Il giorno delle parole leggere
di Renzo Samaritani Schneider
Quella mattina cominciò con una parola troppo pesante.
Non era una parola importante, almeno non in apparenza. Nessuna dichiarazione definitiva, nessuna frase destinata a cambiare il corso delle cose. Era una di quelle parole che si infilano nelle giornate senza bussare e, proprio perché sembrano piccole, riescono a restare addosso più a lungo del previsto.
«Sempre.»
Massimiliano l’aveva detta davanti al lavello.
«Tu fai sempre così.»
Non ricordo neppure quale fosse il motivo preciso. Forse una tazza lasciata sul tavolo, forse una finestra aperta quando lui avrebbe preferito chiuderla, forse una di quelle minuscole incomprensioni domestiche che durano meno del tempo necessario a raccontarle.
Ricordo invece perfettamente quella parola.
Sempre.
Mi rimase addosso.
«Sempre?» chiesi.
Massimiliano si fermò.
Aveva ancora una spugna in mano.
«Va bene. Non sempre.»
«Ecco.»
«Spesso.»
«Nemmeno.»
Mi guardò.
«Renzo.»
«Che c’è?»
«Stiamo discutendo di un avverbio.»
«Gli avverbi hanno distrutto famiglie.»
«Questa mi mancava.»
Kandy ci osservava dalla sedia vicino alla finestra. Khloe, sul pavimento, aveva smesso di seguire una briciola e sembrava ascoltare.
«Guarda anche loro,» dissi.
«Chi?»
«Le gatte.»
«Cosa dovrebbero fare?»
«Sono preoccupate per il linguaggio.»
Massimiliano posò la spugna.
«Va bene. Ritiro sempre.»
«Grazie.»
«Diciamo che a volte fai così.»
«Molto meglio.»
«E adesso posso finire di lavare la tazza?»
«Certamente.»
La discussione era finita.
Ma io continuavo a pensare a quella parola.
Sempre.
È una parola strana.
Pesa molto più delle sue sei lettere.
Quando dici a qualcuno «fai sempre così», non stai parlando soltanto di quello che ha fatto cinque minuti prima. Gli stai consegnando improvvisamente un’intera biografia. Gli stai dicendo che non è successo qualcosa: è lui a essere fatto così.
E da quella gabbia linguistica è difficile uscire.
Andai alla finestra.
Era una mattina luminosa di fine settembre. Trani aveva già perso quella luce quasi bianca dell’estate piena. Il sole restava caldo, ma non prepotente. Sui muri delle case comparivano ombre più lunghe e nell’aria c’era una trasparenza nuova.
Da una finestra di fronte una donna stendeva un lenzuolo.
Un uomo passò in bicicletta.
Qualcuno al piano di sotto aprì una moka e il profumo del caffè salì fino a noi.
«Sai cosa faccio oggi?» dissi.
Massimiliano, alle mie spalle, sospirò.
«Questa frase mi preoccupa sempre.»
Mi voltai.
Lui si fermò.
Poi scoppiammo a ridere.
«Hai visto?» dissi.
«Ho capito.»
«Sempre.»
«È contagiosa.»
«Oggi provo a usare solo parole leggere.»
Massimiliano appoggiò la tazza sullo scolapiatti.
«Definisci parole leggere.»
«Quelle che non schiacciano.»
«Molto scientifico.»
«Quelle che lasciano spazio.»
«Ancora meglio.»
«Quelle che non trasformano una cosa successa oggi in una sentenza su tutta la tua esistenza.»
Lui mi guardò.
«Quindi niente “sempre”.»
«Niente “mai”.»
«Niente “sei fatto così”.»
«Esatto.»
«Posso dire “hai lasciato la tazza sul tavolo”?»
«Perfetto.»
«Allora sopravviveremo.»
La cosa avrebbe potuto finire lì.
Una delle mie piccole teorie della mattina, destinate a essere dimenticate entro pranzo.
Invece, mentre facevamo colazione, cominciai a notare le parole.
Tutte.
Quelle della televisione accesa nell’appartamento vicino.
Quelle che arrivavano dalla strada.
Quelle che scrivevo sul telefono.
Quelle che pensavo senza dirle.
