Dalla Bologna dell’infanzia al mare di Trani, attraverso il lavoro, la memoria familiare, l’amore, la scrittura e la ricerca spirituale. Un dialogo con Carmelina Rotundo Auro per raccontare sessant’anni senza considerarli un punto d’arrivo.

di Carmelina Rotundo Auro – intervista narrativa

Alle 11:11 di venerdì 11 settembre 2026, Renzo Samaritani Schneider compie sessant’anni.

È nato a Bologna l’11 settembre 1966. Oggi vive a Trani. Fra queste due città ci sono esperienze che non entrano facilmente in una sola definizione: la cucina professionale e l’informatica, le notti bolognesi e la ricerca spirituale, i libri e la radio, una memoria familiare difficile e il desiderio di costruire una vita propria.

È il figlio della scrittrice Helga Schneider, ma non soltanto. È il compagno di Massimiliano Deliso, un autore, un promotore di iniziative culturali. È anche Ramananda, uno dei nomi che accompagnano il suo percorso spirituale. E nella sua casa, per le gatte Kandy e Khloe, è soprattutto una presenza da cui aspettarsi attenzione, ogni giorno.

Questa intervista narrativa attraversa le sue diverse stagioni, lasciando spazio anche alle domande ancora aperte.

Carmelina — Renzo, che effetto ti fa dire: «Oggi compio sessant’anni»?

Renzo — Mi fa fermare. Di solito passo da un lavoro a un testo, da un messaggio a un progetto, e il tempo lo conto in cose da fare. Oggi lo sento diversamente. Sessant’anni sono abbastanza per accorgersi che alcune occasioni non ritornano, ma non mi sembrano una ragione per smettere di cercarne altre.

Non voglio presentarmi come un uomo che ha capito tutto. Vorrei raccontarmi senza dover correggere ogni fragilità per fare bella figura.

Carmelina — E perché hai voluto mettere proprio le 11:11 nel titolo?

Renzo — Perché è la mia ora di nascita e mi piace riconoscerla. Ha un valore personale, simbolico. Non penso che una sequenza di numeri decida al posto mio. Mi offre un’occasione per fermarmi e chiedermi: adesso, di questo tempo, che cosa voglio fare?

Bologna: l’infanzia, la ferita, gli anni della scoperta

Carmelina — Da quale Bologna cominceresti?

Renzo — Da quella in cui sono cresciuto, prima che diventasse un ricordo da raccontare. I portici, il carattere delle persone, il modo di parlare, la vita che si svolgeva intorno alla stazione. Bologna è stata la mia prima misura del mondo: affettuosa e ruvida, capace di accogliere e di contraddire.

Anche adesso che vivo altrove, riconosco qualcosa di bolognese nel mio modo di scherzare e di discutere. Trasferirsi non significa cancellare la città da cui si viene.

Carmelina — Nel tuo ricordo della strage del 2 agosto 1980 hai raccontato una vacanza interrotta. Avevi tredici anni.

Renzo — Sì, ne avrei compiuti quattordici a settembre. Ero sulla riviera romagnola con mia madre. Sapemmo dell’esplosione attraverso la radio e tornammo a Bologna. Nel mio racconto ho ricordato i vetri infranti della nostra casa, affacciata sulla stazione, e lo smarrimento di quel ritorno.

Per questo ho associato quel giorno alla fine dell’estate: non soltanto alla vacanza interrotta, ma alla scoperta che anche un luogo familiare poteva diventare irriconoscibile. È un ricordo personale dentro una tragedia collettiva, che non vorrei mai ridurre alla mia sola esperienza.

Carmelina — Poi arrivano gli anni Ottanta, il lavoro, il Kinki e il Cassero. Che ragazzo eri?

Renzo — Un ragazzo che voleva trovare il proprio posto e vivere la propria omosessualità senza sentirsi un errore. La notte bolognese significava musica, incontri, desiderio, possibilità di riconoscersi negli altri. Non era tutta libertà: c’erano anche solitudine, giudizi, il bisogno di piacere.

