La signora del tabaccaio

di Renzo Samaritani Schneider

La prima volta che la notai davvero, stava contando delle monete.

Non alla cassa.

Seduta.

Era su una sedia bassa, dietro il bancone della tabaccheria, in un angolo che fino a quel momento avevo considerato parte dell’arredamento. C’era un piccolo tavolino con sopra una tazza, un giornale piegato e un piattino con due caramelle ancora incartate. Lei teneva le monete nel palmo della mano sinistra e con l’indice della destra le spostava una alla volta.

Una.

Due.

Tre.

Poi ricominciava.

Io ero entrato per comprare delle buste.

Non francobolli.

Non ricariche.

Buste.

Una cosa che, in una tabaccheria, mi faceva sempre sentire leggermente fuori tempo, come se fossi entrato nel posto giusto con una richiesta appartenente a un’altra epoca.

«Bianche o gialle?» mi chiese il ragazzo dietro il banco.

«Bianche.»

«Quante?»

«Cinque.»

«Cinque buste?»

«Sì.»

Mi guardò con una specie di rispetto prudente.

«Scrive lettere?»

«Ogni tanto.»

Da dietro arrivò una voce.

«Bravo.»

Mi voltai.

La signora aveva smesso di contare.

Aveva capelli bianchi molto corti, un cardigan color sabbia e una collana sottile che spariva sotto il colletto. Non era truccata. Aveva occhi chiarissimi, di quel colore che in certe persone anziane sembra essersi schiarito insieme ai capelli.

«Le lettere rimangono,» disse.

Il ragazzo sorrise.

«Nonna, non cominciare.»

«Che ho detto?»

«Niente.»

«Allora non ho cominciato.»

Guardai il ragazzo.

«È sua nonna?»

«Sì.»

La signora sollevò una mano.

«Però qui dentro ero prima io di lui.»

«Ah.»

«E prima ancora mio marito.»

Il ragazzo prese le buste da un ripiano e le mise sul banco.

«Il negozio è di famiglia.»

«Lo vedo.»

La signora mi guardò.

«Lei non è di Trani.»

Non era una domanda.

«No.»

«Però vive qui.»

«Da qualche anno.»

Lei annuì come se avesse ricevuto conferma di qualcosa che già sapeva.

«Si vede.»

«Da cosa?»

«Quelli che vengono per pochi giorni guardano in alto.»

«In alto?»

«I palazzi. Le chiese. Le finestre. Quelli che abitano qui guardano davanti.»

Ci pensai.

«E io dove guardavo?»

«Le buste.»

Il ragazzo scoppiò a ridere.

Io pure.

Pagai.

Quando uscii, per qualche motivo mi voltai.

La signora aveva ripreso a contare le monete.

Una.

Due.

Tre.

La mattina era luminosa e Trani aveva già cominciato a muoversi.

Era il primo venerdì di ottobre e l’aria portava quella promessa particolare che hanno i giorni di inizio autunno nel Sud: il sole dice ancora estate, l’ombra ha già cambiato stagione.

Avevo lasciato casa da meno di mezz’ora.

Kandy dormiva sul cuscino della sedia vicino alla finestra.

Khloe aveva trascorso almeno dieci minuti a tentare di entrare in una scatola troppo piccola, con quella determinazione tipica dei gatti quando la geometria presenta un’opinione diversa dalla loro.

Massimiliano era in cucina.

«Ricordati le buste,» mi aveva detto.

«Me lo ricordo.»

«La settimana scorsa sei uscito per comprare il pane e sei tornato con due piante.»

«Avevamo bisogno anche delle piante.»

«Non sapevamo di averne bisogno.»

«Adesso lo sappiamo.»

«Le buste.»

«Cinque.»

«Bianche.»

«Sì.»

«Non tornare con un ficus.»

Avevo chiuso la porta ridendo.

Ora avevo le buste.

Missione compiuta.

Avrei potuto tornare direttamente a casa.

Invece continuai a camminare.

Mi piaceva quella luce.

Le strade avevano ancora tavolini all’aperto, ma le persone erano vestite in modi contraddittori: qualcuno con la maglietta a maniche corte, qualcuno con il giubbotto leggero, qualcuno con una sciarpa che sembrava una scelta più emotiva che climatica.