Mi accorsi che il linguaggio quotidiano è pieno di pesi che non sentiamo più.
«È un disastro.»
«Non ce la faccio.»
«Che incubo.»
«Una tragedia.»
«Non cambia mai niente.»
«Sono tutti uguali.»
Parole enormi usate per cose minuscole.
Un autobus in ritardo diventa un disastro.
Una password dimenticata una tragedia.
Una persona che ci ha deluso una volta diventa qualcuno che delude sempre.
«Secondo me abbiamo inflazionato le catastrofi,» dissi.
Massimiliano stava mettendo della marmellata sul pane.
«Parla per te. Io sono moderato.»
«Ieri hai detto che trovare un parcheggio era l’inferno.»
«Era una metafora urbanistica.»
«Pesante.»
«Molto efficace.»
Sorrisi.
Dopo colazione uscii.
Non avevo bisogno di comprare nulla di importante. Mi servivano due cose in tabaccheria e avrei potuto rimandare. Ma avevo voglia di camminare.
Volevo vedere se la mia teoria delle parole leggere resisteva fuori casa.
La strada era già viva.
Una donna stava parlando al telefono davanti a un portone.
«No, guarda, non ti preoccupare», diceva. «Vediamo domani.»
Mi fermai mentalmente su quel vediamo.
Era una parola leggera.
Non prometteva.
Non chiudeva.
Non negava.
Lasciava aperta una porta.
Poco più avanti, due uomini discutevano vicino a una macchina.
«Ti avevo detto che era meglio girare di là.»
«Va bene, ormai siamo qui.»
Ormai siamo qui.
Anche quella mi piacque.
Non perché fosse allegra.
Perché accettava.
Una frase semplice che non pretendeva di riscrivere il passato.
Continuai verso il centro.
A Trani, quando cammini senza fretta, finisci per ascoltare molte vite che non ti appartengono. Frammenti di conversazioni. Un saluto. Una telefonata. Una signora che dice a qualcuno di comprare il basilico. Un ragazzo che rassicura un amico. Un bambino che chiede qualcosa tre volte di seguito.
Le città parlano continuamente.
Solo che quasi sempre noi passiamo troppo velocemente per ascoltarle.
Davanti a un bar, un uomo era seduto a un tavolino con il giornale piegato accanto alla tazza.
Il cameriere uscì.
«Tutto bene, Michele?»
L’uomo fece una piccola smorfia.
«Così così.»
Mi piacque immediatamente.
Così così.
Due parole perfette.
Non bene.
Non male.
Non meravigliosamente.
Non malissimo.
Così così.
La vita vera abita spesso lì, pensai.
Nel mezzo.
Entrai in tabaccheria.
La signora dietro il banco stava sistemando delle ricevute.
«Buongiorno.»
«Buongiorno a lei.»
Le chiesi quello che mi serviva.
Mentre cercava nel cassetto, una cliente accanto a me disse:
«Oggi ho una giornata impossibile.»
La tabaccaia alzò gli occhi.
«No, impossibile no.»
La donna rise.
«Dici?»
«Se fosse impossibile non sarebbe neanche cominciata.»
«Allora diciamo complicata.»
«Complicata si può fare.»
Mi girai verso di loro.
«Scusate, questa me la segno.»
La cliente mi guardò, divertita.
«Cosa?»
«Complicata si può fare.»
«È vero.»
La tabaccaia mi porse quello che avevo chiesto.
«Le parole contano.»
«Proprio oggi sto pensando la stessa cosa.»
«Contano soprattutto quando uno è stanco.»
Pagai.
Prima di uscire mi voltai.
«Buona giornata complicata.»
La cliente rise.
«Grazie. Molto meglio di impossibile.»
Fuori, mi fermai un momento.
Ecco.
Non era servito cambiare la realtà.
La sua giornata restava complicata.
Ma complicata contiene ancora un movimento possibile.
Impossibile è una porta chiusa.
Complicata è una porta pesante.
Sembrano dettagli.
Non lo sono.
Camminai verso il porto.
Il cielo era limpido e il mare aveva quel colore azzurro intenso che a settembre sembra quasi più serio di quello estivo. Il vento muoveva le bandiere e portava verso la strada l’odore salato dell’acqua.
