente suggestivo nella storia recente di Clara: il film è stato proiettato all’interno della stessa Villa Malvasia.
La finzione è dunque rientrata nel luogo che l’aveva generata.
È un incontro quasi perfetto fra cinema, memoria e spazio reale. Una leggenda ispira un film; il film torna nella villa; la villa, attraverso quella proiezione, diventa contemporaneamente monumento, scenario e personaggio.
Non sappiamo se Clara abbia mai abitato davvero quelle stanze. Sappiamo però che oggi vi abita il suo racconto.
Un’altra casa, un’altra scala
Il film di Francesco Longo mi ha riportato anche a un altro luogo della mia Bologna.
Sulle colline di San Lazzaro di Savena, tra Ponticella e la Croara, esisteva una vecchia scuola elementare. In seguito l’edificio era stato utilizzato anche come sistemazione temporanea per famiglie che si trovavano in difficoltà abitativa.
Per un breve periodo vi abitai anch’io, insieme a mia madre, la scrittrice Helga Schneider, e a mio padre. Eravamo in attesa che ci venisse assegnata una casa definitiva nel centro di Bologna, quella nella quale mia madre vive ancora oggi.
Anche intorno alla scuola della Croara circolava una leggenda.
Si raccontava che un bambino fosse morto cadendo dalle scale e che, da allora, nell’edificio si potesse sentire il rumore di una palla che rotolava da sola lungo i gradini. Le fonti pubblicamente disponibili su questa vicenda sono soprattutto narrative: articoli dedicati al folklore, registrazioni e testimonianze. Non abbiamo, almeno per ora, una documentazione amministrativa sufficiente a ricostruire in maniera certa ogni passaggio della storia.
Esiste tuttavia anche una mia testimonianza pubblica, registrata anni fa, nella quale raccontavo ciò che avevo vissuto in quella casa.
Quella palla, o qualcosa che produceva un rumore identico, l’ho sentita anch’io.
Non vidi il fantasma di un bambino. Non posso dimostrare che il suono avesse un’origine soprannaturale. Non lo presento come prova scientifica.
Posso soltanto dire che udii chiaramente qualcosa rotolare lungo le scale e che non riuscii a individuarne una causa.
È un ricordo personale, autentico e ancora vivo.
Fra credulità e irrisione
Forse proprio per quell’esperienza non riesco a trattare luoghi come Villa Malvasia con l’atteggiamento di chi liquida ogni racconto con un sorriso di sufficienza.
Nello stesso tempo, non desidero trasformare qualsiasi rumore in una dimostrazione dell’esistenza dei fantasmi.
Esistono almeno tre piani diversi.
C’è ciò che può essere documentato attraverso atti, registri, fotografie e ricerche storiche.
C’è ciò che una comunità tramanda attraverso racconti, leggende e memorie collettive.
E c’è ciò che una persona ha percepito direttamente, senza riuscire a comprenderlo pienamente.
Confondere questi piani produce superstizione.
Negare che possano dialogare produce invece un impoverimento della nostra esperienza.
Il fatto che la storia della bambina murata non sia documentata non cancella il potere culturale della leggenda. E il fatto che io abbia sentito una palla rotolare sulle scale non dimostra che un bambino morto infestasse la scuola della Croara.
Tra il credere ciecamente e il deridere esiste uno spazio più difficile e più interessante: quello dell’ascolto.
I luoghi non chiedono di essere creduti
È in questo spazio che il film di Francesco Longo trova, a mio parere, il proprio significato più profondo.
Clara non dimostra che la leggenda sia vera. Non ne ha bisogno.
Ci ricorda piuttosto che i luoghi trattengono molto più della propria struttura materiale. Trattengono bellezza, abbandono, violenza, desideri, paure, memorie familiari e racconti ripetuti di generazione in generazione.
Una villa non diventa leggendaria soltanto perché qualcuno inventa un fantasma.
Diventa leggendaria perché una comunità riconosce in quelle mura qualcosa che la riguarda: una paura nascosta, un’ingiustizia, un segreto, il desiderio di aprire una porta che tutti consigliano di lasciare chiusa.
Clara è un horror indipendente imperfetto ma sincero, a tratti sovraccarico ma mai privo di immaginazione. Francesco Longo ha avuto il merito di non ridurre Villa Malvasia a una cartolina del brivido e di aver tentato una reinvenzione personale della leggenda, portandola dentro un universo fatto di genealogie, possessioni e male ancestrale.
Per chi ha vissuto quasi sessant’anni a Bologna, veder trasformato in cinema un luogo che ha accompagnato tante conversazioni, fantasie e paure giovanili produce un’emozione particolare.
Non sappiamo se Clara sia davvero esistita nella forma in cui la tradizione ce l’ha consegnata.
Sappiamo che Villa Malvasia esiste. Che la sua storia e la sua bellezza sono reali. Che il nome “Villa Clara” continua ad attraversare la memoria di Bologna. E che un regista ha deciso di ascoltare quel nome, trasformandolo in un film.
Quanto al resto, forse è giusto lasciare aperta una porta.
Perché alcuni luoghi non chiedono di essere creduti.
Chiedono soltanto di non essere liquidati con leggerezza.
Renzo Samaritani Schneider
