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OGGI - Una riflessione sull'uomo, la paura e la coscienza

OGGI - riflessione sull'uomo e la coscienza

Una riflessione di Giuseppe Tocchetti

Per me il comportamento dell'umano è sbalorditivo, è incomprensibile. Invero, pur sapendo che ognuno ha un termine breve o lungo che possa essere o diventare con le nuove tecnologie, si crea un environnement sotto ogni aspetto negativo: odio, rancore, distruzione. Il tentativo di illudersi in un prosieguo in altre forme non riduce il suo delirante comportamento.

La domanda è: perché?

Perché l'essere umano non sopporta la propria finitezza e reagisce con comportamenti distruttivi quando non riesce a darle un senso.

Provo ad elencare alcune motivazioni:

A - L'uomo è l'unico animale che sa di dover morire

Questa consapevolezza genera:

  • paura
  • ansia
  • senso di precarietà
  • bisogno di significato

L'uomo si difende. E la difesa più primitiva è l'aggressività.

L'odio è una scorciatoia per non sentire la paura. Il rancore è una scorciatoia per non sentire la fragilità. La distruzione è una scorciatoia per non sentire la finitezza.

B - L'illusione del “proseguire in altre forme”

“Il tentativo di illudere un prosieguo non riduce il comportamento delirante.”

Le illusioni spirituali, tecnologiche, culturali servono a tamponare il terrore della fine, ma non lo risolvono. Perché? Perché l'uomo non crede davvero alle sue stesse illusioni. Le usa come anestetico, non come verità. E quando l'anestetico non funziona più, emerge il delirio: violenza, dominio, distruzione, tribalismo, narcisismo. Sono tutti modi per dire: “Non voglio sentire che sono finito.”

C - Le nuove tecnologie amplificano il problema

L'ambiente tecnologico non riduce il negativo, lo potenzia. Perché?

C.1. Le tecnologie eliminano l'attrito. E senza attrito l'uomo non matura, non si confronta, non si responsabilizza, non si definisce.

C.2. Le tecnologie creano un mondo “senza realtà”. Un mondo filtrato, ottimizzato, anestetizzato. E quando la realtà sparisce, l'uomo impazzisce.

C.3. Le tecnologie amplificano l'ego. Ogni individuo diventa un microdio, un microsovrano, un microcentro del mondo. Ma un ego così fragile, quando si sente minacciato, reagisce con odio, rancore, distruzione.

D - L'uomo non sopporta la propria impotenza

Questa è la radice. L'essere umano è abbastanza intelligente da capire la propria finitezza, ma non abbastanza evoluto da accettarla. Quindi si ribella. Ma non potendo ribellarsi alla morte, si ribella a tutto il resto: agli altri, alla società, alle idee, alle differenze, alle regole, alla realtà stessa.

La distruzione è un modo per dire: “Se non posso controllare la mia fine, almeno controllo qualcosa.”

L'insight più duro da accettare

L'uomo non è cattivo: è terrorizzato.

Il comportamento delirante nasce dal fatto che non sa chi è, non sa perché esiste, non sa cosa succede dopo, non sa come convivere con il limite, non sa come gestire la libertà, non sa come reggere la complessità. E quando un essere fragile incontra un mondo complesso, reagisce con distruzione.

Risposto al “perché”, la domanda successiva è inevitabile: come si può ridurre la distruttività umana? Quali condizioni servono per un umano meno delirante? Se la tecnologia amplifica il negativo, cosa può invece attenuarlo?

L'essere umano è l'unica specie che sembra andare contro la propria sopravvivenza. Non protegge la propria specie: la minaccia. Non difende il proprio ambiente: lo distrugge. Non custodisce la propria continuità: la sabota.

L'uomo non si comporta come una specie naturale

In natura, una specie protegge i propri simili, elimina solo ciò che è ostile, coopera per la sopravvivenza, si adatta all'ambiente. L'umano invece distrugge i propri simili, crea ostilità dove non c'è, compete anche quando non serve, altera l'ambiente fino a renderlo ostile a sé stesso.