Nel manoscritto Il ragazzo del Kinky torno a quella stagione, al rapporto fra il lavoro di giorno e la Bologna notturna. Non per fingere di essere ancora quel ragazzo, ma per guardarlo con maggiore comprensione. Gli anni passati non diventano tutti belli: diventano più leggibili.

Essere figlio di Helga Schneider

Carmelina — Il nome di tua madre accompagna spesso le presentazioni della tua vita. Che cosa resta fuori da quella formula?

Renzo — Quasi tutto ciò che significa essere figlio. Per chi legge i suoi libri, Helga Schneider è una scrittrice. Per me è anche mia madre, con un rapporto che non si può riassumere in una nota biografica. Ci sono stati affetto, incomprensioni, distanze e tentativi di ritrovare un linguaggio comune.

Riconosco il valore della sua testimonianza. Allo stesso tempo, ho avuto bisogno di cercare una voce mia. Non per smentire la sua, ma perché anche un figlio ha una vita che non coincide interamente con quella del genitore.

Carmelina — Nell’intervista pubblicata da TraniViva nel gennaio 2025 hai spiegato di aver scoperto da adulto, leggendo i suoi libri, il passato di tua nonna nei lager nazisti.

Renzo — Sì. Mia nonna materna aveva abbandonato mia madre da bambina ed era stata guardiana nei campi nazisti. Conoscere quella storia ha cambiato il modo in cui guardavo la mia famiglia.

Ho dovuto distinguere una cosa essenziale: riconoscere un’eredità dolorosa non significa ereditare la colpa. Le responsabilità appartengono a chi ha compiuto quelle scelte. A me spetta decidere come vivere sapendo ciò che so, senza negarlo e senza lasciare che diventi l’unica definizione possibile di me.

Carmelina — A sessant’anni puoi dire che il rapporto con tua madre sia finalmente risolto?

Renzo — Non vorrei usare il compleanno per inventare un lieto fine. I rapporti attraversati da ferite profonde possono conoscere avvicinamenti e nuove difficoltà. Un gesto buono conta anche quando non sistema tutto.

Posso raccontare il mio desiderio di comprensione, ma non parlare al posto suo. E alcune cose devono poter restare fra una madre e un figlio: raccontarsi non obbliga a rendere pubblico ogni dolore.

Il lavoro e la scrittura: imparare a dare forma alle cose

Carmelina — Dalle cucine professionali all’informatica: che cosa tiene insieme esperienze tanto diverse?

Renzo — Il fatto che, a un certo punto, qualcosa deve funzionare davvero. In cucina non basta un’idea: servono tempi, organizzazione, attenzione agli altri. Anche l’esperienza legata al Miss Italia Caffè appartiene a questa parte concreta della mia formazione.

Nel lavoro informatico e digitale ho ritrovato la necessità di capire un problema e portare a termine un compito. Cambiano gli strumenti, ma resta la disciplina. La creatività è importante; altrettanto importante è fare bene ciò che si è promesso.

E c’è un aspetto poco spettacolare, che non voglio nascondere dietro i libri: ho continuato a lavorare per sostenere la vita quotidiana. Le passioni non eliminano quella responsabilità.

Carmelina — Nei tuoi libri convivono cucina vegetariana, ricerca interiore e narrativa. È dispersione o c’è un filo?

Renzo — Le forme sono diverse, ma tornano alcune domande: come si vive, come si cambia, che cosa merita attenzione. Nei libri dedicati alla cucina, presenti nel mio percorso editoriale già negli anni 2015 e 2016, queste domande passano dal cibo e dalle scelte quotidiane. Nella narrativa diventano personaggi e possibilità.

Ci sono Trip to India e Stefania, un’anima in viaggio. Quest’ultimo, pubblicato nel 2019, è un romanzo: è importante non scambiare automaticamente le esperienze dei personaggi con la mia biografia.