Passai davanti a un bar.

Due uomini discutevano di calcio.

Una donna usciva da un panificio con una busta di carta piegata in alto.

Un motorino rallentò davanti a un incrocio.

La città faceva quello che fanno le città quando nessuno pretende che accada qualcosa di memorabile.

Viveva.

E forse fu proprio per questo che, mentre camminavo, tornai a pensare alla signora della tabaccheria.

“Quelli che vengono per pochi giorni guardano in alto. Quelli che abitano qui guardano davanti.”

Era una frase semplice.

Ma mi aveva punto in un punto preciso.

Perché era vero.

Quando ero arrivato a Trani guardavo moltissimo in alto.

Le facciate.

I balconi.

La pietra.

La Cattedrale.

Il cielo sopra il porto.

Fotografavo.

Osservavo.

Mi sorprendevo.

Poi, lentamente, avevo cominciato a guardare davanti.

Il supermercato.

Il semaforo.

La farmacia.

La gente.

Il marciapiede.

La lista delle cose da fare.

Forse diventare abitanti significa anche smettere, un po’, di fare i turisti della propria vita.

Questa idea non mi piacque del tutto.

Quando tornai a casa, Massimiliano era ancora in cucina.

Appoggiai le buste sul tavolo.

«Eccole.»

Lui le guardò.

«Sono effettivamente buste.»

«Avevi dubbi?»

«Moderati.»

«Non ho comprato nessuna pianta.»

«Sto vivendo una giornata piena di sorprese.»

Kandy aprì un occhio.

Khloe aveva finalmente rinunciato alla scatola ed era sdraiata sul pavimento, offesa.

«Ho conosciuto la signora del tabaccaio.»

«Quale signora?»

«La nonna del ragazzo.»

«Ah.»

«Tu la conosci?»

«Di vista.»

«Ha detto una cosa interessante.»

Massimiliano prese una tazza.

«Naturalmente.»

«Perché naturalmente?»

«Perché tu puoi entrare a comprare cinque buste e uscirne con una teoria sull’esistenza.»

«Non è colpa mia se la gente dice cose.»

«La gente dice cose continuamente. Sei tu che le collezioni.»

Gli raccontai la frase.

Lui rimase qualche secondo in silenzio.

Poi guardò fuori dalla finestra.

«È vero.»

«Cosa?»

«Che all’inizio guardavamo tutto.»

«E adesso?»

«Adesso ci lamentiamo se uno parcheggia male.»

«Quindi siamo integrati.»

«Perfettamente.»

Ridemmo.

Ma il pensiero rimase lì.

Nel pomeriggio, mentre lavoravo, mi accorsi di avere appoggiato una delle buste accanto al computer.

Era bianca.

Anonima.

Vuota.

Le lettere rimangono, aveva detto la signora.

Presi una penna.

Scrissi un nome.

Poi lo cancellai.

Non avevo davvero bisogno di scrivere una lettera in quel momento.

Forse avevo comprato cinque buste semplicemente perché mi piaceva sapere che avrei potuto farlo.

La possibilità di una lettera.

Anche quella, in fondo, era una cosa.

Il giorno dopo passai di nuovo davanti alla tabaccheria.

Non dovevo comprare niente.

Questa è una circostanza che, quando la racconti a te stesso, ti fa capire immediatamente che stai per fare qualcosa senza ammettere il motivo.

Rallentai.

La signora era lì.

Seduta nello stesso angolo.

Questa volta aveva un gomitolo di lana sulle ginocchia.

Il ragazzo mi vide.

«Altre buste?»

«No.»

«Peccato.»

La signora alzò gli occhi.

«Quello delle lettere.»

«Quello delle buste,» corresse il nipote.

«Le buste servono alle lettere.»

Entrai.

«Buongiorno.»

«Buongiorno.»

Mi sentii leggermente sciocco.

«In realtà volevo solo salutarvi.»

Il ragazzo indicò la nonna.

«Ha già conquistato un cliente.»

«Non faccio niente,» disse lei.

«Appunto.»

Mi avvicinai al banco.

«Come si chiama?»

«Ada.»

«Renzo.»

«Lo so.»

Mi fermai.

«Come fa a saperlo?»