Sui tavolini all’aperto le persone parlavano.
Mi sedetti in un bar.
Ordinai qualcosa da bere e tirai fuori il telefono.
Avevo diversi messaggi.
Il primo cominciava con: «Scusa il disturbo.»
Mi fermai.
Scusa il disturbo.
Quante volte lo diciamo?
Come se la nostra esistenza nella casella di qualcuno fosse già un fastidio.
Risposi:
«Non disturbi. Dimmi pure.»
Rileggendo la frase, sentii qualcosa cambiare.
Piccolo.
Ma reale.
Il messaggio successivo era una richiesta di cui non potevo occuparmi immediatamente.
La mia prima risposta mentale fu: non posso.
Mi fermai.
Poi scrissi:
«Adesso non riesco, ma posso guardarlo più tardi.»
Era vero.
E soprattutto era più leggero.
Non prometteva un miracolo.
Non respingeva.
Diceva soltanto la misura possibile delle cose.
Arrivò il cameriere.
«Ecco.»
«Grazie.»
Appoggiò il bicchiere e, vedendo il quaderno che avevo tirato fuori dalla borsa, disse:
«Lavora?»
«Più o meno.»
«Allora buona fortuna.»
«Preferisco buon lavoro.»
Lui sorrise.
«Buon lavoro.»
«Molto più tranquillo.»
Si allontanò.
Aprii il quaderno.
In alto scrissi:
PAROLE LEGGERE.
Sotto, senza pensarci troppo:
forse
proviamo
vediamo
per ora
può succedere
non importa
grazie
va bene
ci penso
domani
insieme
possibile
Il vento girò una pagina.
La rimisi a posto.
Accanto al mio tavolo c’erano due ragazzi. Uno raccontava all’altro qualcosa che non riuscivo a seguire bene.
A un certo punto disse:
«Mi sento un fallito.»
Il suo amico smise di mescolare il caffè.
«Hai fallito una cosa.»
Il ragazzo lo guardò.
«Non è la stessa cosa.»
«Appunto.»
Mi immobilizzai.
Non avrei potuto inventare una frase migliore.
Hai fallito una cosa.
Non sei un fallito.
Ancora una volta la differenza tra un fatto e un’identità.
La differenza tra qualcosa che è successo e qualcosa che diventi per sempre.
Pensai alla parola con cui era cominciata la mia giornata.
Sempre.
Forse il problema delle parole pesanti è proprio questo: trasformano gli episodi in identità.
Hai sbagliato diventa sei sbagliato.
Hai avuto paura diventa sei debole.
Non sai una cosa diventa sei ignorante.
Hai perso diventa sei un perdente.
Una frase può diventare una stanza senza finestre.
E a volte siamo noi stessi a chiuderci dentro.
Bevvi lentamente.
Il porto davanti a me continuava a vivere senza conoscere le mie teorie. Una barca entrava piano. Un gabbiano si posò sul bordo di un lampione. Una signora teneva un cappello con una mano perché il vento cercava di portarglielo via.
Il mondo, pensai, non ha bisogno di tutte le definizioni che gli mettiamo addosso.
Forse sarebbe già abbastanza descriverlo bene.
Quando tornai a casa, Massimiliano era in cucina.
«Com’è andata la ricerca?»
«Molto bene.»
«Hai intervistato qualcuno?»
«Non volontariamente.»
«Quindi sì.»
Appoggiai il quaderno sul tavolo.
«Ho una lista.»
Lui la lesse.
«Forse?»
«Parola bellissima.»
«La detesti quando te la dicono.»
«Sto evolvendo.»
«Per ora?»
«Perfetta.»
«Non importa?»
«Con moderazione.»
«Domani?»
«Quella è fondamentale.»
Massimiliano arrivò a insieme.
Si fermò.
«Questa ti piace.»
«Molto.»
«È leggera?»
Ci pensai.
«No.»
«Ah.»
«È pesante. Però in modo giusto.»
Lui annuì.
«Non tutte le cose pesanti sono un problema.»
Aveva ragione.
Le parole leggere non erano parole superficiali.
Non significava evitare ciò che conta.
Al contrario.
