Castello Svevo di Trani

di Carmelina Rotundo Auro

Sul mare che bagna la costa di Trani, tra le onde che si infrangono contro la pietra chiara dei bastioni, sorge una fortezza che per otto secoli ha custodito segreti di potere, amore e leggenda: il Castello Svevo. Fatto edificare nel 1233 per volontà di Federico II di Svevia, l'Imperatore che seppe fondere sapienza orientale e rigore normanno, il maniero tranese è oggi uno dei castelli federiciani meglio conservati e leggibili di tutta la Puglia.

Non fu costruito come semplice presidio militare. Il progetto richiama i castelli crociati di Terra Santa: una pianta quadrangolare, rinforzata ai quattro angoli da torri di uguale altezza, pensata per resistere agli assedi ma anche per rappresentare, nella sua austera geometria, l'ordine del potere imperiale. Da Trani, Federico II controllava le rotte verso l'Oriente e proteggeva uno dei porti più vivaci del Regno di Sicilia, crocevia di mercanti, pellegrini e ambasciatori.

Ma è nei decenni successivi alla morte dell'Imperatore, nel 1250, che il castello di Trani diventa teatro di alcune delle vicende più intense della storia sveva. Nel 1259 vi si celebrarono le nozze di Manfredi, il figlio prediletto di Federico, con Elena Ducas, principessa d'Epiro: un matrimonio politico che rafforzava le alleanze di Manfredi nel momento in cui tentava di consolidare il proprio regno contro le pretese papali. Pochi anni dopo, con la sconfitta di Manfredi a Benevento nel 1266, il potere passò agli Angioini, e proprio tra le mura di Trani si celebrarono nuove nozze dinastiche: nel 1268 quelle di Carlo I d'Angiò con Margherita di Nevers, nel 1271 quelle del principe Filippo con Isabella Comneno. Il castello, insomma, non smise mai di essere un palcoscenico del potere, cambiando bandiera ma non vocazione.

C'è poi una storia meno nota, che si muove nel confine incerto tra cronaca e leggenda: quella di Siffridina, contessa di Caserta e consuocera dello stesso Federico II. Coinvolta, secondo le fonti, in una cospirazione contro gli Angioini, fu imprigionata nel castello di Trani dal 1268 fino alla morte, nel marzo del 1279. Con il tempo, la memoria popolare trasfigurò la sua vicenda in un racconto cavalleresco, quello della "leggenda di Armida": una nobildonna rinchiusa nella torre, la cui sofferenza si tramutò, nel racconto tramandato di generazione in generazione, in un mito capace di sopravvivere ai documenti d'archivio. Non è raro, del resto, che i luoghi di potere, quando smettono di esercitarlo, diventino luoghi di narrazione: la pietra resta, il potere sfuma, e a colmare il vuoto arrivano le storie.

Oggi il Castello Svevo di Trani, affacciato sul lungomare a pochi passi dalla Cattedrale, si visita in un percorso che intreccia archeologia, storia e paesaggio: dalle sale un tempo destinate alle udienze imperiali si scorge lo stesso Adriatico che vedevano i cortei nuziali di Manfredi e di Carlo d'Angiò. Riconosciuto tra i "Luoghi del Cuore" censiti dal FAI, il maniero continua a essere un punto di riferimento per chi voglia capire come la Puglia sia stata, per secoli, cerniera tra Oriente e Occidente, tra l'ambizione degli imperatori e le storie, vere o leggendarie, di chi quelle mura le ha abitate.

Camminare oggi lungo il perimetro delle sue torri quadrate significa dunque intrecciare epoche diverse: il rigore geometrico della fortificazione crociata, il fasto delle nozze regali, il sussurro di una prigionia trasformata in leggenda. Un unico luogo, tante Trani possibili.

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