Il ragazzo rise.

«Non chiedere.»

Ada fece un piccolo gesto con la mano.

«Qua entra gente.»

«E quindi?»

«La gente parla.»

«Di me?»

«Di tutti.»

«Questo dovrebbe preoccuparmi?»

«Dipende da quello che fa.»

Massimiliano avrebbe adorato quella risposta.

«E cosa sa di me?»

Ada appoggiò il gomitolo sul tavolino.

«Che vive con Massimiliano.»

Annuii.

«Che avete due gatte.»

«Kandy e Khloe.»

«Con la K.»

La guardai.

«Anche questo?»

«L’ha detto lui.»

Indicò il nipote.

Il ragazzo alzò le mani.

«Una volta sei venuto a comprare qualcosa e hai detto il nome del gatto.»

«Della gatta.»

«Ecco.»

Ada continuò.

«Che scrive.»

«Sì.»

«Che lavora da casa.»

«Sì.»

«Che non le piace molto parlare al telefono.»

Questa volta risi.

«Questo come lo sa?»

«Una signora voleva chiamarla e un’altra le ha detto: scrivigli.»

Mi appoggiai al bancone.

«Quindi la tabaccheria è un centro informazioni.»

«No,» disse Ada. «È un posto dove la gente aspetta.»

La frase mi colpì più della precedente.

«Aspetta cosa?»

«Dipende.»

Indicò il bancone.

«Il resto. Una ricevuta. Un numero. Che finisca la telefonata. Che passi qualcuno. Che smetta di piovere.»

Guardò verso la porta.

«Quando aspetta, la gente parla.»

Il nipote scosse la testa.

«Nonna, così sembri una spia.»

«Le spie fanno domande. Io ascolto.»

«È peggio.»

Ada sorrise.

Mi piacque molto.

Dietro di me entrò una signora con un cappotto leggero.

«Buongiorno.»

«Buongiorno, Maria.»

Ada non aveva bisogno di voltarsi completamente.

La riconobbe dalla voce.

La donna comprò qualcosa, parlò due minuti con il ragazzo, poi guardò Ada.

«Come va la gamba?»

«Meglio.»

«Hai fatto quello che ti ha detto il medico?»

Ada fece una faccia.

La signora si girò verso di me.

«Non fa mai quello che le dicono.»

Ada mi indicò.

«Lui è quello delle buste.»

La donna mi guardò.

«Ah.»

Come se fosse un’informazione sufficiente.

«Piacere.»

«Piacere.»

Quando uscì, io rimasi a guardare Ada.

«Quella sa della sua gamba.»

«Certo.»

«Lei sa delle mie gatte.»

«Certo.»

«E tutti sanno qualcosa di tutti.»

Ada ci pensò.

«Qualcosa. Non tutto.»

«È meglio?»

«Molto.»

Il nipote intervenne.

«Questa me la segno.»

Ada lo ignorò.

«Sapere tutto delle persone è impossibile. Sapere qualcosa basta per salutarle bene.»

Quella frase mi rimase dentro.

Salutare bene.

Non semplicemente salutare.

Salutare bene.

Come se anche un buongiorno potesse avere qualità diverse.

Come se ci fosse un modo distratto di riconoscere qualcuno e un altro più preciso.

Uscendo dalla tabaccheria incontrai Massimiliano, che arrivava dalla parte opposta della strada.

«Che fai qui?»

«Stavo tornando.»

Guardò l’insegna.

«Hai comprato altre buste?»

«No.»

«Allora sei andato a trovare la signora.»

«Forse.»

«Renzo.»

«Ho scoperto che sa tutto.»

«Di cosa?»

«Di noi.»

Massimiliano guardò la porta della tabaccheria.

«Quanto tutto?»

«Kandy e Khloe.»

«Terribile.»

«Che lavoro da casa.»

«Segreto industriale.»

«Che non amo il telefono.»

«Questa informazione è pubblica.»

«Dice che la gente parla mentre aspetta.»

«Quindi la tabaccheria è un social network analogico.»

«Esatto.»

Entrammo insieme.

Ada era ancora lì.

Appena vide Massimiliano, disse:

«Ecco Massimiliano.»

Lui si fermò.

Mi guardò.

«Va bene. Questa è inquietante.»