Forse significava togliere peso dove non serve, per poterlo lasciare alle cose che lo meritano davvero.
Amore.
Responsabilità.
Promessa.
Perdono.
Insieme.
Quelle sì.
Quelle possono pesare.
Devono.
«Cosa mangiamo?» chiesi.
Massimiliano aprì il frigorifero.
«C’è poco.»
«Poco è una parola leggera.»
«C’è quasi niente.»
«Pesante.»
«Allora c’è una quantità creativa di ingredienti.»
«Perfetto.»
Preparammo il pranzo con quello che c’era.
Pomodori, pane, formaggio per lui, verdure per me, qualche oliva.
Kandy comparve non appena sentì aprire un contenitore.
Khloe arrivò un secondo dopo.
«Voi avete sempre fame,» dissi.
Mi fermai.
Massimiliano mi guardò.
Io guardai le gatte.
«Voi avete spesso fame.»
Massimiliano scoppiò a ridere.
«Così adesso si sentono meno giudicate.»
«È importante.»
«Kandy sembra molto sollevata.»
Durante il pranzo decidemmo di continuare il gioco.
Ogni volta che uno di noi usava una parola troppo grande, l’altro poteva fermarlo.
«Questo sugo è tremendo,» disse Massimiliano assaggiando.
«Pesante.»
«Questo sugo non mi piace.»
«Perfetto.»
«Tu hai messo troppo sale.»
«Fatto concreto. Ammesso.»
«La cucina è un disastro.»
«Pesante.»
Lui guardò intorno.
«La cucina richiede attenzione.»
«Sembri un amministratore di condominio.»
«Ma linguisticamente impeccabile.»
Ridevamo.
E proprio ridendo mi accorsi che il gioco stava facendo qualcosa.
Stava rallentando le reazioni.
Prima di parlare, per un secondo, dovevi scegliere.
E in quel secondo entrava uno spazio.
Un piccolo intervallo tra quello che provavi e quello che consegnavi all’altro.
Forse molte relazioni si salvano proprio lì.
Non nelle grandi dichiarazioni.
Nel mezzo secondo prima di una frase.
Il pomeriggio trascorse tranquillo.
Lavorai un po’.
Poi, mentre cercavo una cosa, mi cadde una pila di fogli.
«Ma guarda che casino.»
Mi fermai.
Da solo.
Non c’era nessuno a correggermi.
Eppure cambiai frase.
«Va bene. È caduta della carta.»
La cosa mi fece ridere.
Era ridicolo.
Ed era anche sorprendentemente utile.
Perché un casino chiede nervosismo.
Della carta caduta chiede di raccogliere della carta.
Cinque minuti dopo avevo finito.
Mi sedetti.
Pensai a quante volte soffriamo due volte: prima per quello che succede, poi per il modo in cui lo raccontiamo a noi stessi.
Un contrattempo diventa la prova che niente va mai bene.
Un silenzio diventa rifiuto.
Un errore diventa incapacità.
Una giornata faticosa diventa una vita sbagliata.
Le parole non cambiano i fatti.
Ma cambiano la stanza in cui li affrontiamo.
Verso sera io e Massimiliano uscimmo di nuovo.
Il sole stava scendendo e Trani aveva quella luce dorata che sembra accendere la pietra dall’interno. Il porto rifletteva il cielo in lunghe strisce arancioni.
Ci fermammo vicino al mare.
Una coppia anziana camminava davanti a noi, molto lentamente.
Lui teneva lei sottobraccio.
«Che belli,» dissi.
Massimiliano annuì.
«Sembrano tranquilli.»
«Tranquilli è una parola leggera.»
«Cominci a essere ossessionato.»
«Possibile.»
«Anche questa era nella lista.»
«Vedi che impari.»
Ci sedemmo.
Il vento era più fresco della mattina.
Per qualche minuto restammo in silenzio.
Poi Massimiliano disse:
«Stamattina non volevo dire sempre.»
«Lo so.»
«Ero solo infastidito.»
«Lo so anche questo.»
«Però a volte una parola esce prima del pensiero.»
«Spesso.»
Mi guardò.
«Correzione elegante.»
Sorrisi.
«Sai qual è la cosa strana?»
