Capitolo 3, Io Sono, Noi Siamo: "Il tempio delle cento divinità", Voci dalla Città della Nuova Luce di Renzo Samaritani Schneider

 


3️⃣ Il tempio delle cento divinità

La mattina dopo il cielo sopra la Città della Nuova Luce aveva il colore del latte diluito nell’oro.

Una nebbia leggerissima galleggiava ancora tra gli ulivi e le colline del Gargano, mentre il sole cominciava lentamente a trasformare le pietre delle ex stalle in lastre luminose. L’aria profumava di erba bagnata, pane appena scaldato e caffè d’orzo.

Renzo si svegliò prima dell’alba.

Per qualche secondo non ricordò dove si trovasse.

Poi vide il soffitto basso di pietra, la finestra aperta sul paesaggio pugliese e il piccolo tavolo pieno di libri, tazze e fogli sparsi.

La stanza numero sette.

Kandy dormiva ai piedi del letto come una leonessa in miniatura.

Khloe invece era sdraiata sul davanzale della finestra, perfettamente tranquilla, come se la sparizione della notte precedente non fosse mai avvenuta.

Renzo si alzò lentamente.

— Ah, quindi Sua Maestà è ricomparsa — sussurrò.

Khloe aprì un occhio soltanto.

Indifferente.

Massimiliano dormiva ancora profondamente, con il viso rivolto verso la parete e una mano fuori dalla coperta.

Fuori il silenzio era quasi irreale.

Poi, all’improvviso, arrivò il suono.

Un piccolo campanello.

Lento.

Metallico.

Seguito da una voce maschile molto distante che iniziò a cantare un mantra.

Renzo rimase immobile.

Quel suono gli attraversò il petto come un ricordo dimenticato.

Ashram.
Templi.
Incenso.
Gli anni Ottanta.
I corridoi di Villa Verità.
Le cucine comunitarie.
Le notti passate a parlare di Krishna e reincarnazione con ragazzi convinti che il mondo sarebbe cambiato entro pochi anni.

Quanti sogni avevano avuto tutti.

Quanti erano sopravvissuti?

Si infilò una camicia leggera color sabbia, uscì piano dalla stanza per non svegliare Massimiliano e seguì il suono del campanello.

La Città della Nuova Luce all’alba era completamente diversa.

Il caos del giorno precedente sembrava sparito.

Le persone parlavano a bassa voce.
Alcuni meditavano seduti sugli scalini.
Qualcuno annaffiava piante aromatiche.
Un ragazzo con lunghi capelli rossi puliva lentamente il vialetto con una scopa di saggina.

Il sole saliva lentamente dietro le colline.

E davanti a lui, finalmente, apparve il tempio.

Renzo si fermò.

Aveva visto decine di templi nella sua vita.
Templi veri.
Templi improvvisati.
Templi magnifici.
Templi ridicoli.

Ma quello…

quello era diverso.

Non era grande.

Anzi.

Era quasi una vecchia cappella rurale trasformata lentamente nel sogno spirituale di qualcuno.

Le pareti esterne conservavano ancora la pietra originale, chiara e irregolare. Sopra l’ingresso erano stati dipinti simboli di religioni diverse:
l’ॐ induista,
la croce cristiana,
la stella di David,
la mezzaluna islamica,
la ruota buddhista.

Il risultato avrebbe potuto sembrare kitsch.

E invece aveva qualcosa di profondamente umano.

Come un bambino che avesse provato a disegnare l’idea della pace mondiale.

Dall’interno usciva odore di:
sandalo,
incenso al gelsomino,
cera,
legno,
e rose.

Rose fresche.

Renzo entrò lentamente.

E rimase immobile.

Il tempio era piccolo ma densissimo.

Ogni parete sembrava raccontare una visione diversa del sacro.

Di fronte all’ingresso c’era una grande immagine di Krishna e Radha immersi in colori blu e oro, circondati da ghirlande fresche.