Ada rise.

«L’ho già visto.»

«Dove?»

«Qui.»

«Ah.»

«Non siete mica invisibili.»

Massimiliano annuì.

«Questo mi rassicura.»

Il nipote gli porse qualcosa che aveva chiesto.

Ada disse:

«Lui ha meno pazienza di lei.»

Indicò me.

«Come lo sa?» chiese Massimiliano.

«Cammina più veloce.»

Io scoppiai a ridere.

«Ha ragione.»

«Non incoraggiarla.»

Ada ci guardò entrambi.

«Però torna indietro ad aspettarla.»

Silenzio.

Massimiliano abbassò gli occhi, sorridendo.

Io sentii quella frase arrivare piano.

Non era invadente.

Non era sentimentale.

Era un’osservazione.

Massimiliano cammina più veloce.

Poi torna indietro ad aspettarmi.

Era vero.

Non solo per strada.

«Ha visto anche questo?» chiesi.

«Si vede.»

Il nipote disse:

«Nonna, ti prego, smettila di analizzare i clienti.»

«Non sono clienti. Non hanno comprato niente.»

«Peggio.»

Uscimmo ridendo.

Fuori c’era vento.

Ottobre aveva deciso di ricordarci che settembre era finito. Le foglie delle piante sui balconi tremavano e una tovaglia stesa si gonfiava come una vela.

Camminammo verso casa.

Massimiliano era qualche passo avanti.

Dopo un po’ si fermò.

Si voltò.

«Vieni?»

Lo raggiunsi.

«Hai visto?»

«Cosa?»

«Torna indietro ad aspettarla.»

«Non ricominciare.»

Quella sera mangiammo qualcosa di semplice.

Pane tostato, verdure, pomodori che ormai cominciavano a perdere il sapore pieno dell’estate.

Kandy sedeva sulla sedia accanto a me.

Khloe osservava il tavolo da una distanza apparentemente rispettosa che conoscevo abbastanza da non fidarmi.

«Ada mi piace,» dissi.

«Si era capito.»

«È strano.»

«Cosa?»

«Conosce le persone senza sapere davvero le loro vite.»

Massimiliano spezzò un pezzo di pane.

«Forse è questo il quartiere.»

«Cioè?»

«Non sai tutto. Sai abbastanza.»

«Abbastanza per cosa?»

«Per sapere che una persona esiste.»

Mi fermai.

Sì.

Forse era proprio quello.

Non avevamo bisogno di conoscere la storia completa dell’uomo del bar, della signora col cane, del ragazzo del forno, di chi stendeva il lenzuolo sul balcone.

Ma sapevamo che esistevano.

E loro sapevano che esistevamo noi.

Questa rete invisibile era una delle cose che non avevo capito quando ero arrivato.

Pensavo che una città diventasse casa quando impari le strade.

Non è vero.

Le strade si imparano in poche settimane.

Una città diventa casa quando qualcuno nota se ci sei.

E forse anche se non ci sei.

Qualche giorno dopo entrai di nuovo in tabaccheria.

Pioveva.

Non una pioggia forte.

Una pioggia sottile, ostinata, che lucidava la pietra e trasformava ogni automobile in una macchina per spruzzare acqua sui marciapiedi.

Avevo un ombrello piccolo.

Troppo piccolo.

La parte sinistra della giacca era bagnata.

«Lei non sa usare gli ombrelli,» disse Ada appena entrai.

«Buongiorno anche a lei.»

«È bagnato.»

«Piove.»

«Gli ombrelli servono proprio per quello.»

«Il mio ha dei limiti.»

Il nipote mi passò un fazzoletto di carta.

«Asciugati.»

Ada aveva una coperta sulle gambe.

«Oggi non esco,» disse.

«Di solito esce?»

«Tutti i giorni.»

«Dove va?»

«In giro.»

«Risposta molto precisa.»

«A ottantadue anni uno può anche non rendere conto dell’itinerario.»

«Assolutamente.»

Restai dentro più del necessario.

Fuori la pioggia continuava.

Entravano persone.

Una ragazza per una ricarica.

Un uomo per una marca da bollo.

Una signora per una rivista.

Quasi tutti salutavano Ada.

Quasi tutti le dicevano qualcosa.

