La presenza che sostiene ogni cosa: riconoscere Krishna dentro e oltre il mondo
Krishna pervade l’universo senza esserne limitato: imparare a vederne l’energia, a distinguersi dalla mente e a ritrovare nel servizio la nostra identità eterna.
Riflessioni dal satsang online con Gauranga Sundara Prabhu – Bhagavad Gita 9.4
Hare Krishna 🙏
Come può Krishna essere presente ovunque e, nello stesso tempo, non essere contenuto nelle cose che vediamo? Nel satsang di mercoledì 9 settembre, dedicato alla Bhagavad Gita 9.4, Gauranga Sundara Prabhu ci ha accompagnati dentro questo apparente paradosso. La risposta non rimane sul piano filosofico: cambia il modo in cui guardiamo la natura, il corpo, la mente, il piacere, il tempo e perfino le nostre azioni quotidiane.
La lezione ci invita a riconoscere una presenza che sostiene tutto senza essere soggetta a ciò che sostiene. Krishna è vicino come Paramātmā nel cuore di ogni essere e in ogni atomo; è percepibile attraverso le Sue energie; eppure rimane sempre il Signore trascendentale, mai controllato dalla materia. Comprendere questo non significa soltanto raccogliere informazioni. Richiede relazione, servizio e un cuore disposto a lasciarsi trasformare.
Bhagavad Gita 9.4: il Signore pervade l’intero universo
mayā tatam idaṁ sarvaṁ
jagad avyakta-mūrtinā
mat-sthāni sarva-bhūtāni
na cāhaṁ teṣv avasthitaḥ
Krishna afferma: «Nella Mia forma non manifestata, Io pervado tutto questo universo. Tutti gli esseri sono in Me, ma Io non sono in loro». L’espressione avyakta-mūrtinā indica la Sua forma non manifestata ai sensi materiali. Non vediamo necessariamente la Persona divina con gli occhi ordinari, ma possiamo riconoscere l’azione delle Sue energie e imparare a percepire la Sua presenza.
Gauranga Sundara Prabhu ha ricordato che Krishna non appare in risposta a una pretesa mondana del tipo: «Se Dio esiste, mostrati». La visione spirituale non nasce dal comando, ma dalla qualificazione interiore. Krishna spiega ad Arjuna perché può rivelargli questa conoscenza: Arjuna è Suo devoto e Suo amico. La devozione e la relazione aprono il vaso del miele; la speculazione dall’esterno può descriverne il colore e la consistenza, ma solo chi lo assaggia ne conosce davvero la dolcezza.
Energia e sorgente: vicinanza senza confusione
L’energia di Krishna non è separabile da Lui nel senso ordinario. Come la luce del sole testimonia la presenza del sole anche quando l’astro è nascosto dalle nuvole, così la creazione manifesta l’intelligenza e la potenza della sua sorgente. Nel gusto dell’acqua, nella dolcezza di un cibo, nel calore, nella luce e nella vita possiamo imparare a ricordare Krishna.
La lezione ha distinto tre modi nei quali la Sua presenza può essere compresa. Krishna pervade tutto mediante la Sua energia esterna; risiede come Paramātmā, la Superanima, nel cuore di ogni essere e perfino in ogni atomo; e tutto riposa sullo splendore spirituale del Brahman. La Sua energia interna, la hlādinī-śakti, è invece la potenza spirituale che dona piacere e rende possibile l’estasi della relazione con Lui.
Allo stesso tempo, Krishna non viene toccato né condizionato dalla materia. Srila Prabhupada spiegava l’idea di energia separata con l’esempio di una conferenza registrata. Ascoltando il nastro a migliaia di chilometri di distanza riconosciamo la voce e il messaggio di Srila Prabhupada: egli è presente attraverso la sua energia, pur non essendo fisicamente dentro il registratore. Così il mondo dipende da Krishna e Lo manifesta, ma non Lo limita.
Non “ho” un’anima: io sono l’anima
Un passaggio particolarmente incisivo riguarda la nostra identità. All’inizio del cammino è già importante intuire che esiste qualcosa oltre il corpo e dire: «Ho un’anima». Ma questa è ancora una comprensione iniziale. Gli śāstra, le Scritture, ci conducono più avanti: non possediamo un’anima come possediamo una casa o un’automobile; noi siamo l’anima e abbiamo temporaneamente un corpo.