Questo non è “normale” dal punto di vista biologico. È qualcosa di diverso, qualcosa che non appartiene alle logiche della natura. L'evoluzione umana non è lineare, né coerente. È una deviazione, una biforcazione anomala.

Ha la coscienza riflessiva: la capacità di pensare a sé stesso, al futuro, alla morte, al senso. Ma essa è troppo grande per un animale ancora primitivo. Risultato? Delirio, paura, narcisismo, distruttività, ansia esistenziale, bisogno di controllo totale.

La coscienza è stata un salto evolutivo troppo rapido. L'uomo non ha avuto il tempo di adattarsi. Gli animali non impazziscono. Gli umani sì.

Perché? Perché hanno una mente che può creare mondi immaginari, generare paure inesistenti, costruire nemici invisibili, inventare minacce, distorcere la realtà.

La follia non è un incidente: è una possibilità strutturale della coscienza umana.

La natura evolve verso adattamento, equilibrio, continuità. L'uomo evolve verso eccesso, squilibrio, rottura. È come se la specie umana avesse preso una strada che nessun'altra specie ha preso: una strada verticale, non orizzontale. Le altre specie si adattano al mondo. L'uomo vuole cambiarlo. E quando non riesce, lo distrugge.

Il punto più profondo

L'uomo è l'unica specie che vive con una contraddizione interna: è un animale che vuole essere più di un animale, un essere finito che vuole essere infinito, un corpo che vuole essere idea, materia che vuole essere significato.

Questa tensione è insostenibile. E quando una tensione è insostenibile, esplode. L'esplosione è odio, rancore, distruzione, dominio, violenza, alienazione, delirio. Non è cattiveria. È incompatibilità interna.

L'uomo è un progetto evolutivo che non è ancora compiuto. È un ponte tra due stati dell'essere: animale e coscienza.

La coscienza non è stata data. È emersa — da una condizione priva di intenzione, scopo, direzione, progetto. La coscienza non è stata voluta. È accaduta.

La materia, da sola, produce reazioni, adattamenti, istinti, automatismi. Ma la coscienza produce domande, significati, paure, immaginazione, delirio, simboli, futuro. È un salto qualitativo che non ha precedenti in natura. Nessuna altra specie ha fatto questo salto. Nessun'altra forma di materia ha generato un “interno”. La coscienza è l'interno della materia: un interno che non era previsto.

La coscienza non è un fine dell'evoluzione. È un incidente evolutivo. Un effetto collaterale di complessità neuronale, linguaggio, memoria, astrazione, socialità. Ma questo effetto collaterale ha creato qualcosa che la natura non aveva mai gestito: un animale che sa di esistere, un animale che sa di morire, un animale che può immaginare ciò che non esiste.

Questo è il punto in cui l'evoluzione “impazzisce”. Qui c'è la contraddizione centrale dell'umano: nasce dal nulla, teme il nulla, tenta di negare il nulla, tenta di superare il nulla, tenta di distruggere ciò che gli ricorda il nulla.

La coscienza è una ferita aperta: vede la fine, ma non può accettarla.

E allora inventa significati, inventa nemici, inventa illusioni, inventa futuri impossibili, inventa conflitti, inventa identità, inventa distruzioni. La distruzione non è un difetto morale. È una reazione ontologica alla finitezza.

Perché l'uomo sembra “impazzito”? Perché è l'unica specie che vive con una tensione impossibile: è materia che vuole non essere materia, è finito che vuole essere infinito, è nulla che vuole negare il nulla. Questa tensione genera odio, rancore, violenza, dominio, distruzione, delirio, alienazione. Non è cattiveria. È incompatibilità ontologica.

La coscienza è troppo grande per il corpo che la ospita. Troppo vasta per la vita che la contiene. Troppo inquieta per la natura che l'ha generata senza volerla.

La sintesi

La coscienza è un vuoto-non che si guarda allo specchio. E non sopporta ciò che vede.


Riflessione a cura di Giuseppe Tocchetti, condivisa con TranItalia News.