«Mio figlio è arrivato ieri.»

«Domani parto.»

«La visita è andata bene.»

«Ha chiamato mia sorella.»

«Il cane non mangia.»

Piccoli frammenti.

Nessuna storia completa.

Eppure, ascoltandoli, avevo la sensazione che la città entrasse nella tabaccheria a pezzi e ne uscisse leggermente ricomposta.

A un certo punto entrò un uomo anziano.

Non disse niente.

Si avvicinò al banco.

Il nipote gli preparò qualcosa senza chiedere.

L’uomo pagò.

Poi guardò Ada.

«Oggi sono dieci.»

Ada annuì.

«Lo so.»

Lui rimase lì.

Io abbassai gli occhi.

Capii che c’era qualcosa che non mi apparteneva.

Ada disse soltanto:

«Vai da lei?»

L’uomo annuì.

«Dopo.»

«Portale i fiori.»

«Li ho già presi.»

Ada tese una mano.

Lui la strinse.

Non parlarono più.

Quando uscì, il silenzio restò qualche secondo.

Poi il nipote sistemò delle monete nel cassetto.

Io non chiesi niente.

Fu Ada a parlare.

«Sua moglie è morta dieci anni fa.»

Guardò verso la porta.

«Ogni mese, il giorno due, va al cimitero.»

Era il 2 ottobre.

Mi venne un brivido che non aveva nulla a che fare con la pioggia.

«E lei se lo ricorda.»

Ada fece una faccia quasi infastidita.

«Certo.»

«Come fa a ricordarsi tutte queste cose?»

«Non me le ricordo tutte.»

«Molte.»

«Le persone tornano.»

La guardai.

«E quindi?»

«Quando una persona torna, la storia torna con lei.»

Era la frase più bella che mi avesse detto.

Forse perché era anche la più vera.

Quando una persona torna, la storia torna con lei.

Le relazioni sono fatte così.

Non ripartiamo da zero ogni volta che vediamo qualcuno.

Portiamo con noi la conversazione precedente.

Il dolore precedente.

La battuta precedente.

La promessa.

La malattia.

Il compleanno.

La cosa non detta.

La vita non è una serie di incontri separati.

È un filo.

La pioggia diminuì.

«Vado,» dissi.

Ada guardò fuori.

«Aspetti altri cinque minuti.»

«Perché?»

«Torna forte.»

«Come lo sa?»

«Mi fa male il ginocchio.»

Il nipote alzò gli occhi.

«Non cominciamo con la meteorologia articolare.»

Ridemmo.

Aspettai.

Tre minuti dopo la pioggia aumentò.

Guardai Ada.

Lei alzò le spalle.

«Ottantadue anni.»

Il pomeriggio raccontai tutto a Massimiliano.

Lui ascoltò mentre tagliava delle zucchine.

«Sai cosa penso?» disse.

«Cosa?»

«Che quella signora ha un archivio.»

«Mentale.»

«No. Umano.»

Mi piaceva.

Un archivio umano.

Non fatto di documenti.

Di ritorni.

Giorni dopo giorni.

La stessa gente che entra.

Cambia.

Invecchia.

Porta una notizia.

Ne lascia un’altra.

«È una specie di memoria del quartiere,» dissi.

«Sì.»

«E quando non ci sarà più?»

Massimiliano si fermò.

«Renzo.»

«Che c’è?»

«Non devi sempre arrivare alla morte.»

«Non sto arrivando alla morte.»

«Hai letteralmente chiesto cosa succederà quando morirà.»

«Ho chiesto quando non ci sarà più.»

«È la versione elegante.»

Sorrisi.

«Però è vero.»

Lui riprese a tagliare.

«Qualcosa si perde.»

«Sempre.»

«E qualcosa resta.»

Guardai le zucchine.

«Dove?»

«Negli altri.»

Era una risposta semplice.

Quasi ovvia.

Ma quella sera ci pensai molto.

Ada ricordava gli altri.

Gli altri, senza saperlo, stavano cominciando a ricordare Ada.

Forse è così che funziona la memoria collettiva.

Non è un grande archivio centrale.

È distribuita.

Un pezzo in me.

Uno in Massimiliano.

Uno nel nipote.