Il Maestro ha proposto un esercizio semplice. Prima di addormentarci, quando il corpo è immobile, possiamo osservare ciò che la mente produce: immagini, ricordi, emozioni, timori e desideri. La mente somiglia allo schermo di un cinema. Se posso guardare il film, allora sono distinto dal film. Posso essere trascinato dalla storia fino a ridere o piangere, ma rimango colui che osserva la proiezione.
Questa distinzione non ci rende indifferenti alla vita. Ci libera dall’identificazione automatica. La coscienza che osserva è l’anima; nel cuore vi è anche Krishna come Paramātmā, testimone e guida. L’immagine delle Upaniṣad parla di due uccelli sullo stesso albero: uno assaggia frutti dolci e amari e resta coinvolto nelle conseguenze; l’altro osserva. Quando ci identifichiamo con corpo, mente, possesso e ruolo, rivendichiamo le azioni e ne riceviamo il karma. Quando riportiamo Krishna al centro, l’azione può diventare servizio e cessare di generare nuovo vincolo.
Il bisogno di un rifugio che non si consumi
Ogni essere cerca stabilità, come una piantina fragile ha bisogno di un sostegno per non essere piegata dal vento. Nel mondo materiale, però, tutto è sottoposto a kāla, il tempo. Il piacere del gusto dura finché il cibo rimane sulla lingua. Un’automobile nuova perde valore appena esce dal concessionario e poi si usura. Anche il corpo cambia, accumula rughe e difficoltà, mentre interiormente continuiamo a sentirci la stessa persona.
Non è negata l’esistenza di piaceri materiali; ne viene mostrata la natura instabile. Se chiediamo a qualcosa di temporaneo di offrirci un rifugio permanente, la frustrazione è inevitabile. Il rifugio stabile si trova fissando la coscienza sui piedi di loto di Krishna. La relazione con Lui non è soggetta all’usura del tempo e restituisce un centro alla nostra vita.
La natura eterna del servizio
Gauranga Sundara Prabhu ha richiamato l’insegnamento jīvera svarūpa haya—nitya-kṛṣṇa-dāsa: l’identità costituzionale dell’essere vivente è essere eternamente servitore di Krishna. Nitya significa eterno; dāsa, servitore. Non si tratta di un ruolo imposto dall’esterno, ma della natura stessa dell’anima, come il calore e la luce appartengono al fuoco e la capacità di bagnare appartiene all’acqua.
Una scintilla conserva luminosità quando rimane nel fuoco; se se ne allontana, si spegne. Analogamente, la coscienza torna viva quando rimane in contatto con Krishna. Srila Prabhupada usò anche l’esempio di una barra di ferro lasciata nel fuoco: diventa rossa e incandescente e assume le qualità del fuoco, pur restando ferro. Il devoto non diventa il Creatore, ma, attraverso il contatto, manifesta qualità spirituali. Siamo uno con Krishna nella qualità, mai nella quantità.
Dal piacere intermittente al gusto superiore
Le impressioni materiali accumulate in molte vite penetrano profondamente nella mente. Il satsang ha ripreso l’immagine della foresta di bambù: tagliare o bruciare ciò che appare in superficie non basta, perché le radici sotterranee producono nuovi germogli. La sola repressione dei sensi lascia intatto il seme del desiderio.
La bhakti agisce invece alla radice. L’ascolto, il canto del santo nome, il prasādam e il servizio producono saṁskāra spirituali, impressioni capaci gradualmente di sostituire quelle materiali. Il Maestro ha ricordato il mendicante che stringe un pezzo di pane secco: se proviamo a portarglielo via, si opporrà; se gli offriamo un piatto di prasādam fresco, lo lascerà senza esitazione. Non si supera l’attaccamento soltanto con un divieto, ma incontrando un gusto più alto.
Un professore vegetariano raccontò di concedersi una volta all’anno il suo piatto di carne preferito. La rinuncia esterna non aveva cancellato il gusto interiore. Al contrario, chi pratica sinceramente la coscienza di Krishna scopre che certi richiami perdono naturalmente attrazione. Il Maha Mantra non si limita a contenere il desiderio: purifica il cuore e ne indebolisce il seme.