Scrivere mi permette sia di tornare a ciò che ho vissuto sia di immaginare ciò che non ho vissuto. Sono due libertà diverse, e vorrei esercitarle con chiarezza.

Carmelina — Nel 2026 hai portato anche l’impegno antifascista dentro un racconto felino.

Renzo — In Il Vangelo secondo un gatto di borgata – Lezioni feline di antifascismo ho scelto uno sguardo insolito per parlare di libertà e autonomia di pensiero. L’ironia permette di avvicinare questioni serie senza trasformare ogni pagina in una predica. Un gatto può essere un ottimo osservatore delle nostre pretese di comandare tutto.

I nomi della ricerca spirituale

Carmelina — Nel tuo cammino compaiono Ramananda, Shyamananda, Maruti, Daniel. Perché tanti nomi?

Renzo — Appartengono a esperienze e contesti differenti. I nomi spirituali hanno accompagnato la devozione, la comunità, il servizio. Daniel è stato un nome utilizzato in altri ambiti del mio percorso. Non sono tutti intercambiabili, né raccontano esattamente la stessa cosa.

Ramananda conserva per me un significato particolarmente caro. Firmarmi Renzo Samaritani Schneider significa assumermi la responsabilità di ciò che scrivo e propongo, portando con me anche le esperienze degli altri nomi.

Carmelina — Che cosa cerchi oggi nella spiritualità?

Renzo — Qualcosa che possa stare nella vita ordinaria. La Bhakti, la meditazione, il confronto con la tradizione cristiana e con altri percorsi hanno alimentato domande importanti. Ma una pratica deve poi confrontarsi con il modo in cui tratto chi mi è vicino.

Non penso che le tradizioni dicano tutte la stessa cosa: incontrarle richiede anche di rispettarne le differenze. E non credo che un linguaggio spirituale renda una persona immune da errori o sofferenza. Vorrei che mi aiutasse a essere più attento, non a sentirmi superiore.

Trani, Massimiliano e la vita di casa

Carmelina — Il trasferimento a Trani arriva il 12 settembre 2023, il giorno dopo il tuo cinquantasettesimo compleanno. Un’altra data significativa.

Renzo — Sì. Con Massimiliano abbiamo aperto una fase nuova della nostra vita. Domani saranno tre anni. Cambiare città a quell’età non è stato soltanto cambiare panorama: ha significato trovare abitudini, riferimenti e relazioni diversi.

Trani mi ha dato il mare e una dimensione che sento più vicina al mio bisogno di respiro. Non ha risolto ogni problema, ma è diventata casa. Bologna resta la città in cui sono nato; Trani è quella che ho scelto per questa stagione della mia vita.

Carmelina — Come si passa dall’essere arrivati in una città al sentirsi parte di essa?

Renzo — Cominciando a interessarsi a quello che non riguarda soltanto te. Alla storia dei luoghi, alle persone, alle difficoltà quotidiane. Le iniziative culturali sono un modo; anche un piccolo gesto di vicinato può esserlo.

Penso alla festa di Halloween per i bambini organizzata nel nostro condominio: un’occasione semplice per incontrarsi. E alla partecipazione, nell’aprile 2026, all’incontro in Biblioteca Giovanni Bovio sulla memoria dell’eccidio del 1799, che ho raccontato in una riflessione sull’appartenenza a Trani. Cominciare a conoscere anche le ferite di una città è un modo per smettere di guardarla soltanto da visitatore.

Carmelina — Chi c’è nella tua vita quando il microfono è spento?

Renzo — Massimiliano, prima di tutto. Non soltanto il compagno che compare nelle presentazioni, ma la persona con cui condivido le giornate, gli incastri, la stanchezza, gli interessi e le cose da sistemare. L’amore adulto ha anche questa forma poco fotografabile: esserci quando non succede niente di speciale.