Uno nella signora Maria.

Uno nell’uomo che ogni mese compra qualcosa prima di andare al cimitero.

Una persona non rimane intera da nessuna parte.

Rimane a frammenti.

E forse è abbastanza.

La settimana successiva entrai per comprare una marca da bollo.

Questa volta avevo davvero una ragione.

Ada non c’era.

Guardai automaticamente verso l’angolo.

La sedia era vuota.

La tazza non c’era.

Il tavolino sì.

Sentii una piccola inquietudine immediata.

«Ada?»

Il nipote sollevò gli occhi.

«È a casa.»

«Sta bene?»

«Sì. Oggi non aveva voglia di venire.»

«Ah.»

Provai sollievo.

Il ragazzo sorrise.

«Hai visto?»

«Cosa?»

«Adesso sei tu che controlli se c’è.»

Rimasi in silenzio.

Aveva ragione.

Avevo fatto esattamente ciò che Ada faceva con gli altri.

Avevo notato un’assenza.

«Dille che l’ho salutata.»

«Glielo dico.»

Presi la marca da bollo.

Prima di uscire guardai ancora la sedia vuota.

Fu allora che capii una cosa.

Essere visti crea un debito dolce.

Quando qualcuno comincia a notarti, tu cominci a notare lui.

Il saluto diventa reciproco.

L’attenzione si restituisce.

La città smette di essere un fondale.

Diventa una rete.

Il giorno dopo Ada era tornata.

Entrai.

«Ieri non c’era.»

Lei mi guardò con aria severa.

«Mi controlla?»

«A quanto pare.»

«Brutta abitudine.»

«L’ho imparata qui.»

Il nipote rise.

Ada indicò la sedia vicino al muro.

«Si sieda.»

«Io?»

«Sì.»

«Perché?»

«Sta sempre in piedi.»

Mi sedetti.

La tabaccheria da quella posizione era completamente diversa.

Il bancone sembrava più alto.

La porta incorniciava un pezzo di strada.

Entravano gambe, ombre, ombrelli, borse.

Prima ancora del volto vedevi il modo in cui una persona entrava.

Veloce.

Incerta.

Stanca.

Distratta.

«Capisce?» disse Ada.

«Cosa?»

«Da qui si vede bene.»

Aveva ragione.

Un uomo entrò.

«Buongiorno.»

Ada rispose:

«Come sta sua madre?»

L’uomo si fermò.

«Meglio. È tornata a casa.»

«Bene.»

Comprò qualcosa.

Uscì.

Poi una ragazza.

«L’esame?»

«Passato!»

«Brava.»

La ragazza sorrise.

Poi una donna con un bambino.

«Oggi niente scuola?»

«Febbre ieri.»

«E oggi?»

«Sta bene.»

Il bambino mostrò orgogliosamente una macchinina ad Ada.

Lei la osservò con grande serietà.

«Bella.»

«Va fortissimo.»

«Si vede.»

Quando uscirono, Ada mi guardò.

«Vede?»

«Sì.»

«Non serve sapere tutto.»

Sapere qualcosa basta per salutarle bene.

La frase tornò.

Quella volta la capii meglio.

Salutare bene significa riconoscere la continuità.

Non trattare ogni incontro come il primo.

Ricordare.

Chiedere.

Vedere se qualcosa è cambiato.

«Ma lei come fa a non confondersi?» domandai.

Ada rise.

«Mi confondo.»

«Ah.»

«Una volta ho chiesto a una donna come stava il marito.»

«E?»

«Era divorziata da due anni.»

«Terribile.»

«Mi ha risposto: molto meglio senza di lui.»

Scoppiammo a ridere.

«Quindi anche l’archivio sbaglia.»

«Sempre.»

«E cosa ha fatto?»

«Le ho detto che allora stava bene anche lei.»

«E?»

«Ha riso.»

Rimanemmo qualche minuto in silenzio.

Fuori passava gente.

La luce di ottobre entrava inclinata dalla porta e illuminava il pavimento.

C’era odore di carta, plastica, caffè e quella miscela indefinibile che hanno i piccoli negozi dove per anni entrano centinaia di persone al giorno.

«Suo marito era qui?» chiesi.

Ada abbassò gli occhi.

«Sempre.»