Il suono che viene da un altro mondo
Uno dei racconti più personali della lezione risale all’adolescenza di Gauranga Sundara Prabhu. Un devoto incontrato in città lo convinse, quasi controvoglia, a prendere un piccolo disco. Su un lato vi era il canto di Hansadutta Swami; sull’altro, Himavati cantava Tulasī Kṛṣṇa-preyasī. Tornato a casa, ascoltò quel disco e avvertì immediatamente che non si trattava di un suono ordinario. Continuò a riascoltarlo giorno dopo giorno: il suono trascendentale era entrato attraverso le orecchie e aveva raggiunto il cuore.
Più tardi ricevette la Bhagavad Gita di Srila Prabhupada. La lettura gli parve come bere acqua direttamente dalla sorgente, non alcuni metri più a valle. La lunga ricerca attraverso idee e libri diversi trovò finalmente un centro. La ricerca spirituale non finì — perché la realizzazione di Krishna continua ad approfondirsi — ma terminò il vagare alla ricerca di una verità non diluita.
Il Maha Mantra — Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare — è questa energia spirituale in forma sonora. Apparentemente è una vibrazione come le altre, ma produce nel cuore un effetto che il suono materiale non può produrre. Il Maestro ha ricordato l’espansione del canto di Sri Chaitanya come una reazione a catena: chi Lo vedeva cantare diventava colmo di entusiasmo spirituale, e altri venivano toccati vedendo quei devoti.
Le domande: dubbio, ateismo e responsabilità
Nella discussione finale, un partecipante ha osservato che l’affermazione «Io non sono in loro» potrebbe sembrare contraddire la presenza di Krishna nel cuore. La risposta ha ribadito l’importanza delle spiegazioni di Srila Prabhupada: Krishna è presente e sostiene tutto, ma non è circoscritto né contaminato dagli esseri e dalla materia.
Un’altra domanda ha riguardato l’ateismo. La lezione ha invitato a comprendere, senza semplificazioni, che alcune persone rifiutano Dio dopo aver visto conflitti e abusi compiuti in nome della religione; altre non vogliono riconoscere un’autorità superiore perché questo comporterebbe responsabilità per le proprie azioni. La risposta non è il disprezzo. Dove esistono un poco di umiltà e sincera apertura, conoscenza, ragionamento ed esempio personale possono aiutare. Dove domina soltanto il desiderio di scontro, continuare a discutere può diventare inutile.
La distinzione proposta fra spiritualità viva e religione ridotta a interesse materiale merita attenzione. Anche una tradizione autentica può oscurarsi quando viene usata per prestigio, potere o vantaggio. La coscienza di Krishna ci riporta al rapporto puro con il Supremo, alla guida autentica e alla responsabilità che nasce dal sapere che Paramātmā accompagna e testimonia ogni azione.
Una riflessione personale
Questa lezione mi lascia due immagini: lo schermo del cinema e la scintilla nel fuoco. Tante volte confondo la proiezione della mente con la mia identità e mi lascio trascinare da paure, ricordi e desideri come se fossero la realtà definitiva. Fermarmi e osservare mi ricorda che io non sono quel film. Sono l’anima che può voltarsi verso Krishna, già presente nel cuore.
Eppure osservare non basta. Una scintilla lontana dal fuoco perde luce; la coscienza lontana dalla relazione cerca sostegni destinati a consumarsi. Il vero passaggio è restare in contatto: ascoltare, cantare, servire, ricevere guida e imparare a riconoscere Krishna nel gusto dell’acqua, nella luce, in ogni essere e in ogni occasione di servizio. Allora il mondo non scompare, ma smette di essere un insieme di oggetti da possedere. Diventa energia del Signore da rispettare e restituire alla sua sorgente.
Bhagavad Gita 9.4 non mi chiede di comprendere con la mente l’infinito. Mi invita a vivere nella presenza che già sostiene ogni respiro e a offrire il cuore a Colui che non può essere contenuto dall’universo, ma sceglie di accompagnare ogni anima.
Hare Krishna 🙏
— Ramananda Das 🌿