Poco più in là una statua bianca del Buddha sedeva nel silenzio assoluto.

Alla sinistra dell’altare centrale brillava una figura di Shiva con il tridente.

Accanto…
una grande immagine del Sacro Cuore di Gesù.

Più avanti:
Padre Pio.
Sai Baba.
La Madre Divina.
Hanuman.
Un piccolo Arcangelo Michele con la spada alzata.
Una Madonna col manto azzurro.
Ganesh.
Persino una fotografia incorniciata di un maestro tibetano che Renzo non riconobbe.

Sembrava impossibile.

Sembrava il salotto spirituale di un mistico incapace di scegliere una sola strada.

Oppure…
di un uomo convinto che tutte le strade si toccassero da qualche parte.

Al centro del tempio ardeva lentamente un piccolo fuoco rituale dentro un braciere di rame.

Il fumo saliva verso l’alto come un filo sottile.

Cinque persone sedevano in silenzio su cuscini sparsi.

Tra loro c’era anche Shivananda.

Occhi chiusi.
Schiena dritta.
Tunica color ocra molto semplice.
Piedi nudi.

Non sembrava un santone.

Sembrava quasi un contadino stanco entrato accidentalmente dentro un’esperienza mistica troppo grande.

Renzo si sedette in fondo senza fare rumore.

E osservò.

Una donna anziana pregava davanti alla Madonna recitando sottovoce un’Ave Maria.

Accanto a lei un ragazzo tatuato teneva in mano un mala induista.

Due metri più in là una ragazza asiatica meditava davanti al Buddha.

E sopra tutto questo…

Krishna sorrideva.

Renzo sentì un piccolo cortocircuito interiore.

Per tutta la vita aveva incontrato persone convinte di possedere la verità assoluta:
hare krishna che criticavano il cristianesimo,
cattolici che consideravano idolatria l’induismo,
buddhisti che guardavano tutti con paternalismo zen,
new age convinti di aver “superato le religioni”.

Eppure lì…

tutto coesisteva.

In modo confuso.
Forse ingenuo.
Forse persino teologicamente assurdo.

Ma coesisteva.

Ed era questo a sconvolgerlo.

Shivananda aprì lentamente gli occhi.

Vide Renzo.

Gli fece un piccolo cenno con la testa.

Poi disse piano:

— Ti disturba?

Renzo guardò ancora l’altare.

Krishna accanto a Gesù.
Shiva vicino alla Madonna.
Sai Baba sotto l’Arcangelo Michele.

Una parte di lui voleva ridere.
Un’altra voleva piangere.

— Non lo so ancora — ammise.

Shivananda sorrise.

— È una buona risposta.

Silenzio.

Il fuoco continuava a crepitare piano.

Fuori il vento muoveva gli ulivi.

— Alcuni pensano che questo posto sia blasfemo — disse Shivananda. — Altri pensano che sia meraviglioso. Altri ancora credono che sia soltanto confuso.

— E tu cosa pensi?

Shivananda guardò le statue.

Poi il piccolo fuoco.

Poi le persone sedute nel tempio.

— Penso che gli esseri umani abbiano nostalgia di Dio… ma litigano continuamente sul nome da usare.

Renzo abbassò lentamente lo sguardo.

Quella frase gli entrò dentro come una lama morbida.

Perché in fondo era vero.

Tutta la sua vita spirituale era stata anche questo:
ricerca,
appartenenza,
fuga,
nuovi inizi,
nuove filosofie,
nuovi mantra,
nuove delusioni.

Eppure la fame restava sempre la stessa.

La fame di senso.

Una campana suonò fuori dal tempio.

Qualcuno iniziò a preparare il tè nella cucina comune.

Dal cortile arrivò improvvisamente un urlo scandalizzato.

— CHI HA LASCIATO IL GATTO SOPRA L’ALTARE DI GANESH?!

Renzo chiuse gli occhi.

Sorrise lentamente.

Khloe. 🌿

Posta un commento

0 Commenti