Indicò il punto dietro il banco.

«Quella era la sua sedia.»

«Questa?»

«No. Quella non c’è più.»

«Com’era?»

«Brutta.»

Rise.

«Una sedia di metallo verde. Orrenda. Non voleva cambiarla.»

«Perché?»

«Diceva che era comoda.»

Pensai ai gradini di pietra.

Alle cose consumate che diventano comode.

«Da quanti anni manca?»

Ada non rispose subito.

«Ventuno.»

Ventuno anni.

Eppure, nel modo in cui aveva indicato il punto dietro il banco, sembrava che fosse uscito cinque minuti prima.

«Ha continuato lei?»

«Certo.»

«Non è stato difficile?»

«Sì.»

«E allora?»

Ada mi guardò.

«Le cose difficili si fanno lo stesso.»

La frase mi colpì per la sua mancanza totale di eroismo.

Niente retorica.

Niente “sono stata forte”.

Solo:

le cose difficili si fanno lo stesso.

«Per quanto tempo ha lavorato qui?»

«Fino a settantasette anni.»

«E poi?»

«Poi mio figlio mi ha proibito.»

Dal bancone arrivò la voce del nipote.

«Per fortuna.»

Ada alzò gli occhi.

«Non mi ha proibito niente.»

«Hai appena detto che papà ti ha proibito.»

«Mi ha suggerito con insistenza.»

«E tu vieni comunque tutti i giorni.»

«Non lavoro.»

«Certo.»

Ada mi guardò.

«Io sto seduta.»

«E dirige.»

«Ascolto.»

Il nipote scosse la testa.

«Dirige.»

Prima di andare via le chiesi:

«Ada, posso scrivere di lei?»

Per la prima volta la vidi diffidente.

«Perché?»

«Perché mi piace quello che succede qui.»

«Non succede niente.»

«Appunto.»

Mi guardò a lungo.

Poi disse:

«Non metta il cognome.»

«Va bene.»

«E non scriva che sono saggia.»

«Non l’avrei fatto.»

«Bravissimo.»

«Perché?»

«Le persone sagge sono insopportabili.»

Risi.

«Cosa posso scrivere?»

Ada ci pensò.

«Che sto seduta.»

«Solo questo?»

«È già molto.»

Uscii.

Tornando verso casa, decisi di alzare lo sguardo.

Apposta.

Guardai i balconi.

Le cornici delle finestre.

Una pianta cresciuta su un muro.

Il cielo tra due edifici.

La parte alta di una facciata che attraversavo quasi ogni giorno e di cui non avrei saputo descrivere nulla.

Ada aveva ragione anche lì.

Quando viviamo in un posto smettiamo lentamente di guardarlo come se potesse sorprenderci.

Forse abitare davvero una città richiede due movimenti contrari.

Guardare davanti, perché la vita quotidiana è fatta di persone.

E ogni tanto guardare in alto, per ricordarsi dove siamo.

Arrivai a casa.

Massimiliano era sul divano.

Kandy dormiva accanto a lui.

Khloe occupava un angolo del tappeto.

«Sei stato dalla signora del tabaccaio,» disse.

«Come lo sai?»

«Hai quella faccia.»

«Quale faccia?»

«Quella da racconto.»

Mi sedetti.

«Mi ha autorizzato.»

«A cosa?»

«A scrivere di lei.»

«Quindi era davvero inevitabile.»

«Sì.»

«Cosa devi scrivere?»

«Che sta seduta.»

Massimiliano mi guardò.

«Un bestseller.»

«Tu scherza.»

«Sempre.»

Mi fermai.

Lui si fermò.

Ci guardammo.

Poi disse:

«Spesso.»

Ridemmo.

La sera aprii una delle cinque buste bianche.

Non perché dovessi spedire qualcosa.

Presi un foglio.

Scrissi a mano.

Non molto.

Qualche riga.

Non era una lettera importante.

Nessuna confessione.

Nessuna notizia.

Scrissi:

Cara Ada,

aveva ragione: le lettere rimangono.

E anche i saluti, qualche volta.

Grazie per avermi ricordato che una città diventa casa quando cominciamo ad accorgerci gli uni degli altri.

Renzo.

La mattina seguente misi il foglio nella busta.