Poi ci sono Kandy e Khloe, rigorosamente con la K, e il ricordo di Kitty. Le gatte riportano ogni discorso alla realtà: posso avere una riflessione importantissima in testa, ma se c’è una necessità da soddisfare, quella viene prima.

Ci sono il basilico, una piccola pianta di peperoncino, i pasti da preparare. Mi piace che nella mia vita resti spazio per queste cose. Non sono il contorno dei progetti: sono parte della vita per cui vale la pena farli.

La memoria diventa voce pubblica

Carmelina — Nel 2025 “Oltre la Memoria – Le Vittime Invisibili” ha portato la tua testimonianza al Teatro Mimesis e nel reading del 27 settembre a Palazzo delle Arti Beltrani. Che cosa cambia quando una storia privata viene condivisa?

Renzo — Cambia la responsabilità con cui la racconti. Accanto a Stefania De Toma, la mia storia è entrata in un lavoro di voci, musica e ascolto. A Palazzo Beltrani c’erano Monica Franceschina, Alessandro Giusto e Gianpiero Grilli, con la regia di Marco Pilone e la redazione di Massimiliano. È importante ricordarli: una testimonianza personale può diventare un lavoro condiviso.

Raccontare le conseguenze di quella storia sulle generazioni successive non significa confondere le responsabilità o equiparare esperienze diverse. Le vittime dei crimini nazisti restano al centro della memoria di quei crimini. Il mio contributo riguarda ciò che conosco: la scoperta, il rapporto familiare, la scelta di non tacere.

Carmelina — Associazioni, giornale, libri, radio: come riesci a tenere insieme tutto?

Renzo — Non sempre ci riesco. Orizzonte Comune, TerraMare Nexus, TranItaliaNews, Finestra Libera, K-Radio Nazionale, Radio Cerchi di Pace: sono nomi legati a percorsi diversi, nati dal desiderio di mettere in circolazione cultura e occasioni di dialogo. Ci sono anche il lavoro editoriale di Snail’s Pace Edition e la rivista Anima & Destino.

Con te conduco L’Ora Felice – Extra Memoria, con la partecipazione di Giuseppe Tocchetti, come racconta anche la cronaca della puntata del 22 luglio 2026. Quel confronto mi interessa perché la voce dell’altro può cambiare la direzione di una domanda.

Il rischio, per me, è aprire troppe cose. Sto imparando che scegliere significa anche ridurre, sospendere, lasciare spazio. Un progetto deve poter essere sostenuto dalle persone che lo fanno.

“Io, Renzo: manuale di scelte simboliche”

Carmelina — Arriviamo a Io, Renzo: manuale di scelte simboliche, con il sottotitolo Pratiche quotidiane per mente, cuore e destino. Che libro è?

Renzo — È un manuale autobiografico di riflessione e auto-organizzazione, nella versione riveduta nell’agosto 2026. Non è una biografia documentaria: alcune scene e alcuni dialoghi sono ricostruiti o condensati, come dichiara la nota finale del volume.

Parto dalla mia esperienza per proporre un modo di osservare le scelte quotidiane. I simboli sono strumenti di riflessione, non prove di ciò che accadrà. Il libro non offre diagnosi o terapie, né attribuisce alle pratiche simboliche una validità scientifica che non hanno.

Vorrei che il lettore potesse prendere ciò che gli è utile senza dover credere alla mia persona o adottare la mia visione spirituale.

Carmelina — Il centro pratico è il Metodo 5P. Come lo spiegheresti a chi non ne sa nulla?

Renzo — I passaggi sono cinque: Presenza, Proiezione simbolica, Piano, Pratica, Prova. Prima osservo come sto; poi scelgo, se mi è utile, una parola o un’immagine che mi aiuti a riflettere. Definisco una piccola azione sotto il mio controllo, la eseguo e verifico che cosa è successo.

Posso, per esempio, decidere di dedicare dieci minuti a riordinare una pagina che continuo a rimandare. Alla sera controllo se l’ho fatto e che cosa devo cambiare. Il punto non è trovare il simbolo perfetto: è arrivare a un gesto concreto e valutarlo con onestà.