«Dimmi.»
«Che non mi ha dato fastidio la questione della tazza.»
«Nemmeno ricordo se era una tazza.»
«Appunto. Mi ha dato fastidio diventare improvvisamente quello che fa sempre così.»
Massimiliano guardò il mare.
«Capisco.»
Poi aggiunse:
«Allora avrei dovuto dire: questa cosa mi dà fastidio adesso.»
Lo guardai.
«Questa è perfetta.»
«Adesso.»
«Sì.»
Una parola piccolissima.
Adesso.
Ha un confine.
Non colonizza ieri.
Non pretende domani.
Dice soltanto: qui, in questo momento, c’è qualcosa da guardare.
Mi sembrò una parola preziosa.
La aggiunsi mentalmente alla lista.
La sera, tornando a casa, passammo davanti allo stesso bar della mattina.
Il cameriere stava ritirando alcuni tavolini.
Mi riconobbe.
«Finito il lavoro?»
«Per oggi.»
«Allora è andata.»
Mi fermai.
È andata.
Un’altra parola leggera.
Non dice bene.
Non dice male.
Dice soltanto che il giorno ha attraversato se stesso ed è arrivato dall’altra parte.
«Sì,» risposi. «È andata.»
A casa trovammo Khloe sdraiata sul divano e Kandy vicino alla finestra.
Accendemmo una lampada.
Non la luce grande.
Solo quella piccola del soggiorno.
La casa cambiò immediatamente.
Le stanze, la sera, sembrano ascoltare meglio.
Presi il quaderno.
Aggiunsi le ultime parole.
adesso
è andata
basta così
Massimiliano lesse da sopra la mia spalla.
«Basta così è bellissima.»
«Perché?»
«Perché tu non sai usarla.»
«Questo è un attacco personale.»
«È un’osservazione concreta.»
«Bravo.»
«Sto imparando.»
Chiusi il quaderno.
Per un giorno avevo provato a fare attenzione alle parole.
Non era cambiato nulla di spettacolare.
La casa era la stessa.
La città era la stessa.
Io e Massimiliano eravamo gli stessi.
Eppure la giornata mi sembrava più larga.
Meno piena di sentenze.
Più respirabile.
Forse le parole leggere fanno questo.
Non volano via.
Non fingono che tutto vada bene.
Non sono gentili per educazione.
Sono precise.
E proprio perché sono precise non hanno bisogno di schiacciare.
Dicono: oggi.
Non sempre.
Dicono: questa cosa.
Non tu sei così.
Dicono: vediamo.
Non è impossibile.
Dicono: adesso non riesco.
Non non ce la farò mai.
Dicono: ho sbagliato.
Non sono sbagliato.
La differenza, a leggerla, sembra piccola.
A viverla, può essere enorme.
Prima di andare a dormire passai dalla cucina.
Sul tavolo c’era una tazza.
La stessa, forse, da cui era cominciato tutto.
«Massimiliano.»
Dalla camera arrivò la sua voce.
«Cosa?»
Guardai la tazza.
Poi sorrisi.
«C’è una tazza sul tavolo.»
Silenzio.
«È mia?»
«Sì.»
«La porto via.»
«Grazie.»
Massimiliano arrivò, prese la tazza e mi guardò.
«Vedi? Nessuna famiglia distrutta dagli avverbi.»
«Per oggi.»
«Per oggi.»
Spense la luce.
E in quel buio tranquillo pensai che forse una delle forme più semplici di cura consiste proprio in questo: scegliere parole nelle quali l’altro possa ancora muoversi.
Parole che non lo imprigionino.
Che non gli dicano chi è per sempre.
Che gli lascino il diritto di cambiare, spiegarsi, sbagliare, riprovare.
Parole che non aggiungano peso inutile a giornate che ne hanno già abbastanza.
Il giorno delle parole leggere finì così.
Senza grandi conclusioni.
Senza promesse solenni.
Con una tazza rimessa al suo posto, due gatte che dormivano, una finestra socchiusa sul rumore lontano della città e una frase semplice che, quella sera, mi sembrò sufficiente per quasi tutto.
Va bene così.
Renzo Samaritani Schneider – Trani




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