La chiusi.

Massimiliano mi vide.

«A chi scrivi?»

«Alla signora del tabaccaio.»

«Una lettera da consegnare a mano a trecento metri da casa.»

«Esatto.»

«Molto efficiente.»

«Non tutto deve essere efficiente.»

Lui annuì.

«Questo è vero.»

Uscii.

La città era fresca.

Il sole illuminava già i muri più alti.

Camminai piano.

Questa volta guardai sia davanti sia in alto.

Quando entrai in tabaccheria, Ada era sulla sua sedia.

«Buongiorno.»

«Buongiorno, quello delle buste.»

Le porgesi la busta.

«Questa è per lei.»

La prese.

Guardò il suo nome.

Poi guardò me.

«Che cos’è?»

«Una lettera.»

«Lo vedo.»

«Lei ha detto che rimangono.»

Ada non disse niente.

Aprì la busta con attenzione.

Lesse.

La rilesse.

Poi la piegò.

Non commentò.

La mise nel cassetto del tavolino accanto alla sua sedia.

«Allora?» chiesi.

«Allora cosa?»

«Le è piaciuta?»

«È nel cassetto.»

«E questo significa?»

«Che rimane.»

Il nipote ci guardò.

«Adesso però basta, perché se fate piangere la nonna mi tocca chiudere.»

Ada gli lanciò una caramella.

«Stupido.»

Lui la prese al volo.

Io risi.

Fuori passò una donna.

Salutò dalla porta.

«Buongiorno, Ada!»

Ada rispose immediatamente.

«Buongiorno, Rosa! Come va la spalla?»

La donna si fermò.

«Meglio!»

«Bene.»

E riprese a camminare.

Io guardai Ada.

Lei alzò le spalle.

Come per dire:

vede?

Sì.

Vedevo.

Vedevo una donna seduta.

Una tabaccheria.

Una porta aperta sulla strada.

Persone che entravano e uscivano.

Niente di straordinario.

E proprio per questo qualcosa di enorme.

Una città non è fatta soltanto dei suoi monumenti.

Non è soltanto la Cattedrale, il porto, la pietra chiara, le fotografie che mandi a chi vive lontano.

Una città è fatta anche di persone che sanno come stai.

Che ricordano che tua madre era in ospedale.

Che sanno che hai due gatte.

Che ti chiedono com’è andato l’esame.

Che sanno il giorno in cui vai al cimitero.

Che notano se non passi.

Che ti prendono in giro.

Che sbagliano domande.

Che aspettano.

Che ascoltano.

Che salutano bene.

Uscii dalla tabaccheria.

Feci qualche passo.

Poi mi voltai.

Ada era ancora lì.

Seduta.

Esattamente come aveva chiesto di essere raccontata.

Alzò una mano.

La alzai anch’io.

E pensai che, forse, non esistono davvero vite piccole.

Esistono vite che fanno rumore e vite che tengono insieme le cose senza farsi notare.

Ada apparteneva alle seconde.

Stava seduta in un angolo di tabaccheria e custodiva frammenti degli altri.

Non li teneva prigionieri.

Non li usava.

Li ricordava abbastanza da restituirli al momento giusto.

«Come sta sua madre?»

«Ha passato l’esame?»

«Oggi sono dieci.»

«Con la K.»

Piccole frasi.

Piccoli fili.

Abbastanza per dire a qualcuno:

ti ho visto.

Mi ricordo.

Sei passato di qui.

Esisti anche quando non stai facendo niente di importante.

Continuai verso casa.

Massimiliano mi avrebbe chiesto se avevo consegnato la lettera.

Kandy e Khloe avrebbero probabilmente ignorato il mio ritorno per almeno trenta secondi, prima di ricordarsi che potevo essere utile.

La giornata avrebbe continuato normalmente.

Lavoro.

Pranzo.

Messaggi.

Piatti.

Finestre da aprire e chiudere.

Cose da fare.

Ma sapevo che, da quel momento, ogni volta che sarei passato davanti alla tabaccheria avrei guardato dentro.

Non per comprare qualcosa.

Per vedere se Ada era sulla sua sedia.

E se ci fosse stata, avrei salutato.

Bene.

Renzo Samaritani Schneider – Trani

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