Questo percorso è anche alla base di Io, Renzo: il corso delle scelte simboliche, disponibile su Udemy, con esempi ed esercizi per chi desidera applicarlo.

La Cina, nel giorno dei sessant’anni

Carmelina — Il Giornale di Trani del 10 settembre ha annunciato per oggi A sessant’anni sono andato a vivere in Cina. Quattro stagioni, sedici luoghi e il viaggio più lungo della mia vita. Hai davvero lasciato Trani?

Renzo — No: è un viaggio narrativo, nato da un interesse autentico per la Cina. Non ho preso un aereo. La claustrofobia limita i miei spostamenti; con Massimiliano ho esplorato quei luoghi da casa, attraverso camminate virtuali, studio e cucina, trasformando poi il percorso in un libro.

Non è la stessa esperienza di chi vive o viaggia davvero in quel Paese. Ma può essere un incontro serio con qualcosa che non conosci, se distingui le informazioni documentate dagli episodi immaginati.

Ho scelto di legare questa uscita al compleanno perché non volevo raccontare soltanto ciò che è già accaduto. Mi interessava mettere alla prova una possibilità ancora aperta.

Quello che resta da vivere

Carmelina — Che cosa non hai risolto, arrivando a sessant’anni?

Renzo — Le paure non sono scomparse. Nemmeno la fatica di dosare il lavoro, l’intensità con cui sento le cose o la difficoltà di alcuni rapporti. Sapere parlare di consapevolezza non significa praticarla bene ogni giorno.

Mi piacerebbe ascoltare prima di reagire, scegliere con più misura, concedermi riposo senza doverlo giustificare. Non sono lezioni che impartisco agli altri: sono compiti che restano anche a me.

Carmelina — E di che cosa sei contento?

Renzo — Della vita costruita con Massimiliano. Del fatto che, fra tanti cambiamenti, ho continuato a scrivere e a interessarmi agli altri. Di aver trovato a Trani relazioni e occasioni di partecipazione. E di non dover misurare tutto soltanto con i numeri: quanti lettori, quanti ascolti, quante cose prodotte.

Un libro letto con attenzione o una conversazione che continua dopo una trasmissione possono contare molto. Vorrei ricordarmelo anche nelle giornate in cui mi sembra di non fare abbastanza.

Carmelina — Che regalo vorresti farti oggi?

Renzo — Un po’ di tempo non già occupato. Tempo per leggere senza doverne ricavare subito un progetto, per stare con Massimiliano, per seguire una curiosità. E la disponibilità a imparare da qualcuno più giovane di me senza sentirmi diminuito.

A sessant’anni posso raccontare molte cose. Vorrei conservare anche il piacere di fare domande.

Carmelina — Allora torniamo alle 11:11. Chi è, oggi, Renzo?

Renzo — Sono il bambino nato a Bologna e il ragazzo che cercava il proprio posto nelle sue notti. Sono il figlio di Helga Schneider, con una storia che continuo a interrogare. Sono un uomo che ha lavorato, cambiato direzione, scritto libri e cercato un linguaggio spirituale che potesse accompagnarlo nella vita.

Sono il compagno di Massimiliano, la persona che Kandy e Khloe richiamano ai suoi doveri, un cittadino che ha scelto Trani. Sono anche le cose che non riesco a fare e quelle che posso ancora imparare.

Oggi, 11 settembre 2026, alle 11:11 compio sessant’anni.

Non ricomincio da zero. Ricomincio da qui.


Nota redazionale — Intervista narrativa elaborata a partire dai materiali autobiografici e dalle informazioni condivise da Renzo Samaritani Schneider, dal volume «Io, Renzo: manuale di scelte simboliche» e da fonti pubbliche pubblicate entro il 10 settembre 2026. Domande e risposte sono una ricostruzione editoriale, non la trascrizione di una conversazione registrata.

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